Giovanna Coscia, 29 anni, laureata a Napoli, neo avvocato della Banca d’Italia

Dopo una chiacchierata con lei ci si sente più ottimisti. È una persona che infonde fiducia, che dà coraggio, una di quelle che quando ti parlano sembrano volerti dire: “se ce l’ho fatta io, puoi farcela benissimo anche tu”. Ma basta dare una scorsa al suo curriculum per capire che un po’ speciale lo è davvero. Giovanna Coscia, originaria di Montemarano in provincia di Avellino, è un classico esempio di laureata brillante, nata e cresciuta nella scuola di studi giuridici della Federico II. Laurea conseguita nel marzo del 2001 con una tesi in Diritto Civile dal titolo “Il principio del consenso traslativo”, pratica notarile dal 2001 al 2003, pratica forense, dottorato di ricerca in Diritto dei Rapporti Economici e di Lavoro, collaboratrice della cattedra di Diritto Civile del prof. Biagio Grasso e, infine, avvocato della Banca d’Italia. “Ho superato il concorso in Banca d’Italia in maniera un po’ inaspettata – dice -. A novembre 2005 ho sostenuto la prova scritta del concorso notarile, che è quello per il quale studio da quando mi sono laureata. Nel frattempo però era in corso la procedura in Banca d’Italia, velocissima e trasparente: bando a febbraio 2005, preselezione sulla base del voto di laurea e dei singoli esami, scritti a giugno 2005, risultati degli scritti a ottobre e orali dopo circa un mese”. Quattro i posti a disposizione per un concorso che viene bandito all’incirca ogni cinque anni, Giovanna Coscia è risultata prima agli scritti e tra i primi nella graduatoria finale. Un particolare va sottolineato: il neo avvocato della Banca d’Italia non ha ancora compiuto 29 anni. La spiegazione del successo, dice, sta nell’ottima formazione ricevuta nella Facoltà di Giurisprudenza federiciana. “Quando la didattica era impostata in un certo modo si usciva da queste aule con una forma mentis molto aperta, non solo dal punto di vista giuridico”. Da allieva del Corso di Laurea quadriennale, l’avv. Coscia afferma che “probabilmente la pecca di quel sistema era un eccesso di accademismo”, ma come tutor nell’era del 3+2, visto che ha collaborato nella didattica come assistente di Diritto Civile, sostiene che “l’attuale tentativo di creare un equilibrio tra l’impostazione dogmatica e quella pratica non sta avendo l’effetto sperato, forse perché non appartiene alla nostra tradizione”. Nel nuovo come nel vecchio ordinamento didattico, però, la cosa importante è “vivere intensamente l’università, frequentare i corsi, i seminari, non chiudersi in casa davanti al manuale, perché è fondamentale il confronto con i colleghi e i docenti”. Ha fatto qualche rinuncia per raggiungere i bei traguardi di questi anni? La risposta non è immediata, l’avvocato ci pensa un po’, sembra quasi che all’inizio non le venga in mente niente. Ha avuto una vita tranquilla, studiato sì, ma senza rinunciare ad uscire, andare al cinema, coltivare interessi. Poi, ecco la risposta: “io non ho lavorato, mi sono dedicata soltanto allo studio. So che ci sono molti studenti che durante l’università lavorano anche, è una scelta che dipende dal modo di essere e dalle condizioni di vita di chi la fa. Non mi sento di consigliarla o meno, per quanto mi riguarda ho dovuto rinunciarvi”. Quanto contano le doti naturali per raggiungere certi risultati e quanto invece la forza di volontà? Pensiamo a doti come la memoria… “Conta essenzialmente la forza di volontà. La memoria? Io ne ho pochissima! Dimentico le cose con una tale rapidità! L’importante, infatti, è saper ragionare. Mi è capitato, proprio in occasione del concorso in Banca d’Italia, di trovarmi di fronte ad un tema di Diritto Commerciale che, tra l’altro, riguardava anche un argomento molto particolare e, per elaborare la traccia, ho dovuto affidarmi alla logica più che alla memoria. Le altre due tracce erano di Procedura Civile e di Diritto Processuale Amministrativo e ugualmente la cosa importante è stata saper ragionare. L’università deve sapere insegnare questo: a pensare, a mettere mano ai codici e sapersi orientare tra le norme. Le innovazioni normative sono continue, ciò che conta è saperle affrontare. La cattedra del prof. Grasso non pretende mai che gli studenti ricordino tutto a memoria. E sulla memoria voglio dire anche che non è una dote naturale, ma una facoltà che tutti abbiamo e che si può potenziare”. Lei ha avuto una carriera brillante fin dall’inizio dell’università. Per chi non è partito immediatamente con il piede giusto è possibile fare qualcosa per raddrizzare la rotta? Ci sono molti studenti che non hanno avuto un percorso universitario del tutto omogeneo per motivi non riconducibili alla svogliatezza o alla scarsa attitudine, ricordiamo ad esempio i “pionieri” del 3+2, che tante volte dicono di aver dovuto correre per stare dietro agli esami a discapito dei bei voti. Questi ragazzi potrebbero ugualmente riuscire in maniera brillante nella professione o nei concorsi? “Certamente sì. Conosco tantissime persone che si sono distinte nella professione dopo aver vissuto anni di università difficili. Infatti nell’attività professionale conta anche un certo senso pratico che si raffina a mano a mano. Anche se si vogliono affrontare i concorsi è possibile riprendersi, dipende dalle vocazioni, ognuno sceglie il concorso cui dedicarsi in base alle proprie inclinazioni. Stiamo parlando di un altro luogo comune da sfatare, come quello della memoria. Non è vero che chi inizia male finisce male. E posso citare ancora la cattedra del prof. Grasso. Quando valutiamo i ragazzi agli esami non guardiamo mai i voti di prima. Certo, per andare avanti è necessario avere una discreta preparazione di base, altrimenti una volta finita l’università si deve ricominciare tutto daccapo”. Come ha iniziato a collaborare con il prof. Biagio Grasso? Lo ha cercato o è capitato per caso? “E’ stato casuale, avevo semplicemente chiesto la tesi con lui. Fui affidata ad un assistente bravissimo, il notaio Fabrizio Pesiri, che ha apprezzato il mio lavoro e lo ha segnalato al professore. Anche al professore è piaciuta la mia tesi, così mi ha chiamata per lavorare con la cattedra. E’ la trafila che accomuna i collaboratori del prof. Grasso, assolutamente meritocratica. Se vali, il professore si accorge di te. L’ho sempre ammirato per la sua onestà intellettuale e per il modo in cui ci guida”. Mai avuto momenti di sconforto in questi anni? “Subito dopo la laurea ho avuto un periodo di sbandamento, breve grazie all’aiuto del prof. Grasso che mi ha aiutato a riflettere e a fare la scelta giusta. Io ho sempre desiderato studiare per diventare notaio, ma dopo la laurea mi sono bloccata, consapevole che si trattava di una strada molto impegnativa. Pensai di dedicarmi al concorso in magistratura, iniziai pure a seguire un corso, ma poi parlando col prof. Grasso capii che dovevo seguire il mio vero desiderio”. Ora che ha un incarico così importante in Banca d’Italia continuerà a frequentare l’università? “Il tempo da dedicare alla didattica per adesso non c’è, continuo soltanto a seguire alcuni tesisti”. I ricordi più belli legati alla Federico II? “Gli anni da studentessa. Sono stata fortunata, lo dico sempre. Fortunata perché ho trovato dei grandi maestri. Oltre a Biagio Grasso, il prof. Renato Oriani di Diritto Processuale Civile. E’ un docente che va segnalato, perché dà agli studenti una preparazione eccellente, direi da dottorato più che da corso di laurea. Ancora oggi, nel lavoro, utilizzo i suoi appunti. Un altro professore che ricordo con grande riconoscenza è il prof. Marrama, poi scomparso”. Giurisprudenza della Federico II è sempre una facoltà prestigiosa? “Sì, perché il prestigio di una facoltà è il riflesso delle persone che vi insegnano”. 
 
Sara Pepe 
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