“Concorsi per docenti? Meglio eliminarli”

“La legge sui concorsi universitari è super garantista, ma non è mai stata rispettata. C’è una commissione eletta, deputata a scegliere il docente  migliore, ma quasi sempre si sa già di partenza chi vince”. “Ma quello che è anomalo è che si tratta quasi sempre di persone che hanno fatto tutto il curriculum con un tale professore, ma non hanno particolari qualità, né merito. È una pura e semplice scelta di potere”. “Siccome i concorsi e la selezione dei ricercatori e dei docenti non è etica, e non è tenuto in alcun conto il merito, né con i concorsi locali, né con quelli nazionali”, a questo punto l’idea: “eliminare i concorsi”. “Si facciano dunque selezioni con un semplice annuncio sulle riviste specializzate, si veda il profilo del candidato, si presentino anche le lettere di segnalazione o raccomandazione dell’allievo, come si fa all’estero, quindi il colloquio (scientifico e motivazionale) ed una commissione poi decida, autonomamente, chi chiamare. E dopo 3 o 5 anni, valutare sia la persona che la commissione. Se il risultato è stato positivo, tutto okay. Altrimenti, via il docente e via anche la commissione dalle future selezioni”. “Io sono per l’Università pubblica, però il problema italiano è che non c’è etica e dunque non si scelgono le persone brave e capaci. Non succede praticamente quasi mai”. “Il problema italiano è tenere fino a 30-35 anni persone non valide in attesa di collocazione. E poi collocarle in cattedra, semplicemente per amicizia, non per qualità”.
A parlare in questa nuova puntata di Ateneapoli sui concorsi negli atenei e le proposte di cambiamento, è il prof. Alessandro Iannace, da tempo impegnato su questi temi. Nato nel 1962, laureato a 22 anni, un diploma post laurea (DEA) – che serve a selezionare per accedere ad una tesi di dottorato, – all’Università Parigi VI, vincitore di dottorato a Napoli in Geologia, quindi ricercatore e professore associato dal 2002. Sempre mantenendo rapporti internazionali in particolare con Germania e Spagna e “lavori con un collega inglese”. Numerose le sue pubblicazioni internazionali. 
“Non stiamo parlando della tangente, ma di un principio: i docenti chiamati a valutare nelle commissioni di concorso, potendo scegliere non lo fanno come si deve”. E cita un passo della prefazione di Raffaele Simone al libro di Felice Froio del 1995 “Le mani sull’università”. L’argomento, naturalmente è: concorsopoli. Scandali su scandali, nelle chiamate in cattedra di docenti e ricercatori nelle università italiane. Ecco cosa dice: “alcuni di questi episodi sono davvero esemplari, perché non configurano alcun illecito, ma nascono dalla trasgressione sfacciata di ogni principio di opportunità: così il caso di professori che hanno fatto parte di commissioni di concorso per tre o quattro volte di seguito, determinando per almeno mezzo secolo la fisionomia di certi ambiti disciplinari”.
Decidere velocemente,
altrimenti i bravi
vanno via
Il cruccio del professore sono i giovani e il loro futuro, anche in quanto essenziali per lo sviluppo della ricerca scientifica. Dice il prof. Iannace: “Einstein, i suoi tre articoli che hanno cambiato il mondo, sulla teoria della relatività ristretta (ed altri due), li ha scritti a 25 anni. Invece, a 35 anni, in Italia,  si è ancora precari della ricerca. Alla stessa età, all’estero, si dirigono equipe di ricercatori e si gestiscono finanziamenti”. “Da noi se ti va bene entri nel dottorato di ricerca”.
Altro aspetto importante la velocità: “dare subito risposte ai giovani: o farli entrare nell’università con delle garanzie o subito fuori. Senza creare attese di anni”.
Il dottorato. “Non deve essere la prima forma di precariato, ma la prima tappa di un percorso di ricerca”. “Anche perché la persona valida ha tempi di attesa brevi. Se è brillante, e tu università non risolvi in breve tempo, questa persona va subito via. Da qualche altra parte”. “A me, alcune Università pubbliche di piccole e medie sedi, dove non ci sono tutti questi laureati, mi hanno detto: mandaci qualche dottorando bravo, molto bravo, lo facciamo partecipare al concorso e se è veramente bravo vince. Ma se non lo è, la prossima volta non ti chiamo più e perdo stima di te. Già se fosse praticata questa modalità ci sarebbe un miglioramento nella direzione di una selezione di qualità”. 
Nel sistema
anglosassone giovani
e Nobel stanno insieme
S. I. Good, un accademico di Harward afferma: “è una fortuna per il docente trovare un dottorando bravo, a livelli alti di ricerca, ogni 10 anni. Se uno ne trova 2 in 10 anni è un successo strepitoso. Ma è una fortuna per lui docente, per il maestro, non per il giovane ricercatore”.
“Per molti ordinari, soprattutto della vecchia generazione, è difficile immaginare che il giovane possa sedere con pari dignità al tavolo scientifico e disciplinare con gli ordinari del settore. All’estero invece sì. Ma questa è la differenza tra il sistema anglosassone e quello italiano. Eppure è noto a tutti che ‘l’espansione dei fondi oceanici e la deriva dei continenti’ è stata scoperta da un dottorando, un trentenne, Fred Vine”.
“Se il governo Prodi o Berlusconi decidesse di assumere i giovani in attesa negli atenei, assumeremmo giovani 35enni, stanchi, portaborse e delusi che si sentiranno sempre in dovere di ringraziare qualche accademico. Negli Stati Uniti, invece, i nostri giovani ricercatori trattano alla pari con i Premi Nobel e i maggiori studiosi accademici del settore. Da noi invece questo è possibile solo agli ordinari. Un mio 30enne, dottorando, è stato chiamato da una multinazionale americana, sta girando il mondo e gli hanno affiancato 4 dottorandi. Con un progetto internazionale che ha base in Scozia”.
“Dalla politica ci vorrebbe più coraggio” e cita come “esemplare” il caso del concorso di Ettore Majorana, in Fisica Teorica, anno 1938: “Majorana diventò docente a Napoli per chiamata diretta, per chiara fama. Aveva partecipato ad un concorso su cui già erano stati decisi i vincitori, tra cui il figlio dell’ex ministro Giovanni Gentile. Non potendo bocciare uno scienziato di quel livello, perché sarebbe stato uno scandalo mondiale, gli trovarono un posto all’Università di Napoli”.
“Il Ministro Orso Mario Corbino, senatore del Regno, negli anni ’20 chiamò in cattedra, con un atto d’imperio, i giovani migliori della fisica italiana. E cambiò il mondo della fisica in Italia. Però chiamò personaggi come Enrico Fermi, Segre, Rasetti, insomma tutto il gruppo di via Panisperma”.  Oggi chi avrebbe il coraggio di fare una cosa del genere?
Perciò “chiunque faccia il concorso, si sa come funziona. Allora che si faccia in modo diverso: il maestro si scelga il vincitore attraverso un gruppo di docenti incaricati, casomai affiancati da esperti. Eventualmente mettendo come vincolo di non svolgere tutta l’esperienza nello stesso ateneo. Come c’è, per legge, in Germania ed in altri atenei europei”.
Unico motivo attuale di soddisfazione: “finalmente la valutazione della ricerca delle Università e dei Dipartimenti sta dando i suoi primi frutti. La gente è più invogliata e si dà più da fare”.
(P.I.)
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