La parola al prof. De Vivo

“L’oggetto della Macroeconomia non è in sé l’analisi delle politiche economiche ma, in primo luogo, lo studio (e la spiegazione) del funzionamento del sistema economico in cui viviamo. Da questo discende, naturalmente, anche un’analisi delle politiche economiche”, spiega il prof. Giancarlo De Vivo, docente di Macroeconomia. La caratteristica fondamentale della disciplina è quella di considerare il sistema nel suo complesso. Non analizza solo le singole parti in cui è conveniente scomporlo, ma il modo in cui queste interagiscono. Le decisioni di un soggetto di spendere o meno il proprio reddito, ad esempio, ne possono influenzare l’ammontare. 
La necessità di avere conoscenze matematiche di base (sapere cosa sia una funzione, avere familiarità con l’analisi diagrammatica, saper impostare e risolvere un sistema di equazioni), esiste senz’altro. “Lo studio, e non solo quello, dell’Economia richiede la capacità di impostare e concludere un ragionamento in modo rigoroso, senza cavarsi dagli impicci ‘mischiando le acque’. Se quando si arriva all’università questa forma mentale fa difetto, gli studenti devono cercare di recuperare e darsela. Non ci sono scorciatoie. E la Matematica è di certo una delle discipline che può aiutare, perché fa emergere subito la mancanza di rigore del ragionamento”. Ma bisogna stare attenti. E’ facile scambiare gli strumenti con la sostanza. “Non di rado, in sede d’esame, capita che gli studenti, pur padroneggiando l’aspetto formale di quello che hanno studiato, abbiano difficoltà a spiegare con un ragionamento economico i risultati ottenuti con quello formale”. 
Complessa anche la questione del legame con la Microeconomia. “In astratto, Micro e Macro sono due momenti di una stessa teoria e, quindi, il corso di Macroeconomia dovrebbe apparire allo studente come una continuazione e complemento naturale di quello di Microeconomia e le conclusioni che si raggiungono dovrebbero rimanere coerenti ai fondamenti microeconomici”. In concreto non è così. “La Microeconomia studiata si compenetra bene in una particolare macroeconomia, quella del pieno impiego dei fattori, ma non in quella della teoria keynesiana che in fondo è la vera origine e la ragion d’essere della Macroeconomia”. Tra questi due momenti della teoria si creano, allora, delle incompatibilità importanti, che ‘restano un po’ sotto il tappeto’ perché si pensa che trattarle porterebbe ad una discussione troppo complicata. “In parte è vero. Ma, forse, si dovrebbe porre la questione esplicitamente e gli insegnanti di entrambe le materie dovrebbero dedicare più tempo a ricordare agli studenti l’altra metà della luna, invece di lasciarla in una tranquilla ombra”. 
Le principali difficoltà che gli studenti incontrano derivano dalla scarsa attenzione che si dedica ai fondamenti. “Costruire una preparazione solida, partendo dalla base, è l’unica strada. E’ necessario abbandonare uno studio mnemonico che mira a coprire il programma ripetendolo più volte. Bisogna abituarsi a chiedersi il perché di ogni affermazione, per quanto semplice essa possa sembrare, e arrivare così a capire bene gli argomenti e meditarli prima di andare oltre. Una conoscenza approfondita delle nozioni di base (veramente poche in fin dei conti) rappresenta il grosso dello sforzo”, conclude il docente. Che poi sottolinea un aspetto sociale importante: “vi è il crescente problema dello studio finalizzato ai quesiti (scritti o orali che siano) e del diffondersi del ricorso ai preparatori professionisti. Molti studenti non identificano l’esame con il programma (spesso addirittura lo ignorano) ma con il set dei quesiti. È un vero disastro, che arreca molto danno agli studenti (non solo economico), sul quale noi docenti dovremmo interrogarci più seriamente”.
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