Dalla Scuola di Murat al Politecnico mancato

Ripercorrere la storia della Scuola di Ingegneria Napoletana serve a metterne a fuoco le radici e le caratteristiche per guardare in maniera più consapevole al futuro. In quest’ottica Luigi Nicolais, Vicepresidente della VII Commissione Cultura, Scienza e Istruzione Camera dei Deputati, durante l’incontro del 4 marzo ricorda: “La Scuola di Murat smilitarizzò la formazione dei funzionari addetti alle opere pubbliche. Significò garantire libertà di accesso dei borghesi alle professioni e passare dalla coartazione alla concorrenza per l’attribuzione degli incarichi”. Sin dall’inizio, dunque, l’ingegnere è funzionale ai bisogni della collettività: “Gli viene chiesto di smontare le incertezze del sapere e normalizzare procedure e scelte. Ma è un uomo di squadra che interagisce con altri saperi”. Il Rettore Gennaro Ferrara precisa che già 200 anni fa “c’era un approccio eterogeneo alle diverse discipline finalizzate alla formazione di un professionista molto richiesto dalle attività produttive. E ancora oggi il laureato in Ingegneria è quello che trova più facilmente lavoro”. A tracciare un excursus della figura professionale dallo scienziato-artista all’ingegnere contemporaneo è il prof. Alfredo Buccaro: “Fino al Medioevo non c’era distinzione tra chi si occupa dell’arte di costruire: ingegneri, architetti, tecnici militari, idraulici.  Quando Murat nel 1811 istituì la prima Scuola in ambito civile, i requisiti per esservi ammessi erano la conoscenza di matematica, statistica, latino, francese, storia e disegno dal vero”. Il Preside della Facoltà di Architettura Claudio Claudi de Saint Mihiel ricorda la fondazione comune delle due Scuole: “le affinità culturali sono marcate, ci sono anche molte sovrapposizioni in ambito professionale. In vista di una radicale riorganizzazione, soffermarsi a ripercorrere le esperienze passate può sollecitare la riflessione per ipotizzare nuovi scenari e valutare le eccellenze di entrambe le Facoltà. La figura dello scienziato/artista può ridiventare attuale”. 
Tutti i relatori concordano sul fatto che, quando nel 1935 a Milano e Torino nacquero i Politecnici, per Napoli si trattò di un’occasione mancata. Nel 2009 l’idea del Politecnico è rinata ma è stata spazzata via dal Decreto Gelmini.  “Il Politecnico è un grande rimpianto ma bisogna andare avanti – afferma l’Assessore Cosenza – I due Politecnici del nord tendono a fare asse comune. Al Sud bisogna contrapporre una rete regionale per non perdere il passo. Altrimenti saremo destinati a perdere non solo i laureati ma anche gli studenti”. Il prof. D’Apuzzo si augura che la Facoltà “abbia la forza di portare elementi di innovazione nell’organizzazione dell’Ateneo, che operi in modo propositivo per integrare le diverse competenze anche in un’ottica regionale”. Per il Preside Salatino la nuova sfida è la creazione di una Scuola Politecnica, intesa come “larga integrazione di competenze tecnico-scientifiche orientate alle tecnologie”. E Trombetti conclude: “Questa è la stagione in cui tutte le forze della cultura devono fare sistema per consentire lo sviluppo, altrimenti saremo condannati a diventare marginali”.
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