“Senza i precari le università dovrebbero chiudere i battenti”

Tre proposte – un’anagrafe dei precari, una carta dei diritti, un canale di formazione autogestita da precari e studenti – per costruire un’altra università. Che demolisca l’organizzazione aziendalistica della ricerca, che promuova la libera circolazione dei saperi, che ponga fine al precariato e alla dequalificazione degli studi universitari. Richieste espresse in un libro di recente pubblicazione, “Intelligenze fuggitive. Movimenti contro l’università azienda” (edito da Manifestolibri, 2005), il cui autore, Gigi Roggero, dottorando al Dipartimento di Sociologia e scienza politica dell’Università della Calabria, ha illustrato nell’incontro-dibattito del 2 dicembre, svoltosi nell’Aula Piovani della Facoltà di Lettere dell’Università Federico II alla presenza del rettore Guido Trombetti, del presidente del Polo delle Scienze umane, Giuseppe Cantillo, e di numerosi ricercatori e studenti degli atenei napoletani. A fare da corollario all’evento, un video intitolato “Precari a tempo indeterminato” a cura del progetto Insu^tv facente capo al nodo partenopeo della Rete nazionale dei ricercatori precari, girato da Mario Martone, ricercatore – precario – di Napoli. Moderatore dell’incontro, Dario Caruso, dottore di ricerca in Filosofia alla Federico II, che spiega così il senso della manifestazione: “Dopo l’approvazione legislativa del Ddl Moratti sullo stato giuridico della docenza, vogliamo fare una riflessione a mente fredda e individuare poi le prossime linee d’azione. Questa serata, inoltre, va anche considerata come un appuntamento politico, perché da oggi bisogna cominciare a ragionare su quale università vogliamo”. 
“Il nostro tempo è qui e comincia ora” recitava uno striscione esposto durante la mobilitazione autunnale di Roma contro il Ddl Moratti: da Napoli, dunque, riparte la protesta dei precari, e lo fa attraverso un libro e un video, un condensato di riflessioni comuni raccolte con la tecnica dell’intervista, “una vera e propria scelta politica – afferma il prof. Cantillo – utilizzata per portare in primo piano soggetti che vivono nell’ombra”. Atenei italiani in bella mostra, spezzoni della mobilitazione generale del 25 ottobre a Roma, volti e voci di giovani uomini e donne – i precari della ricerca – si susseguono sullo schermo nel video girato da Martone nell’ottobre del 2005, mentre il Ddl Moratti veniva definitivamente approvato. Quindici minuti di traccia (disponibili all’indirizzo www.ngvision.org) realizzati all’interno di “Telestreet”, “un tentativo di fare televisione utilizzando un raggio d’azione molto piccolo, un budget economico molto limitato e una tecnologia minima per smontare l’informazione dall’interno, provando così a combattere il monopolio della produzione audiotelevisiva – chiosa il ricercatore napoletano, che aggiunge – vogliamo creare senso più che consenso, vogliamo cioè più persone che facciano tv, piuttosto che guardarla”. 
Il video, dicevamo, fotografa lo status quo della precarietà universitaria nel nostro Paese. “In Italia – riferisce una ricercatrice ripresa da Martone -esistono oltre 50mila ricercatori precari, pari alla metà del corpo docente che lavora all’università”. “Il ricercatore precario – prosegue – è una figura giuridica eterogenea, nel senso che il suo rapporto di lavoro all’interno dell’università viene disciplinato da tipologie contrattuali diverse: assegni di ricerca, contratti a progetto, professore a contratto, ecc.”. Il cahier de doléance interessa molteplici aspetti dell’esser precari. La pensione, per esempio. I contributi pensionistici (che per legge sono previsti solo per i dottori di ricerca) sono affidati alla gestione separata dell’Inps: “Nel nostro caso sono al 19%, vale a dire inferiori rispetto a quelli regolari. Insomma, si rischia di pagare per niente, perché si versa meno di quanto ci spetterebbe con la pensione sociale”. La riforma Moratti ha di fatto cancellato la figura del ricercatore. “L’assunzione a tempo indeterminato diventa, pertanto, più difficile, prolungandosi il precariato. Così facendo – dice un ricercatore alla telecamera – si corre il rischio di perdere fiducia nelle istituzioni, perché non c’è più alcuna tutela per i giovani che vogliono intraprendere la carriera accademica. L’università non può essere gestita come un’azienda, perché appartiene ad una sfera completamente diversa. I precari chiedono di costruire un percorso coerente, che duri un numero giusto di anni durante i quali essere valutati, per poi decidere se procedere o meno con l’assunzione”.
A Cosenza, 627
strutturati e
2.000 precari
I temi trattati da Martone vengono ripresi da Gigi Roggero nel suo libro, “cui va il merito – evidenzia il rettore Trombetti – di aver dato voce ai protagonisti, svolgendo un lavoro sistematico”. “C’è una consapevolezza diffusa – racconta l’autore – secondo cui quello del precariato sia un fenomeno episodico. Oggi, invece, il precariato è un dato strutturale della nostra società e, in particolare, dell’università”. A conferma delle sue parole, snocciola alcuni dati: all’Università di Milano due corsi su tre sono affidati a docenti non di ruolo; nell’Ateneo cosentino, 627 sono i docenti strutturati a fronte di oltre 2000 precari. La Moratti, insomma, non ha fatto altro che regolare un trend in corso. “A ben vedere – commenta l’autore – senza i precari le università dovrebbero chiudere i battenti”. Il testo, secondo il presidente Cantillo, “vive una dimensione di speranza politica. Nel suo libro, Roggero muove una critica al modello attuale di università e della sua organizzazione. A proposito della riforma Moratti, fa notare che, come le precedenti, non parte da investimenti in risorse economiche, ma addirittura mira a ridurle. Per l’autore, ci vorrebbe un modello alternativo di università, una nuova gestione del sapere che faccia emergere nuove soggettività”.
Di qui le tre proposte avanzate da Ruggero, le prime due fortemente sostenute dal nodo napoletano della Rete nazionale dei ricercatori precari: costruire un osservatorio pubblico permanente sui precari nell’università, “sia per il corpo docente che per il personale tecnico-amministrativo”; redigere una carta dei diritti dei precari, “che metta insieme tutele sul reddito, mobilità, servizi, maternità, ecc.”; rendere disponibili fondi per attività di formazione e ricerca autogestite da ricercatori precari e studenti, “perché è proprio attraverso questi canali che passa la formazione individuale”. Tuttavia, secondo Roggero bisogna sganciarsi dall’idea dell’attesa di altre riforme. Punto su cui concorda in pieno il rettore Trombetti: “C’è un filo di continuità tra le riforme universitarie susseguitesi nel corso degli ultimi anni: si vuole cancellare ciò che è da secoli l’università, vale a dire uno spazio libero di formazione delle scienze democratiche. Adesso, invece, si punta a rendere l’università un mero luogo di produzione di laureati, spostando la ricerca al suo esterno”. Per Trombetti, “la situazione attuale non consente ai giovani di darsi una chance: non dà certezze né sul futuro, né sul momento in cui si avrà una pur minima possibilità di scelta”.
Il dibattito a valle dell’incontro ha visto i ricercatori napoletani reclamare risposte alle loro richieste. Sulla faccenda del censimento dei precari alla Federico II, “nulla questio – dice il Rettore – purché svolto in un tempo ragionevole”. Più complicata la seconda questione. I ricercatori respingono l’idea di un “laboratorio clandestino di borse” e chiedono alla Federico II l’impegno di stilare contratti con tutte le tutele del caso. D’accordo l’autonomia, ma la potestà legislativa risiede pur sempre nel Parlamento, la replica di Trombetti, che si appella al dato economico: “Abbiamo pochi fondi, e i posti garantiti costano di più. Dei recenti finanziamenti statali, non dimentichiamoci che il 71% delle risorse è andato alle università del nord (il 20% solo a Milano), mentre il sud ha ricevuto appena il 24,5%”.
Non solo ricercatori ma anche studenti tra il pubblico della manifestazione di dicembre. Anna è al terzo anno di Lettere. “I contratti a tempo determinato – sostiene – non solo non danno sicurezza per il futuro, ma non consentono neanche di trovare alternative occupazionali. Questa forma di precarietà diventa classista, perché solo se hai le spalle coperte, puoi permetterti di andare avanti”. Nicoletta, ultimo anno della Specialistica in Filologia moderna, ammette: “Sono qui perché aspiro ad entrare nel mondo accademico. Mi spaventa il fatto di non essere riconosciuta come entità sociale. Soprattutto mi domando: come si fa a vivere senza alcun tipo di sicurezza economica?”. 
Paola Mantovano
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