Tokyo, 11 marzo: il racconto di Donato

Donato Rizzello, studente di Scienze Politiche de L’Orientale, ora sta bene ed a casa, ma ha vissuto momenti di paura l’11 marzo a Tokyo, dove si trovava per una pura casualità. Il giovane studente leccese, partito a settembre per la Ritsumaikan University di Kyoto con una borsa di studio, infatti, proprio quel giorno, come ci racconta, si trovava nella capitale giapponese per un incontro con i responsabili della borsa. Racconta: “eravamo al trentatreesimo piano di un palazzo quando abbiamo avvertito la scossa. Io ero arrivato in anticipo rispetto agli studenti, quindi ero l’unico italiano”. Donato ha vissuto la sua prima esperienza sismica affidandosi alle direttive impartitegli da chi, come giapponese, era già preparato all’evento: “All’inizio abbiamo capito che si trattava di un terremoto più forte del normale ma nessuno si è spaventato. Tutti sapevano come reagire e hanno dato indicazioni anche a me. Ci siamo messi sotto i tavoli e abbiamo indossato i caschetti protettivi”. Lo studente racconta di essere rimasto nel palazzo fino al giorno seguente, “perché era pericoloso uscire, gli ascensori non funzionavano e ci sentivamo più al sicuro nella struttura antisismica. Devo dire di aver vissuto quelle ore abbastanza bene, senza troppa paura. Ero sorpreso dalla calma reazione dei giapponesi, il loro atteggiamento mi rassicurava. Qualcuno è andato a procurare cibo e acqua e ci siamo distesi sui divani per la notte. Si è trovato anche tempo per qualche battuta: credo che si preoccupassero di sdrammatizzare la situazione per dissipare la mia tensione! Le persone con cui ho condiviso questa terribile esperienza sono state davvero molto gentili”.
Donato racconta di non aver avuto difficoltà, il giorno seguente il terremoto, a tornare alla Casa dello Studente di Kyoto, anzi di non essersi reso conto veramente della drammaticità della situazione fin quando non è arrivato a casa e ha iniziato a reperire notizie su internet e in tv. “Quando sono uscito dal palazzo e mi sono diretto verso la stazione era tutto normale, come gli altri giorni, magari con un po’ più di folla. Certo non sembrava un Paese scosso da una così grande tragedia. Lo stesso vale per Kyoto dove la vita scorreva tranquilla come al solito. La situazione mi sembrava un po’ surreale quando ho appreso la dimensione del disastro”. Lo studente osserva: “conosco la cultura giapponese e apprezzo la loro disciplina, ma sinceramente non capisco come non si possa partecipare emotivamente ad una strage di tuoi connazionali avvenuta solo a pochi chilometri di distanza. Mi ricordo che, quando c’è stato il terremoto a L’Aquila, tutti ci siamo sentiti coinvolti, tutti abbiamo pianto e ci siamo addolorati, tutti ci siamo dati da fare come potevamo. Si tratta di un normale sentimento di solidarietà nazionale, che va al di là dell’efficienza”. Certo, aggiunge Donato, “per i giapponesi è normale avere estrema fiducia nel Governo e nelle istituzioni, per cui ci si attiene strettamente ai comportamenti che sono stati stabiliti. Inoltre, le notizie sui media nipponici dipingevano una realtà meno allarmante di quella descritta dai quotidiani italiani”.  Forse anche per questo  lo studente non ha deciso subito di ritornare in Italia, condividendo la scelta con un’altra studentessa dell’Orientale presente a Kyoto: “Appena abbiamo saputo del rischio nucleare abbiamo contattato via mail i nostri docenti a Napoli, ma questi ci hanno consigliato di aspettare perché la situazione non era ancora così grave. Quando dopo alcuni giorni, però, abbiamo letto sul sito della Farnesina l’invito a rimpatriare rivolto a tutti gli italiani, allora abbiamo deciso di tornare subito. Per il terremoto ci sono i palazzi antisismici, ma dalle radiazioni non si scappa!”.
Il 19 marzo Donato è rientrato e per adesso non ha intenzione di ritornare nel paese asiatico. “Sarei dovuto rimanere fino a luglio, ma adesso temo per una possibile contaminazione di cibo e acqua. Sono quasi sicuro che rinuncerò a questi ultimi mesi di soggiorno. Ho ancora un po’ di tempo per decidere, anche perché in Giappone è un periodo di ferie accademiche”. Ma come hanno reagito, invece, gli altri studenti presenti nella Casa dello Studente di Kyoto? “Gli atteggiamenti sono stati diversi. Eravamo in tutto solo una trentina di ospiti – perché, ripeto, i corsi erano finiti – di nazionalità asiatica, europea ed americana. Gli asiatici hanno avuto, in linea di massima, la stessa compostezza e calma dei giapponesi e sono tutti rimasti. Tra gli occidentali, invece, le reazioni sono state di maggiore preoccupazione. Mi risulta che sia i ragazzi francesi, che di altri paesi europei, siano tutti rientrati a casa. Degli americani, invece, solo alcuni sono partiti”. 
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