Silvio D’Ascia: un napoletano che ce l’ha fatta

L’architetto Silvio D’Ascia, classe 1969, è un napoletano che ce l’ha fatta. Perseguendo i propri sogni ha ottenuto prestigiosi riconoscimenti ed i suoi progetti sono stati realizzati in mezzo mondo (qualche esempio: gli edifici per la filiale della Borsa di Shanghai e per la Shanghai Bank, il nuovo ospedale centrale di Pechino; la ristrutturazione della Fondazione Maeght a Saint Paul de Vence, il progetto per il Charles de Gaulle Airport Express in Francia; la nuova stazione di Torino Porta Susa, a Napoli le stazioni della Cumana di Montesanto e Torregaveta, il complesso polifunzionale la “Porta del Parco” di Bagnoli, il nuovo Polo Universitario di Ercolano). “Ho avuto la fortuna di partecipare a concorsi, di vincerli e di veder realizzati dei miei progetti – afferma – Il concorso è lo strumento giusto per far emergere il talento”. Gli organizzatori del concorso EUgenio l’hanno, perciò, invitato alla cerimonia di premiazione per incoraggiare i giovani professionisti campani a seguire il suo esempio. 
Subito dopo la laurea nel 1993, D’Ascia ha iniziato a lavorare in uno studio a Parigi. “Lì ho fatto la mia gavetta – racconta – Poi sono diventato socio dello studio e nel 2001 ho aperto uno studio tutto mio”. Una carriera fulminea iniziata in Francia su suggerimento di alcuni conoscenti: “Parigi è un buon baricentro per lavorare un po’ dovunque nel mondo, è un posto strategico per le comunicazioni aeree”. Ma il rapporto con Napoli è molto forte: “Vi ritorno almeno una volta al mese. Nonostante viva da 16 anni a Parigi ho conservato legami affettivi e rapporti professionali in città”. 
Alla Federico II si è laureato in corso con tutti 30 e 30 e lode: “Ho fatto studi interessanti. Mi sono concentrato sulla storia della città e ho svolto la tesi sui Quartieri spagnoli con il prof. Michele Capobianco, scomparso due anni fa”.
Lavorando fianco a fianco con architetti d’oltralpe ha avuto modo di constatare che il percorso di studi degli studenti francesi è più orientato alla pratica: “La Federico II fornisce una base teorica più ampia che prevede anche materie storico-artistiche. Ci sono degli esami che possono costituire un ostacolo, per esempio Scienze delle Costruzioni, ma sono proprio quelli che garantiscono un fondamento solido. Una preparazione forte permette di allenare il cervello a risolvere i problemi”.
Oltre agli studi, occorre anche l’intraprendenza per non sottrarsi alle nuove sfide. D’Ascia, per esempio, si è trasferito a Parigi, pur non conoscendo il francese: “Ho imparato la lingua sul posto. All’inizio parlavo inglese e disegnavo. Il disegno è stato il mio linguaggio principale. Oggi grazie al computer comunicare è molto più semplice”.
L’intervento dell’architetto a Città della Scienza prende le mosse da un interrogativo: Si può imparare ad essere creativi? Quali sono i requisiti per esserlo?, gli chiediamo. “Bisogna essere creativi mantenendo il rapporto con la storia – risponde – Si crede che il forte peso del patrimonio italiano non ci permetta di innovare. In Italia non si ha il coraggio di realizzare opere che testimonino la nostra epoca, così come hanno fatto coloro che ci hanno preceduti”. D’Ascia sottolinea come Napoli sia una città che vive di concrezioni, di stratificazioni: “Noi non abbiamo il coraggio di lasciare il nostro strato! – afferma – Per essere contemporanei abbiamo bisogno del passato e del futuro: il passato è una risorsa, non un peso. E il futuro lo dobbiamo costruire a partire dal passato. Creare vuol dire esprimere chi siamo oggi, rispetto a ieri e rispetto a domani”. Ai giovani un consiglio, il coraggio di creare: “E’ fondamentale non lasciarsi frenare dalle difficoltà del sistema e conservare la libertà e la creatività proprie della gioventù. Inoltre bisogna tessere rapporti con l’estero. Vivere in una dimensione globale non vuol dire perdere il rapporto con il Paese di origine. Bisogna istituire ponti con gli altri Paesi. La ricchezza di una città oggi è quantitativamente e qualitativamente data dalle connessioni con il resto del mondo. Non è pensabile una dimensione locale. L’unica possibile è quella glocale”.
(Ma.Pi.)
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