Ingegneria si riunisce per discutere di didattica

Didattica, valutazione e scelte future. La Facoltà di Ingegneria si ferma e dedica del tempo all’analisi delle trasformazioni avvenute in questi anni ed ai loro effetti, nel corso di un seminario svolto il 14 febbraio a valle di un Consiglio di Facoltà lampo, che ha affrontato, sostanzialmente, adempimenti formali relativi alla copertura degli insegnamenti e all’apertura di nuovi bandi.
Si comincia con una breve relazione del prof. Giovanni Miano, membro della Commissione Didattica del Senato Accademico, che aggiorna l’aula sulle recenti disposizioni dell’ANVUR (Agenzia Nazionale di Valutazione) in termini di apprezzamento dei prodotti scientifici, del numero di citazioni e l’Impact Factor delle riviste sulle quali si pubblica: “le quote premiali del Fondo di Finanziamento Ordinario verranno, in futuro, ripartite in base a questi parametri”. Poi il Preside Piero Salatino illustra i motivi dell’incontro: “Si tratta di un seminario interno, pensato per condividere lo stato della didattica, passata un po’ in secondo piano, in seguito alla continua ristrutturazione dei Corsi, sulla quale sentiamo la necessità di avviare una manutenzione, dobbiamo capire se ordinaria o straordinaria”. Si aprono quindi i lavori con la presentazione dei risultati delle indagini svolte dalle Commissioni interne sui requisiti in ingresso e la regolarità degli studi. “Perché prendersi questa briga, con una Facoltà in scadenza? Perché sono convinto che nulla andrà perso, che tutto potrà mutuarsi nei nuovi soggetti che andremo a costituire e la Facoltà ha il dovere di fare il suo dovere, fino alla fine”, commenta il Preside. 
I numeri della 
Facoltà
1.300-1.500
 laureati l’anno
Allo stato attuale, i numeri di Ingegneria sono notevoli: circa 17mila gli studenti iscritti, 3080 dei quali risultano, al 31 dicembre 2011, immatricolati per la prima volta. I corsi complessivamente erogati sono 1287, per un totale di 9.313 crediti (6.775 i crediti totali al netto delle condivisioni) e 7500 posti studente. Tutto questo carico grava sulle spalle di 144 professori ordinari, 133 professori associati e 164 ricercatori, ma nel corso del prossimo anno è previsto il pensionamento di circa una quindicina di docenti. Nonostante il blocco del turn-over, la sostenibilità formale, secondo i criteri del Ministero, è ancora garantita. A fronte di circa 3mila immatricolati, ogni anno si laureano alla Triennale, in media, 1300-1350 studenti, 1.100 dei quali si iscrivono alla Magistrale che laurea annualmente 850 ragazzi circa. L’efficienza dell’intero ciclo quinquennale è stimata intorno al 27%, un valore non dissimile da quello della vecchia laurea a ciclo unico. “Allo stato attuale, siamo valutati in base a due dei quattro indicatori ministeriali disponibili: gli studenti attivi, ovvero quelli che sostengono almeno 5 crediti l’anno, ed il rapporto fra i crediti attesi e quelli realmente acquisiti dagli studenti, che risultano circa un terzo del totale. Quest’ultimo valore, in particolare, pesa al 50% sul giudizio complessivo – spiega ancora il Preside che mette in guardia dai pericoli insiti nell’analisi dei dati – per raggiungere una rapida ottimizzazione, si potrebbe cedere alla tentazione di far scadere il livello, regalando gli esami, ma non dobbiamo venire meno alla nostra missione sovrana, che è quella di formare buoni ingegneri”.
I provvedimenti legislativi
Valutazione e
 produttività 
La valutazione è un concetto nuovo, che fa capolino per la prima volta nel sistema normativo nel 1999. “Da questo momento diventa, per gli Atenei, un valore, insieme con la produttività. Contestualmente, la Fondazione CRUI avvia i progetti Campus, che non hanno creato delle strutture stabili, ma hanno consentito di acquisire, nell’arco di un decennio, dei modelli per la didattica, per i quali alcuni Corsi di Laurea dell’Ateneo hanno ricevuto l’accreditamento”, dice il prof. Guido Capaldo illustrando l’intero excursus dei provvedimenti legislativi in materia di valutazione che, nel 2010, da attività interna, affidata ai singoli Nuclei interni, diventa esterna, passando nelle mani del sistema nazionale. Gli ultimi provvedimenti, varati nel novembre scorso, non sono ancora diventati effettivi, in attesa che le università adottino procedure univoche. “L’aspetto centrale del decreto legislativo in corso di pubblicazione – prosegue Capaldo – è la logica di sistema per la distribuzione delle risorse per dar vita ad un sistema coerente con quelli europei, in cui i Corsi di Studio non accreditati vengono soppressi”. Le linee guida provengono dall’Associazione Europea dell’Istruzione Superiore e impongono la pubblicazione ed il monitoraggio continuo delle politiche che assicurano la qualità.
Le conoscenze
in ingresso
Test e carriera: non c’è
correlazione
Parte integrante della nuova organizzazione accademica è la stima delle conoscenze in ingresso degli studenti, verificate tramite un test nazionale, che certifica le conoscenze di base: gli Obblighi Formativi Aggiuntivi. “Ma non esistono correlazioni affidabili fra il risultato al test OFA e gli sviluppi della futura carriera studentesca. Ne abbiamo cercate, ma i dati ci dicono che tutto dipende dalla motivazione delle persone – sottolinea il prof. Adolfo Senatore – Ci siano però accorti che imporre Analisi I come primo esame a chi non supera l’unica prova supplementare di novembre, del tutto simile a quella di settembre, che si svolge alla fine delle lezioni del primo semestre, ha dato buoni riscontri. Su circa mille persone in debito, ottocento hanno superato il test. Vuol dire che, dopo aver seguito i corsi, gli allievi sono più consapevoli”. In seguito, la percentuale di iscritti al secondo anno oscilla fra il 68 e l’86%, ma il valore è andato peggiorando negli ultimi dieci anni, mentre il 40 circa si laurea alla Triennale con due anni di fuori corso ed abbastanza nei tempi alla Magistrale, sebbene i dati relativi al biennio siano meno attendibili, perché le informazioni non sono ancora mai state raccolte fuori da una fase di transizione, da un sistema all’altro. 
Campus Campania
Certificazione di 
Qualità per 4 Corsi
La prof.ssa Silvana Saiello descrive il progetto Campus Campania, concluso nel 2007, primo intervento di promozione della cultura della valutazione in base al modello proposto dalla Fondazione CRUI, che prevede due opzioni: l’acquisizione del modello stesso e la certificazione di qualità, che ne testimonia la funzionalità. I parametri di riferimento sono vari: disponibilità di risorse, umane e finanziarie, percorso didattico e sua progettazione, presenza del comitato di indirizzamento, previsto dalla riforma e costituito da docenti e rappresentanti delle imprese, e risultati, in termini di carriera, degli studenti. L’intera procedura è articolata in tre fasi, nel corso delle quali si svolge una lettura critica dei dati raccolti. Il processo si conclude con un’ispezione finale. “Al termine del percorso, ben quattro Corsi di Laurea dell’Ateneo hanno ottenuto la certificazione di qualità, un’eredità che lasciamo all’Ateneo, sui cui dati il ricercatore Giovanni Torrese sta lavorando per mettere a punto una procedura unica per ogni coorte presa in esame”. “Si tratta di un metodo per esprimere giudizi sulle procedure. Inoltre, l’intera procedura informatica è stata per due anni a disposizione ed uso esclusivo della Presidenza, mentre avremmo dovuto avere il materiale a disposizione in una pagina web. Servono dati reali e, invece, arrivano sempre aggregati in maniera troppo forte”, interviene il prof. Massimo Greco, all’epoca Presidente del Corso di Laurea in Ingegneria per l’Ambiente ed il Territorio.
Il dibattito
Il primo anno 
per gli studenti 
“è assurdo”
I commenti della platea non si fanno attendere. “Quali sono le conclusioni, io vedo un crollo dei numeri negli anni in cui si è messo mano agli ordinamenti accorpando i moduli. Dovete darci una speranza per quel disastro che è il primo anno. Per dieci anni non ci siamo occupati di didattica e lo facciamo ora che il Ministero ce lo chiede”, interviene il prof. Riccardo Bruzzese. “Non esistono ricette universali. Abbiamo avuto due riforme strutturali in cinque anni e l’introduzione del DM 17, che è quasi una riforma ordinamentale. Affinché le situazioni vadano a regime, occorre tempo”, replica il Preside. Nell’aula, però, non si fermano gli interventi di critica all’attuale sistema. “L’università non rende conto, in maniera strutturata, di quello che fa. Il primo anno è molto impegnativo ma, a fronte di questo, uno studente può essere considerato attivo anche se ha solo cinque crediti, una cosa che non esiste in nessun altro paese al mondo. In questo modo rischiamo di giocarci la nostra credibilità”, afferma il prof. Guglielmo Rubinacci. “Il sistema formativo italiano è sghembo, la scuola non sa cosa fa l’università e viceversa. Il test di ingresso che somministriamo noi è basato sulla Matematica del quarto anno del liceo, ma allora perché non lo si sottopone ai ragazzi già a scuola? Oggi gli studenti, quando arrivano all’università, non sanno nemmeno perché non ce la fanno a seguire e perché non capiscono”, interviene il prof. Luigi Verolino. “Questi ragazzi li stiamo ammazzando – dice senza mezzi termini il ricercatore Franco Quaranta – Sono terrorizzato all’idea che, da qui a qualche anno, i miei figli possano avere la loro stessa espressione. Stiamo facendo a loro quello che non è stato fatto a noi. Ma ci rendiamo conto che al primo anno devono dare Analisi I, Analisi II, Fisica I e Fisica II? È assurdo. Leggiamo i dati, ma i dati non dicono qual è la qualità delle persone che formiamo. E poi qual è il problema se impiegano un po’ di tempo in più? Quanti in quest’aula si sono laureati perfettamente in regola? Io stesso ho impiegato un po’ di tempo in più ed ero povero, ma come ci si gestisce il tempo all’università è affare individuale”. “ll processo di apprendimento è cambiato, i ragazzi diventeranno sempre più nativi digitali e a partire dai quindici anni sono indipendenti dalla scuola. I testi, compresi quelli internazionali, si basano sul problem solving, che a scuola non si insegna. Valutiamo chi arriva da noi sulla base di un compito che nemmeno noi, alla loro età, avremmo saputo svolgere”, dice il prof. Antonio Sforza. “Il test CISIA è un metodo, uno dei tanti possibili. Nessuno insegna più la Matematica come vent’anni fa, ma il primo semestre del primo anno presenta criticità uniche. I docenti, nel corso del primo mese, sono costretti a lottare per mantenere l’attenzione. Forse il primo anno andrebbe scisso dai dati, per vedere abbandoni e specificità”, suggerisce la prof.ssa Gioconda Moscariello. Sotto la lente d’ingrandimento anche il processo di formazione in itinere: “perché gli studenti arrivano al terzo anno con lacune che si trascinano dietro dalla scuola? – domanda il prof. Antonio De Iorio – Non sono abituati a ragionare, leggono per ricordare, non per capire. In questa Facoltà le loro carenze vengono nascoste”. “Cosa intendiamo quando parliamo di qualità? Si tratta solo di efficienza degli indicatori? – chiede il rappresentante degli studenti Domenico Petrazzuoli – Io credo che dipenda dalla qualità del prodotto in uscita. Negli anni la Facoltà ha perso severità, tanto che alla laurea arrivano ragazzi con medie molto basse. Come si può cambiare il sistema da attori? A chi serve la valutazione? Come possiamo convincere i ragazzi che si tratta di una cosa utile, se poi non vediamo mai implementare la didattica? In Senato Accademico stiamo cercando di avviare un sistema informatico, ma che discorsi facciamo se i professori non usano il web e tutti i supporti a favore della didattica?”. 
Il Preside chiude i lavori: “dobbiamo affrontare i problemi in maniera articolata, ma non credo che sia possibile intervenire sulle architetture. Non andremo da nessuna parte se continueremo ad insistere su alcuni aspetti che non possiamo più toccare, perché l’università è cambiata”.
Simona Pasquale
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