“Lazzaroni, Napoli sono anche loro”

Camorristi, delinquenti, usurai, scippatori, rapinatori, borseggiatori, ladri d’auto, topi d’appartamento, spacciatori di droga, truffatori. E tutta la varietà di persone che vivono di illegalità, di soprusi, di intimidazioni, piccole e grandi che siano. Sono i Lazzaroni del nuovo libro del prof. Amato Lamberti, edito dalla Graus Editore e presentato a Palazzo Serra di Cassano il 3 maggio. Testo che, partendo da un’analisi storica, fa il punto sulla situazione con cui ogni giorno la nostra città é costretta a confrontarsi: la marginalità e l’illegalità, che, nelle varie forme, rappresentano una costante per la vita di parte del popolo napoletano. 
”Lazzaroni, Napoli sono anche loro”, rappresenta uno specchio su una realtà studiata, osservata e raccontata dall’autore -il prof. Lamberti è docente di Sociologia della devianza e della criminalità presso la Facoltà di Sociologia, nel 1981 ha fondato l’Osservatorio sulla Camorra presso la Fondazione “A. Colasanto”- lungo un arco temporale di circa trent’anni e che mira a produrre cambiamenti e mobilitazioni nelle coscienze dei singoli cittadini, nelle istituzioni, nei giovani.
Prof. Lamberti come nasce l’idea di questo libro?
“Sono circa trent’anni che mi occupo di problemi di marginalità e devianza. La situazione napoletana si presenta da secoli molto particolare dal punto di vista sociologico: un quarto della popolazione vive nell’illegalità e la maggior parte di queste attività sono promosse da organizzazioni criminali. Nel mio libro distinguo tre livelli di camorra: predatorio, il livello più elementare, dove vi è un utilizzo diretto della violenza; parassitario, dove l’attività diventa illegale per legge (la droga è illegale perché esiste una legge che la vieta); infine ci sono le attività legali mascherate: tutto lavoro nero e questo spiega la numerosità delle persone che vivono di tali attività, spesso giovani che di fronte a questa possibilità non sanno dire di no. Tutto questo mondo è costituito da una molteplicità di imprese che in un modo o nell’altro crea economia. Il commercio di droga produce milioni di euro al giorno che vengono distribuiti e che a loro volta comportano tutta una serie di attività illegali”.
Come mai questa situazione riesce a riprodursi nel corso dei secoli?
“A metà Ottocento la camorra era in grado di tirare fuori il cosiddetto ‘oro dai pidocchi’, poi col tempo sono arrivati tutti i traffici: tabacco, droga… Questo fenomeno oggi è così esteso perché c’è una quota consistente di popolazione che fa anche un percorso di formazione all’interno della marginalità: la cosiddetta seconda società. Questa è ormai abbandonata a se stessa, e finisce nelle braccia della camorra – come diceva Compagnone della ‘Mater Camorra’- poiché tutte le risorse sono destinate all’altra Napoli, alla prima società, col risultato che la seconda vive di attività illegali”.
Quali potrebbero essere le modalità di intervento?
“Ottomila persone l’anno sono arrestate a Napoli, nella maggior parte dei casi per reati minori. È il modello di intervento a non produrre risultati. Porta soltanto ad una blindatura della città senza però andare alle reali cause del problema. Bisognerebbe rompere questo dualismo tra prima e seconda società, cercando di non intervenire solo sul benessere, solo su alcune zone della città, ma di investire anche sul malessere con interventi capaci di far recuperare alla seconda società secoli di ritardo”.
Come dovrebbero impegnarsi le Istituzioni?
“Bisogna pensare a nuove forme di Welfare. Non è detto che se si nasce in una famiglia ‘disgraziata’ non si debbano avere le stesse opportunità degli altri. Delinquenti non si nasce, si diventa. Bisogna quindi creare opportunità sociali soprattutto attraverso due interventi: un piano urbanistico e la lotta alle opportunità illegali. Non è semplice, ma via via si può rompere questo circolo vizioso che porta le persone ad orientarsi in modo obbligato alla criminalità”.
Perché questo aiuto concreto tarda ad arrivare?
“Oggi tra i sociologi l’idea dominante è la Teoria della scelta razionale, in cui si analizza la situazione in termini di costi-benefici: per diminuire la criminalità si alzano le pene al limite. Ma il circolo non si rompe. I ragazzi dovrebbero essere presi in carico, guidati verso altre possibilità, ma in una società come la nostra tutto ciò è complicato. Il problema reale non è mettere i giovani in galera ma capire perché diventano criminali. Questo è il punto su cui bisognerebbe realmente lavorare”.
La conversazione con il prof. Lamberti ci fa prendere coscienza di questa nostra realtà, ma, soprattutto, ci spinge a chiederci come mai troppo spesso siamo ciechi rispetto alle situazioni che ci sono davanti. Perché ci sono tanti bambini per strada invece di essere a scuola? Perché tanti giovani scelgono di percorrere la via più facile abbracciando l’illegalità? Perché ci sono troppe poche azioni volte a garantire condizioni di vita migliori per tutti? Perché, pur possedendo le risorse e la volontà, non si riesce a superare la divisione tra le due società? Troppe domande che troppo spesso restano prive di risposte. Perché “la marginalità non sembra essere un problema per nessuno”. 
Nicla Abate
- Advertisement -





Articoli Correlati