Scenografia, una lezione particolare

Ospiti d’eccezione ad Architettura per la lezione di Scenografia. Il maestro Roberto De Simone, celebre compositore e regista teatrale, Nicola Rubertelli, direttore degli allestimenti scenici del Teatro San Carlo e Zaira De Vincentis, costumista, si sono confrontati con gli studenti sull’opera-tema del corso di Scenografia di quest’anno: il Don Giovanni di Mozart – Da Ponte. De Simone, Rubertelli e De Vincentis vantano infatti un’esperienza importantissima con la famosa opera mozartiana, avendone curato la rappresentazione a Vienna nel 1999, sotto la direzione d’orchestra del maestro Riccardo Muti. Molto affollata l’aula 26 del secondo piano di palazzo Gravina, il 10 febbraio,  esauriti tutti i posti a sedere ben prima dell’arrivo degli ospiti. L’incontro è stato registrato per divenire, come sottolineato dal Preside Benedetto Gravagnuolo nel saluto introduttivo, “memoria e storia della Facoltà di Architettura attraverso la conservazione nell’archivio”. La professoressa Clara Fiorillo, docente di Scenografia e organizzatrice dell’incontro, ha ringraziato il Preside e gli ospiti e ha ribadito che “la ricerca architettonica applicata alla scenografia trova indubbio vantaggio dall’esperienza di figure come quelle che abbiamo qui oggi”. Convenevoli ridotti al minimo però, saluti e introduzioni davvero brevi per lasciare spazio ai relatori. De Simone per primo. Il regista ha anzitutto descritto le odierne tendenze della scenografia teatrale, a suo avviso troppo spesso rapportata al cinema o alla televisione. “In passato i teatri avevano una struttura architettonica di tipo scientifico, con delle grandi casse di risonanza acustica – ha detto- Ci doveva essere equilibrio tra la zona degli spettatori e quella del palcoscenico. Lo spettatore era immerso in qualcosa di magicamente acustico. L’illuminazione era costante. E poi non c’erano microfoni. Agli attori dovrebbero essere vietati i microfoni, che sono uno strumento di comunicazione tipico della televisione, gli attori dovrebbero comunicare esclusivamente con la voce”. La generale conclusione cui il maestro è pervenuto è quella secondo cui “in nome di un presunto modernismo sempre più spesso si stravolge il teatro”. Sul tema del giorno De Simone ha avuto molto da raccontare, il suo Don Giovanni viennese ha dovuto rispondere a una domanda non facile: come pensare Don Giovanni oggi? “Io l’ho pensato per un teatro più ricco – ha detto il Maestro- Incominciai a costruire un impianto teatrale che tenesse conto di due componenti. Noi distinguiamo una scenografia pittorica da una architettonica, la prima tipica del melodramma barocco, per il quale lo spettacolo doveva essere una continua sorpresa, la seconda tipica dell’opera di carattere, che aveva bisogno di elementi scenografici più realistici. Ecco, Don Giovanni è un’opera di mezzo carattere, da un lato ci sono i personaggi nobili, dall’altro quelli più popolari”. Procedendo in una vera e propria esposizione didattica, De Simone ha raccontato come è approdato alla soluzione finale, quella di un Don Giovanni che percorre un viaggio nel tempo e nello spazio, dall’epoca tardo rinascimentale della sua nascita storica fino agli inizi del ‘900, dato che la sua figura è divenuta ormai un mito che trascende la storia in quanto tale. Del duro lavoro che si è dovuto affrontare per concretizzare questa scelta, ha parlato Nicola Rubertelli, attingendo anche a una serie di appunti scritti prima della rappresentazione del ‘99. “Sempre le immagini di uno spettacolo complesso sono la conseguenza di un percorso culturale, di emozioni e di sensibilità diverse – ha detto Rubertelli- Ogni cosa deve essere motivata e stimolata. Lo spunto della letteratura, della poesia e della musica, ad esempio, sono come una droga che stimola l’immaginazione. L’idea dello spettatore di fronte alla scena è qualcosa in continua trasformazione, di straordinaria capacità dinamica, e nel teatro si deve incidere sulla memoria dello spettatore esattamente come avviene con il fotogramma di un film”. Sulla necessità di toccare delle corde interne prima di iniziare a costruire la scena ha insistito anche la costumista Zaira De Vincentis, che però ha subito precisato: “si parte da emozioni, è vero, ma poi immediatamente, drasticamente e contemporaneamente ci si deve riallacciare alla realtà. Tutto deve essere vero e tecnico, il disegno e la progettazione si devono soffermare sui minimi particolari”. Un’analisi che riporta alla premessa fatta dalla De Vincentiis all’inizio: “essere qui ad Architettura oggi è per me molto importante. Mi sento vicina a voi studenti perché l’attività del costumista è di progetto, quindi del tutto simile a quella di un architetto. Possiamo dire che il costumista è l’architetto dei costumi”. Anche per De Vincentis quella del Don Giovanni rappresentato a Vienna è stata un’esperienza importantissima: “è stata una prova fondamentale nella mia carriera. E’ stato straordinariamente formativo fare un viaggio nella storia accompagnati da questo personaggio”. 
Sara Pepe
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