“Fuggire non serve a niente”

“Non abbandonate la vostra città. Io l’ho fatto e ho capito che fuggire non serve a niente. Vivo in Lombardia, dove nascono ‘ndrine separate da quelle d’origine, che si insinuano nelle amministrazioni e nella gestione dei rifiuti”. Comincia così il lungo e toccante racconto di Salvatore Borsellino, ingegnere, fratello minore di Paolo, magistrato assassinato dalla mafia a Palermo nel 1992, attivista del movimento delle Agende Rosse, nella sua lunga testimonianza durante l’incontro ‘Pane Camorra e Fantasia’ organizzato il 20 aprile a Monte Sant’Angelo dall’associazione studentesca UNINA. “Siamo stanchi che la nostra vita sia condizionata dalla criminalità”, dice Emanuele Lattanzio, rappresentante degli studenti in Ateneo e membro dell’associazione, dando il benvenuto ad oltre seicento studenti universitari e medi. “I morti ci sono anche al Nord. Sono le persone che, a 50 anni, perdono il lavoro perché le industrie, requisite dalle mafie, chiudono”, prosegue Borsellino. “Dobbiamo stare vicino ai magistrati, perchè continuano morire, ma in modo diverso, per non agitare l’opinione pubblica”, l’esortazione. 
Il primo a parlare, con la voce rotta dall’emozione, è il Preside Achille Basile: “ognuno di noi può combattere la criminalità. Non lasciandosi andare, seguendo pochi princìpi fondamentali. Non cerchiamo scorciatoie, compiamo ogni atto pensando che, sebbene costi più fatica, permetterà di sviluppare qualche anticorpo in più”. “Non avrei mai creduto di dover introdurre categorie come il doppio Stato. Dobbiamo reagire attraverso la partecipazione”, dice il prof. Alberto Lucarelli. “Borsellino ci propone un modello di partecipazione ed uno schema di rappresentazione del mondo diverso”, aggiunge il prof. Luigi Maria Sicca. “Un giorno mia madre è venuta a prendermi a scuola. Ci siamo fermati sotto casa di mia nonna. Sono sceso per citofonare. Quando mi sono voltato, mia madre era in un lago di sangue, uccisa da 47 colpi”, è il racconto accorato di Francesco Chianese, figlio di Silvia Rutolo alla quale, a Padova, è stata dedicata una scuola. 
Tante le domande degli studenti. “In che modo la malavita influenza la vita economica e come si può migliorare la società se lo Stato è corrotto?” (Luca Delfi). “Non dovremmo riappropriarci della politica dal basso, boicottando il sistema?” (Luca Pepe). “Come siamo arrivati al punto in cui non è possibile il dialogo con le istituzioni?” (Sara). “Nel libro di Raffele Cantone si legge che le organizzazioni criminali si sostituiscono allo Stato, come?” (Gennaro). “Come possiamo fermare questo cancro?” (Gianni Cigliano, rappresentante degli studenti). Il potere della mafia è molto più forte di quanto si pensi. Attraverso il pizzo ed il sistema delle tangenti, controlla il territorio, assicurando il lavoro a pochi e togliendolo a molti. Dispone di capitali confrontabili con il PIL di una nazione e, in un momento di stretta creditizia, in cui le banche negano prestiti alle imprese, enormi quantità di denaro devono essere immesse sul mercato e riciclate, rilevando società, costruendo inutili centri commerciali, oppure, attraverso industrie che non esistono e costruzioni che non si realizzano. Opere immani come il ponte sullo Stretto. Quando i capitali non servono più, si dismettono le industrie e la gente perde il lavoro. “La nostra è una generazione colpevole, vi consegniamo un futuro oscuro, di precarietà. Ma ognuno di noi può fare qualcosa. Studiate, associatevi, discutete, informatevi, entrate in politica per cercare di cambiarla dall’interno”, conclude Borsellino che saluta con una preghiera i nomi dei ragazzi che formavano la scorta del fratello: Agostino, Claudio, Emanuela, Vincenzo, Walter. 
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