Concorsi: “nei primi 50-60 posti, i laureati del Federico II”

Scegliere Giurisprudenza “significa iscriversi ad una Facoltà molto antica che oggi si colloca ad un giusto livello di severità, cioè chiede ai suoi studenti un impegno coerente con la sua tradizione. I docenti non hanno interesse ad essere severi, hanno interesse solo a mantenere alto il livello degli studi. Del resto non è un caso se ai concorsi in magistratura, avvocatura e notariato i primi 50-60 posti e, si badi, non i primi 5 o 6 ma i primi 50-60, sono sempre occupati da studenti napoletani usciti da questa Facoltà”, afferma il prof. Vincenzo Patalano.
A sostegno dell’alto livello degli studi, il prof. Patalano ricorda “da questa facoltà sono usciti 3 o 4 Presidenti di Corte Costituzionale, l’ultimo dei quali è stato Casavola, e moltissimi giudici. Tanti altri colleghi sono poi presenti in numerose sedi istituzionali, italiane ed europee”.
Sembra un po’ strano ‘uno spot’ a favore di una Facoltà, che ha così tanti iscritti da far cadere le braccia… “Se da noi continuano a iscriversi circa 3000 nuovi studenti l’anno, nonostante la presenza sul territorio di altri quattro Atenei, significa che continuano a preferirci. E di questo non ci si può lamentare. Credo che andrebbe migliorata l’accoglienza che riserviamo ai neo-iscritti che molto spesso avvertono un forte contraccolpo al momento dell’entrata, in tal senso qualcosa si sta già facendo. Per esempio, negli ultimi due anni la Facoltà ha bandito 30-35 nuovi posti di ricercatore che ha significato poter disporre di personale professionale e qualificato al servizio degli studenti, in sostituzione di quei pur volenterosi avventizi che prima affollavano i dipartimenti. Un altro aspetto importante, poi, è stato il sensibile abbassamento dell’età media dei professori. Tanti nostri studenti di ieri sono oggi validissimi docenti, in questo modo abbiamo inteso dare una immagine più giovane ed ‘avvicinabile’ della Facoltà”.
Chi sceglie oggi questo corso di studi lo fa consapevolmente o si fa ancora influenzare dai vecchi luoghi comuni duri a morire, del tipo “non so cosa altro fare dunque vado a Giurisprudenza”? “Resiste in alcuni una idea molto vaga di questo corso, magari una idea trasmessa da altri o frutto dell’innamoramento ad un modello ‘cinematografico’ di Pm, avvocato o giudice. Un certo numero di persone non sa cos’è veramente l’impegno negli studi giuridici. Ritengo che per combattere questo fenomeno si debba insistere molto sull’orientamento e, magari, pensare a delle pre-iscrizioni valide un mese, nel quale i ragazzi possano seguire alcune lezioni di prova e rendersi conto di ciò che li aspetta. Così quando si iscriveranno lo faranno consapevolmente”.
La struttura. Quanto è accogliente oggi la Facoltà? “Abbastanza anche se è ovvio che con tanti iscritti c’è sempre bisogno di nuovi spazi per la didattica. Al Centro Storico ormai è difficile reperirli, dobbiamo consolarci con le nuove strutture nascenti che sono il fiore all’occhiello dell’Università. Tra poco sarà inaugurata la nuova grande Biblioteca di area umanistica a S. Antoniello a Caponapoli e presto sorgerà una nuova Giurisprudenza a S.Giovanni a Teduccio, in coabitazione con la Facoltà di Ingegneria”.
Veniamo ad una questione molto delicata, quella degli sbocchi occupazionali. Quali sono le alternative lavorative per chi esce dall’Università dopo il triennio e quali quelle per chi consegue la Laurea magistrale? “Per chi consegue la laurea magistrale non è difficile rispondere. Oltre alle tre professioni maggiori –avvocatura, magistratura, notariato-, li attendono impieghi nell’alta dirigenza dello Stato, la dirigenza generale di un Ministero o di una ASL, la carriera di Ambasciatore o i ruoli della Contabilità di Stato, della magistratura amministrativa, del TAR, della Corte dei Conti. Ben più difficile è stabilire quali sono gli sbocchi per i triennalisti. Credo che quella laurea sarà presto sopravanzata dalla nuova riforma”.
Con il professore, il discorso poi scivola sui nuovi modelli didattici. “Oggi il vero problema degli studi giuridici è quello di renderli adeguati alle richieste della società civile. Si dovrebbe, cioè, cercare una saldatura tra le materie culturali e l’attività professionale, attualizzando sempre di più l’insegnamento”.
Il professore si è reso protagonista lo scorso anno di un interessante esperimento: ‘processo ad Otello’ (un processo storico di fantasia ‘simulato’ dai ragazzi del corso di Diritto penale che hanno organizzato, con l’aiuto dei docenti, difesa, accusa e corte giudicante). “Abbiamo lavorato tantissimo ma la soddisfazione per il risultato ottenuto ci ha ripagati in pieno. Mettere una platea studentesca alle prime armi a preparare un processo in pochi mesi, seguendo alla perfezione il codice di procedura penale, è stata una sfida. A volte ci riunivamo al Rettorato fino alle dieci di sera. Sono le iniziative come questa che servono a formare i professionisti preparati e competenti del domani”. Spiega il professore “prima che entrasse in vigore il sistema del 3+2 dedicavo tutta la parte iniziale del corso alla teoria e solo dopo procedevo con gli approfondimenti. Oggi ho scelto di trattare prima la giurisprudenza, i cosiddetti casi pratici, e poi la teoria. Perché ho capito che lo studente viene catturato maggiormente dal caso pratico, allora conviene che cominci da lì. Del resto, forse, è giusto così. Trovo assurdo che oggi un allievo di Giurisprudenza, pur ben preparato sui libri, apra un giornale o veda un telegiornale e non sappia cosa sia una truffa. E visto che accade lo stesso quando seguono un processo penale in tv, meglio farglielo fare, sul campo…”.
Il processo ad Otello avrà un seguito. L’anno prossimo si rifarà un processo vero preso dagli archivi del Tribunale di Napoli oppure un altro di carattere storico, forse il Mercante di Venezia. E non è finita qui. Da segnalare altri interessanti appuntamenti nel prossimo autunno, in primis due seminari sul terrorismo internazionale ed uno sul riciclaggio di danaro. “Lo sforzo comune a tutte queste attività è portare l’Università ‘fuori’, un po’ come faceva Aristotele con la sua scuola peripatetica” conclude il professore.
Marco Merola 
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