Passaggio dal vecchio al nuovo ordinamento: nessuno può imporlo

Alla domanda se è vero che per gli studenti del vecchio ordinamento è previsto al più presto il trasferimento ope legis al nuovo, il Preside della Facoltà di Lettere, prof. Eugenio Mazzarella, non riesce a trattenere una risata. “Ma chi l’ha messa in giro questa voce?- risponde placidamente- L’avevo letto da qualche parte che gli studenti temevano una cosa del genere, non ho capito poi perché”. Proprio nulla da dire in proposito? “Non mi sembra che sia nella disponibilità di una facoltà stabilire una regola simile, sarebbe al massimo di competenza dell’ateneo e sempre se ve ne fosse la possibilità in termini di legislazione nazionale. A me non risulta nulla di ciò, e come preside dovrei ben esserne informato!”. Eppure è da settembre che tra i corridoi della Facoltà si sente parlare di un cambio di ordinamento “necessitato” per i fuori corso. L’idea ha da subito messo in allarme molti, la maggior parte di quegli studenti che continuano a guardare con sospetto al 3+2 e che preferirebbero restare all’università qualche anno in più piuttosto che acquisire in tempi brevi un titolo che non li convince. La ragione di questa diffidenza ce la spiegano alcune studentesse di Lettere moderne. “Abbiamo avuto quattro anni per riflettere su un eventuale passaggio al nuovo ordinamento e se alla fine non lo abbiamo fatto un motivo c’è – dicono- Da un lato il nuovo percorso di studi richiede un’assiduità nel frequentare che non sempre è possibile mantenere: oltre a studiare, tanti di noi lavorano. Inoltre c’è il problema della qualità, a noi la laurea triennale non piace, nemmeno considerando che dopo prevede la specialistica. Preferiamo i nostri esamoni. Fare l’esame di Letteratura italiana alla vecchia maniera con il prof. Enrico Malato è duro, ma dà grande soddisfazione. Fin dall’inizio non abbiamo avuto simpatia per la laurea triennale, ci è sembrata un po’ un’americanata, nel senso buono del termine. Noi badiamo alla qualità, non solo alla quantità”. Le studentesse non sono in grado di dire da chi hanno sentito parlare di un prossimo obbligo di passaggio, “se ne è parlato tra colleghi, qualcuno lo dava quasi per certo, qualcun altro invitava alla cautela perché non c’era niente di sicuro”. Forse voci di questo tipo si diffondono facilmente per via delle condizioni difficili in cui gli studenti del vecchio ordinamento si trovano a lavorare. Per loro non ci sono più corsi specifici, per loro non c’è più la possibilità di cambiare il piano di studi. E ogni tanto qualche docente li invita a considerare l’idea di cambiare ordinamento. Secondo alcuni studenti, i professori assumono questo atteggiamento perché non ce la fanno più a sopportare il peso di due ordinamenti diversi e vorrebbero uniformarli per alleggerirsi. Il Preside Mazzarella dice chiaramente che non ci sta ad accettare giudizi del genere, assolutamente offensivi: “posto che per i docenti liberare delle energie non significherebbe riposarsi ma ottimizzare il lavoro incanalandolo su un percorso solo, non bisogna dimenticare che proprio loro hanno svolto un compito faticosissimo per consentire a entrambi gli ordinamenti di andare avanti e in particolare ai fuori corso di recuperare le loro lacune”. Il prof. Mazzarella è dell’avviso che rimanere al vecchio ordinamento convenga solo a chi sia in procinto di laurearsi: “se alla fine degli studi manca poco, allora è meglio completarli seguendo il percorso originario, ma se mancano parecchi esami credo invece che il cambio con il nuovo ordinamento sia vantaggioso. Tra l’altro per chi lo fa ci sono delle facilitazioni importanti, poiché gli esami del vecchio ordinamento sono valorizzati al massimo in termini di crediti. Un esame annuale vale ben 12 crediti, ossia 3 moduli del nuovo ordinamento. Se dunque si ha un numero di esami tale da riuscire facilmente, nel passaggio, a recuperare il numero di crediti necessari per conseguire la laurea di primo livello, converrà senz’altro cambiare ordinamento. Dico questo proprio per tutelare le aspettative degli studenti che vogliono concludere, è evidente infatti che i ragazzi iscritti al vecchio ordinamento sono studenti fuori corso. E non bisogna dimenticare che per loro non vengono più erogati corsi di lezione, ma solo esami, per cui si trovano ad affrontare un cammino più complesso”. E quando invece sono i fuori corso stessi a voler rimanere tali, concludendo secondo i loro tempi il vecchio iter, in nome di una formazione di stampo più tradizionale? Cosa resta da dire? Di fronte a una scelta del genere non c’è considerazione sui vantaggi immediati che tenga… “Ci sono sempre dei pregiudizi verso l’innovazione normativa – dice il Preside- si tratta tuttavia di percezioni soggettive, e chi abbia una percezione negativa del 3+2 può senz’altro continuare per la sua strada. Lo ripeto, io credo che il cambio sia vantaggioso per la maggioranza dei fuori corso perché più formativo, ma si tratta di un passaggio che va fatto su base volontaristica, nessuno può imporlo”.
Sara Pepe
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