L’Orientale in Afropean network, rete che coinvolge 16 università europee e 6 africane

Intervista al Prorettore Vicario Augusto Guarino

L’Orientale del futuro, prossimo e a lungo termine, si sostanzia in una parola: internazionalizzazione. Lo afferma con forza il Prorettore Vicario Augusto Guarino che ritiene indispensabile, dopo gli anni duri della pandemia, riaprirsi “ai problemi della contemporaneità in senso globale”, spendendo energie su “Erasmus, convenzioni internazionali e sulla messa in campo di iniziative che accolgano sempre più studenti stranieri”. È l’espressione di una visione complessa che richiede uno sguardo vigile su tutto ciò che sta accadendo nel mondo: la tematizzazione costante e critica della guerra russo-ucraina, l’apertura sempre più intensa verso l’Africa, i rapporti fecondi con la Grecia che porteranno al recupero – dal prossimo anno accademico – del neogreco; senza dimenticare le radici campane dell’Ateneo, con diversi progetti di riqualificazione degli immobili ebolesi. Prorettore, partiamo dalle ultime settimane. Il 19 e 20 maggio a Palazzo du Mesnil si è tenuta la conferenza finale del Migration and Asylum Policies Systems (MAPS) Jean Monnet Network. “Sì, si tratta di una rete internazionale che coinvolge, compresa L’Orientale, ben dieci Università. Noi siamo capofila con la coordinazione del prof. Giuseppe Cataldi. Abbiamo trattato le problematiche legate ai flussi migratori nelle loro accezioni politiche, legali e culturali con focus sulle conseguenze drammatiche causate dalla guerra. Sono temi a noi molto cari rispetto ai quali abbiamo chiamato in causa tutti i nostri Dipartimenti”.

“La cultura russa non dev’essere demonizzata”

A proposito di guerra, il discorso si allarga automaticamente a ciò che sta accadendo in Ucraina. L’Orientale, fin dall’inizio delle ostilità ha sempre tentato di affrontare la questione in modo globale e critico. Qual è il messaggio da diffondere? “Innanzitutto occuparcene fa parte del nostro impegno sulla contemporaneità. In questo contesto si inserisce l’ultima iniziativa del prof. Guido Carpi , ordinario di Letteratura russa e decano degli slavisti italiani, su quanto sta accadendo. Ci sono stati diversi ospiti tra cui una collega della Vanvitelli, uno dalla Bulgaria e un altro scappato dalla Russia. È stato il terzo appuntamento, ma ce ne saranno sicuramente altri. Per un motivo molto semplice: da un lato siamo fermamente convinti che quella del regime russo sia una politica aggressiva ingiustificabile, dall’altro però vogliamo far capire a studenti e opinione pubblica che la cultura russa non deve essere demonizzata. Stigmatizziamo senza dubbio tutti i casi di discriminazione che molti studiosi subiscono. Sono voci che, all’inverso, spesso sono critiche nei confronti del loro governo. E anche se non lo fossero, accoglieremmo in ogni caso anche opinioni e pensieri diversi”.Quali sono sul fronte dell’internazionalizzazione i prossimi progetti in cantiere? “Beh, da un anno ormai lavoriamo alacremente, con il sottoscritto come Coordinatore su mandato del Rettore, su Afropean network, una rete che coinvolge 16 Università europee e 6 africane. Si tratta di un’iniziativa di integrazione tra sistemi universitari europei e africani. L’obiettivo è cooperare sulla formazione attraverso scambi di studenti, docenti, Master, Summer school, dottorati. Ad esempio, le lezioni potrebbero tenersi in Germania (a Bayreuth) o Francia (Bordeaux) per studenti che vengono da Paesi come la Nigeria. Il tutto, mettendo assieme le nostre competenze. Entro giugno otterremo la risposta definitiva da parte dell’Unione Europea, quindi incrociamo le dita. Aggiungo che L’Orientale è stato molto apprezzato nel partenariato, grazie al settore di Archeologia africana diretto dal prof. Andrea Manzo, alla difesa del patrimonio e della nostra expertise sull’Africa, avendo lingue come amarico, hausa, swahili, berbero. Specificità uniche in Europa”. In cantiere c’è anche un’altra iniziativa che, “se tutto va bene, verrà programmata per il prossimo anno. Abbiamo in mente una Summer school in inglese rivolta a studenti stranieri. L’intenzione è mettere in campo le nostre expertise su arabo, turco, lingue balcaniche. La sede ideale sarebbe Procida, aspettando anche che finisca l’anno della Cultura. Sarebbe un modo per continuare a tenere i riflettori accesi sia su noi che sull’isola. Ne sapremo di più la prossima primavera”.

“Riattiveremo il corso di neogreco”

Sul fronte didattico sono previste novità a breve termine? “L’anno prossimo, sul Corso di Studio in Mediazione linguistica (Dipartimento di Studi letterari, linguistici e comparati, ndr) riattiveremo il corso di neogreco, che abbiamo dovuto disattivare qualche tempo fa molto a malincuore per il pensionamento del titolare di cattedra. Devo dire che mi sono speso molto per questo recupero – per il quale la selezione del professore è in corso – innanzitutto perché una lingua dell’Unione Europea, in secondo luogo perché studiarla offre la chiave di accesso alla cultura millenaria greca. Non a caso noi abbiamo conservato sia l’insegnamento del greco antico che la parte bizantina (filologia bizantina, ndr). Del neogreco, infine, l’erede diretto è la Grecia contemporanea, con cui abbiamo grandi rapporti di fratellanza”.

Le proprietà ad Eboli

Tornando alle radici de L’Orientale, il 20 maggio ha preso il via il progetto che coinvolge gli immobili di proprietà dell’Ateneo ad Eboli. A quanto pare alcuni lotti sono stati affidati ad imprese agricole locali, con la prospettiva di generare 300 posti di lavoro potenziali. Qual è l’origine di questi beni? “La storia di questi immobili è davvero peculiare e a Napoli la conoscono in pochi. Come istituzione noi nasciamo a inizio ’700, sulla base dei beni che aveva ereditato il fondatore Matteo Ripa, di famiglia ebolese molto ricca. Si tratta di circa 700 ettari di terra, che da allora sono ancora nelle mani de L’Orientale, tranne una parte di circa 200 ettari che è stata venduta a fine anni ’80. I restanti 500 ettari sono un mosaico assai composito, fatto da una tenuta con una casa colonica proprio nell’ansa del Sele, più una serie di terreni non contigui che con questo progetto sono stati affidati a imprese agricole di vario tipo. Altri ancora sono presenti nella frazione Santa Cecilia, all’interno della cittadina. L’intento è recuperarli tutti: un primo progetto sulla rivalutazione della casa del nostro fondatore, che sarebbe rientrato nel PNRR e messo su con il Comune, non è andato a buon fine. In essere, però, ce n’è un altro in coadiuvazione con il Dipartimento di Architettura della Federico II, per rivalutare alcune cose materialmente. Sarebbe interessante organizzare anche iniziative culturali. Insomma, mi pare proprio il caso di dirlo: Cristo non si è fermato a Eboli, anzi, forse è partito da lì”.

Claudio Tranchino

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