Sottofinanziamento: storia vecchia e prevedibile

In riferimento ad un intervento del prof. ing. Massimo D’Apuzzo, Presidente del Polo delle Scienze e delle Tecnologie, apparso su Ateneapoli (n. 5 del 23.03.10).
L’importante intervento di D’Apuzzo riguarda specificamente il tema della qualità e dell’efficienza del sistema universitario – aspetto decisivo la cui analisi motiva in gran parte le scelte e i contenuti del ddl che l’attuale governo di centro-destra intende portare all’approvazione del Parlamento per trasformarlo in Riforma  generale dell’Università italiana. D’Apuzzo lamenta giustamente il rischio che l’intenzione governativa di perseguire la “qualità senza investimenti” produrrebbe effetti concreti di segno opposto a quelli desiderati, in un sistema già drammaticamente sotto finanziato. Egli giustamente critica i prelievi dalle risorse per il funzionamento ordinario delle università, per costituire un fondo incentivante del 7% sul totale nazionale da destinare agli atenei “virtuosi”, da cui sono esclusi quasi tutti gli atenei del sud. Ed osserva inoltre che ciò non basterebbe comunque ad evitare che gli stessi atenei incentivati (o premiati che dir si voglia) siano costretti ad operare in ristrettezza, al di sotto degli standard finanziari internazionali a causa della persistente limitatezza complessiva delle risorse destinate in Italia alle università: ciò che, insieme ad altre misure di “razionalizzazione” proposte, produrrebbe certamente una contrazione di tutti i parametri dimensionali (numerosità dei CdL, organico docenti, ecc.) che quantificano l’offerta formativa complessiva. E perciò si chiede, ora (ma solo ora), se la comunità accademica non debba insorgere contro una tale prospettiva di impoverimento che indebolirebbe certamente (e ulteriormente) la competitività del sistema Paese.
Non si può non osservare che il sottofinanziamento del sistema si denuncia soltanto ora, mentre la storia è vecchia e poteva lasciar prevedere i suoi effetti devastanti sin dall’introduzione della cosiddetta autonomia finanziaria degli atenei. Ma nessuno – né la Conferenza dei Rettori né le principali forze politiche – lo ha stigmatizzato con determinazione quando la “Riforma dei crediti” si fece partire in fretta e furia senza una copertura finanziaria strategica, di consistenza adeguata all’ambizione di una radicale “modernizzazione” (europeizzazione) del sistema, facendo credere a tutti che una tale rivoluzione sarebbe stata possibile senza spendere una lira in più. Anzi, le opportunità di espansione dell’offerta prospettate da quella riforma furono praticate dai più come crescita incontrollata e irrefrenabile della spesa, senza mai una vera valutazione e verifica dei risultati formativi e scientifici complessivi rispetto ai pur condivisibili obiettivi, sicché oggi questo governo ha buon gioco nell’accusare il sistema universitario nazionale di spreco ed inefficienza. Forse già da qualche tempo, e anche prima che la scure gelminiana dei tagli si abbattesse, crudelmente e alla cieca su tutto e su tutti, si poteva con maggiore forza e durezza imporre ai governi che si sono succeduti la considerazione e il rispetto che un sistema Paese deve alla sua Università, cioè alla leva principale delle sue energie culturali, scientifiche e formative. Non giustifica una certa debolezza registrata in tale questione la pesante crisi finanziaria sofferta a livello globale: altri paesi europei, proprio come contromisura per rilanciare la ripresa, hanno investito ancora di più nella ricerca scientifica e nella formazione pubblica a tutti i livelli, e gli argomenti che oggi poniamo per evidenziare il persistente dualismo tra Nord e Sud del Paese li potevamo mettere in campo da un pezzo. Del resto la questione meridionale si è aggravata dalla fine della Cassa per il Mezzogiorno in poi. E’ vero che non si va a nozze con i fichi secchi, ma qualità ed efficienza dipendono anche da come i soldi vengono usati e amministrati. Sotto questo aspetto qualche problema deve pure esserci stato, se l’ultimo bilancio della Federico II non si è potuto chiudere, e – per uscire dall’esercizio provvisorio senza una catastrofe fallimentare – l’Ateneo ha dovuto alienare una certa parte del suo patrimonio immobiliare.
L’intervento di D’Apuzzo affronta poi la questione complessa della nuova governance, partendo da una lucida analisi autocritica della sperimentazione del decentramento per i Poli, a suo tempo voluti per arrestare l’elefantiasi dei Megatenei. Egli stesso ammette, con tutta onestà, che il decentramento di cui i Poli attuali sarebbero l’espressione alla prova dei fatti è risultato più fittizio che reale. Infatti egli rivendica un livello di autonomia, di poteri e di gestione, che finora non vi è stato. Di fatto D’Apuzzo propone in pratica la trasformazione delle Facoltà e dei Poli attuali nei grandi Dipartimenti/Scuole con forte ed effettiva autonomia programmatica, di coordinamento e di gestione: ma, a questo punto, perché non dire più esplicitamente che questi saranno i nuovi “Atenei” che si potrebbero anche “federare” (ma anche non), e che di fatto potrebbero sostituire l’attuale Mega-Federico II, ormai ingovernabile (pensiamo al problema enorme del Policlinico), come il fallimento dei Poli stessi e la crisi del bilancio hanno rivelato ?
Non credo sia questa la strada. La verità è che l’esperienza dei Poli appare fallimentare, e non certo per responsabilità del suo attuale Presidente, o non solo per carenza di risorse rese negli anni disponibili.
Sinceramente credo che, se si vuole veramente combattere il centralismo punitivo e discriminatorio nei confronti del Sud, occorre pensare ad un federalismo universitario effettivo e virtuoso, dove i nuovi Atenei (e con essi Dipartimenti e Scuole)  assumano – fino in fondo – autonomia, poteri e responsabilità.
Il nodo è nella rivendicazione di effettiva autonomia amministrativa/ finanziaria (non solo gestionale e regolamentare) dei grandi Dipartimenti/Scuole che potrebbero costituire l’Ateneo Federato.
E’ pienamente da condividere, invece, il richiamo all’opportunità di un dibattito allargato (cioè ampiamente partecipato) a tutte le componenti del mondo universitario, che tuttavia ancora (a distanza di un mese ormai dall’intervento di D’Apuzzo) non raggiunge i Consigli di Facoltà, che restano i fulcri della vita democratica degli Atenei. Noi tutti non aspettiamo altro.
Prof. Antonio Franco Mariniello
Ordinario di Progettazione
Architettonica e Urbana 
Università di Napoli Federico II
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