Sbocchi professionali classici e moderni per i laureati in Studi Politici

La multidisciplinarietà sembra essere l’asso nella manica della Facoltà di Studi politici e per l’Alta Formazione europea e mediterranea “Jean Monnet” del Secondo Ateneo. Si studiano: il Diritto, l’Economia, la Sociologia, le Lingue (ci sono anche lettori di cinese e arabo) in modo che i laureati abbiano una preparazione che spazi in vari campi, utile per entrare nel mondo del lavoro a livello internazionale. Perché i ragazzi è a questo che guardano: alla loro carriera professionale o, quanto meno, alle possibilità che un corso di laurea può offrire loro. Ne parliamo con la prof.ssa Ida Caracciolo, docente di Diritto internazionale presso la Facoltà. Chiariamo subito quali possono essere gli sbocchi lavorativi per un neo-laureato in Studi politici. “Le opportunità sono varie  – spiega la Caracciolo – Possiamo dividere gli sbocchi in due categorie: quelli cosiddetti classici e quelli più moderni. Alla prima categoria appartengono: la carriera diplomatica (voglio sottolineare che Napoli ha una grande tradizione nell’ambito diplomatico) e quella nelle varie organizzazioni internazionali per lo Stato italiano e nel mondo (per esempio all’interno della Comunità Europea, nelle Nazioni Unite, etc.); il giornalismo e le pubbliche relazioni, dove c’è bisogno di una conoscenza e una duttilità trasversale che un laureato in Studi politici ha certamente in misura maggiore di un laureato in Giurisprudenza. Ci sono poi le imprese private e le amministrazioni dello Stato, per quei posti dove, ovviamente, non è richiesta solo la laurea in Giurisprudenza”. Veniamo ora alla categoria degli sbocchi “moderni”: “professioni che fino a poco tempo fa, erano impensabili come quelli nelle grandi organizzazioni non governative – ad esempio Emergency- o tutte quelle che si occupano della tutela dei diritti umani. Tutte occupazioni di grande impegno e ben remunerate. Non sono assolutamente in presenza di settori chiusi, anzi direi in continua espansione”.
Una carriera esaltante che qualcuno potrebbe anche concepire un tantino lontana da sé. Tranquilli, le opportunità non si fermano qui. “C’è la strada dei concorsi pubblici, anche se – aggiunge la professoressa – molti ragazzi sono terrorizzati. C’è da dire che, attualmente, le amministrazioni regionali hanno molte più competenze che in passato in materia di relazioni internazionali. E io ribadisco che un laureato in Studi politici ha una maggiore sensibilità rispetto certi temi, in confronto ad un laureato in Giurisprudenza. E ancora, i concorsi nelle Forze Armate dello Stato, nella Polizia”. 
Allora, cosa deve fare uno studente per aspirare a tanto? Chiudersi in camera e studiare? No, o meglio non solo. “Lo studente di Studi politici deve essere una persona attenta a quello che accade. Chiudersi in casa e studiare non basta, bisogna farlo con grande volontà e sagacia”. Scopriamo, dunque, quello che occorre fare (oltre a seguire le lezioni e studiare “con sagacia”). “E’ molto importante partecipare alle attività pratiche, come le summer school, le competizioni internazionali in cui si simula un processo, i corsi estivi all’estero (a tale proposito la facoltà sta prendendo accordi), gli stage (per i quali abbiamo predisposto svariate convenzioni con enti e società). Provare, per esempio, l’esperienza Erasmus. Questo potrebbe comportare un lavorio burocratico per l’assegnazione dei crediti, ma, personalmente, lo consiglierei a tutti gli studenti, magari a quelli iscritti al biennio della specialistica poiché hanno raggiunto già un grado medio di preparazione. In questo modo, si impara una lingua, elemento fondamentale per un neo-laureato soprattutto oggi che non basta più conoscere l’inglese e il francese, e si sviluppa una grande apertura mentale. Giunti, poi, alla scelta dell’argomento della tesi, io opterei per un tema pratico. La tesi è un lavoro per il quale si nutre un certo fascino, non deve essere vista solo come l’ultimo passo per terminare gli studi. E’ bello scegliere argomenti caldi, densi di praticità”. E dopo il titolo di dottore? “Si dovrebbe proseguire con una specializzazione. Io penso che, oggi, un master sia indispensabile. Sono una grande sostenitrice dei master universitari, in quanto è una garanzia: è firmato dal rettore e riconosciuto per legge. Molti master, poi, sono operativi: prevedono una piccola base di attività teorica magari per rispolverare concetti già studiati, e, all’opposto, molta attività pratica – che poi è quella che serve – e contatti con operatori del settore”.
Maddalena Esposito
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