Docente a 1.280 euro l’anno

36 anni, laureato da 10, di estrazione sociale popolare, sposato e con una figlia che dovrebbe nascere a giugno, numerose esperienze internazionali, dottorato di ricerca conseguito a 29 anni, poi assegni internazionali di ricerca, è tuttora “ricercatore precario” al Federico II, ed ora docente “con contratto annuale” alla Facoltà di Lettere di 1.280,00 euro l’anno (poco più di 100 euro al mese), per un corso da 150-200 studenti, comprendente lezioni, esami e tesi di laurea. C’è qualcosa che non va, è l’anomalia del sistema universitario attuale, colpa dei tagli del governo agli atenei o è il prezzo di avere corsi di successo invidiati dai “docenti strutturati”? Forse un po’ tutto. A parlarne è il dott.-prof. (anche se a contratto) Claudio Franchi. 
“La precarietà
come normalità”
Come fa a vivere? “Spesso, a noi ricercatori-precari, 70.000 in tutta Italia divisi su una settantina di atenei, capita, per sopravvivere, di dover fare più lavori in contemporanea: una docenza a contratto in un ateneo, un assegno di ricerca in un altro (circa 800/1.000 euro al mese, ma non sempre capita) o un contratto di tre-sei mesi da un’altra parte. E l’anno successivo non sai se sarai rinnovato nello stesso ateneo o facoltà. O eventualmente andrai su un’altra disciplina di cui quella facoltà o quell’ateneo ha più bisogno o ha un buco da coprire, o è una cattedra che non vuole proprio nessuno”. “Non veniamo licenziati, ma non rinnovati, questa la formula assurda. Per gli studenti i danni sono enormi: assenza di continuità didattica per almeno un anno accademico – chi non riesce a sostenere l’esame entro dicembre, agli esami tra gennaio e marzo, si troverà un altro docente -; impossibilità a farsi seguire una tesi di laurea; hanno a lezione un docente che può essere a disposizione solo un numero limitato di ore, perché per campare deve fare più lavori”. Più lavori: “ma sempre senza ferie, malattia, trattamento di fine rapporto, maternità per le donne”. “Se questi atenei tengono, anche se in via precaria, per 10 anni, migliaia di noi non contrattualizzati un motivo ci sarà? – Si chiede – Hanno bisogno di noi, o forse siamo anche un po’ bravi”.
“Se non si cambia
fra due anni vado a Londra”
 “Ma se entro due anni la mia situazione non cambia, e mi dovessero rinnovare il contratto di ricerca scaduto in Inghilterra, parto per Londra con moglie e bambino e non torno più”. Anche se, ammette, “dopo essere stato a Parigi, Olanda, Londra, per 4-5 anni, mi farebbe molto piacere restare nel mio paese e preferibilmente a Napoli”. La sua colpa? “Amare l’insegnamento universitario e la ricerca, avere corsi molto apprezzati dagli studenti, al punto che per uno di questi – Filologia Romanza – quando hanno saputo che non mi era stato rinnovato il contratto ed avrei dovuto lasciarli, è partita una petizione spontanea con raccolta di firme, inviata al Preside”. Ancora: “altra colpa? Essere, come molti miei colleghi nella stessa condizione, di estrazione sociale popolare o medio bassa, però comunque giunti ai livelli alti dell’istruzione, senza che per noi, non garantiti, fosse stata prevista alcuna cattedra o certezza di futuro”. E dunque, tanta gavetta: “studio, lezione e ricerca in contemporanea, intuizioni che ti giungono alle due di notte”, con colleghi che di giorno insegnano da precari all’Università e per mantenersi lavorano poi in pizzeria o in studi professionali (per quelli di giurisprudenza). “Che tristezza, c’è di tutto nella nostra categoria. Ma forse è anche l’Università che proprio non ci vuole, né fa molto per trattenerci. Ma vi pare normale che lo Stato Italiano, dopo aver speso decine di milioni per farci studiare e laureare, poi ci lasci andare via ad arricchire culturalmente e scientificamente un’altra nazione che ci offre più opportunità?”. 
Contrari
all’ope legis
“I poli-precari della ricerca” vengono definiti. Amati dagli studenti, con corsi affollati – “eppure bocciamo tanto, perché ai ragazzi, nonostante la nostra precarietà professionale e il poco tempo che possiamo didicare, chiediamo anche tanto e loro per questa serietà ci stimano” –. Come categoria sono: “contrari all’ope legis, l’essere messi in cattedra per maturata anzianità. No, noi valiamo e perciò vogliamo essere valutati. Se non siamo all’altezza ci buttino fuori. Ma nella chiarezza. Questo sistema di rinnovi di contratto episodici e quasi elemosinati, dopo qualche anno non sono più giustificati: le Università sono istituzioni pubbliche, non caporali di giornata”. Franchi ha anche ultimato un secondo libro, in pubblicazione questa estate con un editore torinese. “Evidentemente varrà qualcosa” afferma. E i rettori? Come valutano questa situazione? Di recente Trombetti si è fatto pubblicamente mediatore per un tavolo di confronto con l’Assessore regionale all’Università Teresa Armato. “È vero. Bisogna darne atto. E in questo tavolo il confronto si è avviato. Ma intanto gli anni precedenti, non pochi, sono trascorsi finora invano per centinaia di noi. Noi ricercatori precari del Federico II appoggeremo il rettore Trombetti. Nella speranza che passi dalla ferma volontà di sostenerci del primo mandato, alla concretezza di una soluzione. E così anche per gli altri rettori candidati alla SUN e all’Università di Benevento”. “Perché, certo, nelle università tutti hanno le loro legittime aspettative, dai ricercatori ai professori associati, ma anche noi, oggi più di tutti, abbiamo diritto ad una vita normale”.   (P.I.)
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