De Angelis: “il 50 per cento va male agli esami”

“All’inizio del corso dice: ‘la matematica la sappiamo io, Dio e Pitagora’. Pitagora? Mah, forse non dice proprio Pitagora, forse è un altro matematico dell’antichità…”. I ragazzi del nuovo ordinamento parlano del prof. Pasquale Luigi De Angelis, docente di Matematica generale al corso di Management delle imprese internazionali (MII), attingendo a leggende metropolitane che si intrecciano con l’esperienza dei fratelli maggiori iscritti al vecchio ordinamento. “C’è una media di venti persone su quattrocento che supera l’esame a ciascun appello”, dice Michele E., studente al secondo anno di MII.
L’eco della fama di severità del prof. De Angelis rimbomba tra le aule della Facoltà di Economia e moltiplica il reale numero di insuccessi agli esami, che però è effettivamente alto. E’ lo stesso professore a dirlo: “c’è almeno un 50% di studenti che agli esami va male, consegna compiti praticamente in bianco e della materia non ha capito niente. Inoltre metto la mano sul fuoco che l’80% di loro si presenta alle prove senza aver mai preso in mano un libro”. La chiave del problema, dice, sta in quell’alienità dal testo di matematica: “la gran parte degli studenti non hanno mai aperto un libro in vita loro”. Lapidario, il professore sintetizza: “non studiano”.
Una studentessa
“Ho sostenuto
l’esame 6 volte”
A questa affermazione si potrebbe obiettare con le parole di Luisa F., iscritta al terzo anno fuori corso di Economia del turismo, che si è cimentata nella prova scritta di matematica per ben sei volte, senza mai riuscire a superarla: “ormai mi mancano solo l’esame di Matematica e quelli per i quali è propedeutico: Statistica, Matematica finanziaria e Statistica del turismo. La mia docente è la prof. Perla, ma la commissione che elabora e corregge i compiti è la stessa del prof. De Angelis. Non si scappa, studi e studi, ma vieni sempre bocciato, non si capisce cosa vogliano i professori. Al ricevimento ci sono andata un sacco di volte ma non serve a niente; gli esercizi li faccio, ma quando poi si tratta del compito in aula è sempre un disastro: basta un minimo errore di forma e loro non continuano neppure a correggere…”.
Vecchio ordinamento
“Sono stanchi
e demotivati”
Un’obiezione così, però, De Angelis la neutralizza in poche parole, chiare e concise, che sembrano sottintendere un “eccolo là, lo studente del vecchio ordinamento!”. Con tutto il rispetto, ma gli allievi della quadriennale si riconoscono subito per delle precise caratteristiche. “Sono ragazzi che si ritrovano oggi almeno cinque anni fuori corso, demotivati e stanchi. Hanno conservato Matematica come ultimo esame e sono bloccati per quelli collegati. Nel loro caso la funzione della materia si è del tutto persa. Gli sarebbe servita per affrontare nel modo giusto esami paralleli, come quelli economici, che invece hanno già abbondantemente sostenuto, e vanno avanti così, tanto perché l’esame di Matematica lo devono fare per forza. Vogliono laurearsi, ed è giusto, ma la loro situazione è molto problematica”. A disposizione di questi studenti c’è naturalmente l’orario di ricevimento dei professori e, in più, esclusivamente per loro si tiene una volta al mese, il venerdì che precede la data d’esame, un’esercitazione “di rodaggio”. Secondo quanto sostiene il prof. De Angelis, tuttavia, questo serve a ben poco. “Vengono al ricevimento e dicono che non ce la fanno, non ci arrivano. Hanno 27- 28 anni, sono disabituati allo studio della matematica, però devono concludere. Gli risponderei: e allora? Cosa possiamo farci noi? E’ accettabile che un laureando dica di non essere più abituato allo studio di una materia, perché è arrivato ad una certa età e non riesce più a mettersi sui libri? Penso che sia un discorso amorale. Su questi presupposti verranno fuori laureati che non servono alla società”. Ma dov’è l’errore? Perché i ragazzi dicono di impegnarsi e poi non riescono a superare l’esame? “Perché, ripeto, in realtà o non studiano affatto, oppure se studiano lo fanno in maniera meccanica e acritica. Sanno calcolare un limite ma se gli si chiede qual è il suo significato non sanno rispondere. Per loro studiare significa fare 70-80 esercizi nella speranza di trovarne di simili nella prova scritta, senza aprire il libro e senza sapere nulla della teoria, perdendo inutilmente un sacco di tempo. La matematica non può essere studiata senza passare per i suoi perché”.
La prova scritta
è complessa
Gli studenti del vecchio ordinamento sostengono che la prova scritta è complessa e che il tempo concesso per svolgerla è troppo breve. Dicono: cinquanta minuti per un compito composto da cinque quesiti. Una funzione, un integrale indefinito, una matrice, un polinomio di Taylor e un calcolo di infiniti infinitesimi. “E’ la testimonianza diretta del fatto che non sanno di cosa parlano. Un esercizio su una matrice? Io non do alcun esercizio su matrice perché non esiste, assegno invece la risoluzione di un sistema lineare per la quale vanno usati gli strumenti dell’analisi matriciale. Parlare di esercizio su una matrice è come dire che un tema è un esercizio sull’alfabeto”. Il professore afferma che non c’è niente di complesso nei compiti assegnati in aula: “lo scritto è la naturale conseguenza delle informazioni fornite al corso, se lo studente ha studiato e ha capito, riesce a svolgere gli esercizi automaticamente, poiché essi non contengono particolari elementi di difficoltà o trabocchetti. Addirittura ciclicamente riproponiamo gli stessi esercizi. Il fatto è che chi non ce la fa a superare la prova due, tre, quattro volte, non ce la fa mai. E’ perché non ha capito niente e noi ce ne accorgiamo subito, basta avere di fronte un compito disordinato e già ci si rende conto che le cose non vanno bene. La pulizia del compito è anche pulizia mentale. Conservo tutti gli scritti di chi non ce l’ha fatta, spesso si accomunano per questa caratteristica”. Oltre a quelli che non studiano o studiano male, ci sono anche coloro che non hanno gli strumenti matematici che gli consentirebbero di superare la prova, “studenti che, evidentemente raccomandati, non hanno fatto una vera maturità superiore e non conoscono neppure le regolette algebriche elementari che si dovrebbero studiare alla scuola media inferiore”. Un caso quasi disperato: “teoricamente non dovrebbero stare all’università. Spiegare a loro è come spiegare a qualcuno che non sa leggere e scrivere. Se gli espongo un  racconto, ascoltano e comprendono però poi non possono farne un tema, non perché privi di idee ma perché privi di strumenti”.
Si studia
giorno per giorno
Il quadro sembra apocalittico. In uno scenario fatto di laureandi stagionati e allo stremo che non vogliono impegnare le ultime forze nello studio di una materia che trovano al di sopra delle proprie capacità, diplomati non maturati che non sanno far di conto e soggetti inabili alla consultazione di libri di testo ma inclini esclusivamente all’esercitazione sterilmente meccanica, l’ultima speranza pare essere rappresentata dalle giovani leve del nuovo ordinamento. E neppure. “La matematica del nuovo ordinamento è completamente diversa da quella del vecchio – dice il professore- quest’ultima era più approfondita ed era una materia professionalizzante. Il Ministero aveva stabilito che con il superamento degli esami di Matematica generale e di Matematica Finanziaria, nel vecchio ordinamento, si sarebbe potuto insegnare negli istituti superiori dove la matematica è una disciplina applicativa, come gli istituti tecnici e la ragioneria. Già solo questo dovrebbe far capire ai ragazzi fuori corso l’importanza di questa disciplina e motivarli di più. Con il nuovo ordinamento le cose cambiano, la matematica è trattata in maniera più superficiale, con un numero di ore di didattica minore. Un’impostazione nuova che è frutto di una precisa scelta culturale. Eppure il risultato non cambia, per le ragioni che ho già detto. I nuovi studenti appartengono alla stessa società dei loro fratelli maggiori”.
In genere si sente dire che chi segue corsi e precorsi è agevolato nello studio e nei risultati. Anche su questo punto però il prof. De Angelis ha qualcosa da ribattere. “Una buona parte di chi viene al corso non segue ma semplicemente partecipa. I ragazzi si mettono lì a prendere appunti che poi pensano di studiare alla fine, e sbagliano. Io vado avanti ma loro dimenticano quello che ho spiegato il giorno prima. Tuttavia continuano a venire lo stesso a lezione perché tanto il corso dura solo due mesi e non vanno in depressione. Oggi c’è più affluenza e meno fuga perché il corso non è più annuale e ci si scoraggia meno, si tira fino alla fine dei due mesi anche se si è capito che non si è capito niente”. Morale? “Vanno bene solo quelli che la mattina vengono a lezione e il pomeriggio stesso studiano quello che ho detto. E si badi, non ci vuole più di una mezz’oretta per tornare su quanto ho spiegato in due ore. Insomma, la matematica si studia giorno per giorno”.
E’ vero che la conosce solo lei e Dio? “Mai detta una cosa del genere, quella è una frase attribuita ad un assistente di Caccioppoli. Si dice”.
Sara Pepe
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