A Medicina “se pronti a sacrificare anche il tempo libero”

“Non ho mai avuto grosse difficoltà, però non mi sono mai concesso riposo tra un esame ed un altro”, afferma Daniele Vecchione, studente del VI anno di Medicina tornato da pochi giorni da una vacanza-studio in Ungheria prima di affrontare il rush finale (si laurea ad ottobre), dove ha scelto di trascorrere il mese di agosto partecipando alla vita ospedaliera del posto. Daniele, 25 anni, si è aggiudicato vitto e alloggio gratuiti classificandosi quinto nella graduatoria del concorso SISM (Segretariato Italiano Studenti di Medicina), stilata sulla base degli esami dell’anno di frequenza e del grado di conoscenza dell’inglese. 
“I primi anni è sconfortante, sembra di studiare inutilmente. Ti chiedi: “Ne sarò capace?” Poi il sesto anno si arriva a capire qualcosa…” dice Daniele che svolge il suo internato a Neurochirurgia e presta servizio in sala operatoria come terzo chirurgo. “Mi fanno fare attività di reparto con responsabilità proporzionata a quello che so fare. Poi dipende anche dai professori: alcuni tendono ad affidare molti compiti agli studenti, altri ti fanno fare poco o nulla”. 
Dal quarto anno è previsto un tirocinio in tutte le materie necessarie a diventare un medico di base, in più c’è l’internato, ossia bisogna frequentare un reparto nella disciplina scelta per la tesi ed in cui ci si potrebbe successivamente specializzare. Tende, però, a cadere l’obbligo di frequenza alle lezioni, perchè occorre recarsi due, tre volte la settimana in reparto oltre che prestare servizio come interno, secondo modalità stabilite dallo studente in accordo con il professore di riferimento.
“Non si ha più una vita privata – avverte Daniele – Agli amici che vogliono fare Medicina dico sempre che bisogna sentirsi pronti a sacrificare il proprio tempo libero. Sono due anni che non esco il sabato sera. Ovviamente la mia è un’esagerazione, ma è necessaria se mi voglio laureare in tempo. O ce la si sente di fare questa vita o è meglio lasciar perdere. In sala operatoria io a prima mattina entro assonnato ed esco però pieno di adrenalina”.
Ci sono esami difficili come Farmacologia o Anatomia, la cui ultima prova scritta è stata superata da appena 17 dei 180 candidati. “Lo scritto a risposta multipla presenta delle domande a trabocchetto – mette in guardia il futuro chirurgo, che ha passato l’esame di Anatomia al primo tentativo. Eppure la prima volta che ha fatto il test d’ingresso a Medicina non è riuscito a entrare, e l’ha riprovato dopo un anno a Scienze biologiche. Tra gli esami che lo studente ricorda con più piacere quello di Medicina interna. 
Anche le ferie servono per ‘perfezionarsi’: Daniele è stato in vacanza in Svezia, Ungheria, Francia ed Inghilterra, ed invece di andare in giro per turismo chiedeva di assistere all’attività dei medici negli ospedali universitari. “Io non ero capace di fare nulla ripetto agli studenti del posto, ma conoscevo molto meglio la teoria” racconta. Un’esperienza del genere serve ad allacciare rapporti, stringere amicizie, ma soprattutto ad allargare le conoscenze. “Il Policlinico Universitario, ad esempio, è pieno di studenti e medici di altri paesi che vengono ad aggiornarsi su tecniche differenti. Ne ho conosciuti alcuni che provenivano da paesi lontani quali il Giappone o il Brasile. E’ un modo per viaggiare, per imparare le lingue ed ampliare i propri orizzonti”.
Ma qual è il momento più intenso che ti ripaga dei tanti sacrifici? “Quando ti capita un’urgenza e salvi una vita è una cosa favolosa. E’ un po’ come nel telefilm ER.” Ma ER non esagera? “La realtà è più esagerata della fiction. Al Pronto Soccorso del Cardarelli ho fatto molte notti quando avevo tempo, magari subito dopo un esame. E’ un lavoro frenetico, non c’è mai un minuto di riposo. Io osservo i medici come facevano le diagnosi e davano le terapie e prendevo appunti. Mi davano anche piccoli compiti, per esempio mettere i punti”.
Daniele sottolinea come sia importante prendere coscienza della differenza tra la pratica e lo studio, perché non esiste il paziente tipico indicato dal libro. “Il malato a volte può avere sintomi totalmente diversi da quelli prescritti dal manuale. E’ una sfida con se stessi. La meraviglia è in questo. Capire la malattia, avere la soddisfazione di aver studiato bene, oltre, ovviamente, ad aver salvato una persona”. Ricordi il primo contatto con un paziente? “Certo, ero in Chirurgia per una semplice varicectomia ed alla vista del sangue sono svenuto. Poi ci si fa l’abitudine. A furia di vedere sangue sangue sangue, si mettono anche le mani nella cavità addominale quando si è costretti”.
Passa la professoressa Carmela Peca, neurochirurgo: “Ciao dottoressa!”, Daniele esclama.  “Dopo un po’ si diventa una famiglia – spiega – Si va a mangiare assieme, si organizzano cene con i professori e gli infermieri. Li vedo per 18 ore al giorno, la mia famiglia invece solo la sera. La collaborazione con i colleghi è fondamentale, questo è un lavoro di squadra. Puoi lavorare individualmente solo se fai il clinico in un tuo studio privato. In sala operatoria è importante lavorare bene con l’équipe. Non esistono eroismi, non esiste alcuna intraprendenza personale, tutto deve essere sempre pianificato prima”. La parte più difficile è però avere a che fare con gente che soffre.“Ovunque c’è gente che soffre è uno strazio, ma bisogna rimanere distaccati pur capendo la sofferenza. Dopo un po’ si diventa freddi. Deve essere così, altrimenti si cade in depressione”.
Manuela Pitterà
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