Dalla rete telegrafica alla rete virtuale

Telegrafo e telefono sono stati i protagonisti della conferenza dal titolo “Quando le vecchie tecnologie erano nuove: la nascita delle telecomunicazioni” che il professore Ovidio Bucci, ordinario di Campi Elettromagnetici alla Facoltà di Ingegneria della Federico II, ha tenuto il 6 aprile al Centro Congressi di via Partenope nell’ambito del ciclo “Come alla Corte di Federico”.
Introdotto dal Rettore Guido Trombetti come uno dei pochi accademici che “oltre ad essere un brillante ingegnere è anche un eccellente matematico”, il professor Bucci ha esordito affermando: “quando il Rettore mi invitò a tenere una lezione in ambito storico, mi posi il problema di evitare il rischio di essere aneddotico”. Bucci è riuscito nel suo intento sottolineando “la stretta interconnessione tra sviluppo scientifico, tecnologia e società”, e  mostrando l’impatto sociale delle scoperte, nonché le forme con cui esse hanno modificato il modo di concepire le comunicazioni.
Quella che si ebbe nel corso dell’800 è stata, ha spiegato Bucci, “una rivoluzione tecnologica simile a quella in corso oggi” e, come quella attuale, ha trasformato le modalità di interrelazione a distanza.
“Imprevedibile e molto differente fu la risposta del pubblico nei confronti delle due grandi innovazioni del secolo”, afferma il professor Bucci. Al grande successo della realizzazione del primo cavo telegrafico transatlantico che collegò Irlanda e Terranova nel 1858, fa da contraltare la diffidenza iniziale con cui fu accolto alla fine degli anni ‘70 il nuovo “telegrafo musicale”, ovvero il telefono. Se il cavo sottomarino lungo 4000 km fu considerata l’ottava meraviglia del mondo, trasportato in processione per New York e riprodotto in innumerevoli souvenir, il telefono fu invece visto con ironia dalla Società Telegrafica statunitense che si rifiutò di comprarne il brevetto perchè “non interessata a tali giocattoli elettronici”. Pessima fu l’accoglienza del nuovo apparecchio da parte degli uomini d’affari della City londinese che si rifiutarono di trattare senza il contatto visivo con l’interlocutore, cosicchè nella capitale inglese i primi telefoni furono collocati nei ridotti dei teatri per consentire di seguire lo spettacolo a chi non aveva trovato posto all’interno. 
Il professor Bucci narra che, nonostante l’iniziale diffidenza, a fine ‘800 le strade di tutte le grandi città erano già invase da fili aerei del telefono, del telegrafo e dell’elettricità.  L’aspetto delle vie cittadine fu trasformato da una rete di collegamenti che precorse l’analoga rete virtuale diffusasi appena un secolo dopo.
Al termine della conferenza il professor D’Alessio ha dato il senso della fama internazionale del relatore con un ricordo personale: “quando negli anni ’70 frequentavo scuole e congressi in Inghilterra per capire cosa avrei fatto da grande, i colleghi inglesi mi chiesero perchè mai mi rivolgessi loro quando avrei potuto porre le stesse domande a Ovidio Bucci che era a Napoli!”. 
L’omaggio è stato, però, interrotto da un disturbo del microfono commentato scherzosamente dal professor Bucci: “le tecnologie di una volta, quelle sì che funzionavano!”
Ristabilito l’audio, il professor D’Alessio ha chiesto quanto facciano effettivamente male le onde elettromagnetiche. “Per nulla – ha risposto Bucci – a meno che non ci si metta proprio davanti ad un radar. Quelle che fanno male sono le onde delle televisioni libere che trasmettono senza controllo”.
“No no, per carità! Mediaset è peggio…” ha obiettato in conclusione il Rettore.
Manuela Pitterà
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