“Se puoi sognarlo, puoi farlo”: il motto di Angela Procida, studentessa di Ingegneria Biomedica, atleta alle Paralimpiadi di Tokyo

Erano di un altro mondo. Relegati negli scantinati polverosi di un’accettazione che sembrava impossibile. La disabilità, che fosse dalla nascita o per un evento infausto, diventava atto burocratico di una ghettizzazione sottaciuta. Erano “loro”; fantasmi da nascondere. Ma poi, quasi come d’improvviso, con la foga e il coraggio hanno squarciato il cielo della presunta normalità, costringendoci a guardarli. E a guardarci. Sprigiona questa ‘foja’ Angela Procida, stabiese di soli 21 anni ma già padrona del proprio vissuto, che racconta l’origine dell’handicap senza girarci intorno, condensandolo in frasi secche e senza orpelli. “A 5 anni ho avuto un incidente stradale. In quell’occasione ho perso mio padre e mia sorella di sei anni, mentre io ho subito un danno permanente alle gambe. Fortunatamente ne sono uscite illese mia mamma e mia sorella minore”. Ad aver fatto guadagnare ad Angela gli onori delle cronache, però, è stata la partecipazione alle ultime Paralimpiadi di Tokyo come nuotatrice: finale giocata fino in fondo e terminata con il quinto posto. Risultato comunque eccezionale, perché non può essere un metallo – per quanto prezioso – a restituire il valore oggettivo di quanto fatto. Eppure, alla giovane preme fare una netta distinzione: “C’è l’Angela atleta e l’Angela persona. Sportivamente la delusione c’è, ma d’altra parte se ragiono in modo più ampio mi sento soddisfatta, perché le Paralimpiadi sono la massima aspirazione per chi pratica uno sport. Non bisogna dimenticare che tanti provano a raggiungerle senza mai riuscirci. È anche una questione di rispetto per chi non ce la fa”. Ma, partendo proprio da quegli ultimi metri fatti in vasca nipponica, un misto di felicità e delusione, andando a ritroso si scopre che l’amore tra la 21enne e l’acqua è scoccato per caso, nel 2014. “Già nel 2012 guardavo la massima competizione di Londra e sognavo di parteciparvi. Due anni dopo seppi che esisteva una squadra di nuoto paralimpica a Portici, così decisi di cominciare per hobby. Imparai a nuotare senza particolari obiettivi se non quello di fare della normale attività fisica. Iniziavo a settembre e a maggio già mi proponevano di partecipare ad un campionato”. Da quel momento in poi, un’escalation di record di categoria e italiani assoluti; la qualificazione sfiorata per Rio. Fino ad arrivare al 2019, anno della svolta: mondiali, due medaglie (bronzo e argento) e il pass per Tokyo (dove poi è andata assieme alla docente Rossana Pasquino, ai compagni di squadra Emanuele Marigliano e Vincenzo Boni, e Alessandro Brancato). “Emozioni inaspettate e incredibili”. Ma il superamento dei limiti non finisce mai, ed ecco che pure agli Europei arriva un risultato clamoroso: “La mia classe di disabilità non c’era, decisi allora di passare a quella cui appartenevano nuotatori con un quadro patologico migliore del mio. Vinsi, e non ci credevo”. Assumersi il rischio e mettersi in gioco, più facile a dirsi che a farsi: “non bisogna avere paura di nulla. Le ansie di non raggiungere gli obiettivi sono tante e concrete, ma serve lanciarsi. Una volta entrati in gioco, serve spingersi oltre ogni limite”. E ora, quanti pensassero che l’avventura di Tokyo e il nuoto esauriscano tutte le energie della stabiese, sbagliano. Le aule di Ingegneria biomedica della Federico II la aspettano per riprendere i corsi ad ottobre, quando finalmente si tornerà in presenza. “Sono ormai al terzo anno e non vedo l’ora di cominciare. Per me lo studio ha la stessa importanza che riveste lo sport”. Una scelta, quella del Corso di studi, nient’affatto casuale. Sembra chiudere un cerchio: “La biomedica può essere molto d’aiuto per gli sportivi. Penso alle tecniche di nuoto studiate, ai costumi che indossiamo, alle protesi. È un campo in cui mi riconosco a 360 gradi”. Non mancano tuttavia le dolenti note, che denunciano una Napoli ancora in ritardo atavico sulla mobilità cittadina e la fruibilità del trasporto pubblico. “Nel mio caso è un’arte raggiungere l’Università, le barriere architettoniche ci sono ancora, eccome! Purtroppo devo aspettare treni adatti e ne ho vissute di ogni”. Il racconto di una disavventura è da emicrania. “Per arrivare a Fuorigrotta, mi è capitato di fare il giro del mondo. Se non riesco a prendere il treno per arrivare alla stazione di Campi Flegrei, da Castellammare son costretta ad arrivare a Porta Nolana, da lì fino a piazza Garibaldi, per aspettare poi che passi la metro accessibile”. Insomma, un vero calvario. Proprio per questo Angela non dimentica la dimensione politica, che l’anno scorso ha tentato di avvicinare. “Mi piacerebbe riprenderla, l’interesse c’è sempre. Chi fa politica ha il dovere di risolvere e io conosco bene le problematiche che i disabili vivono tutti i giorni a livello infrastrutturale. Che si tratti di andare all’università o in piscina”.
Gagliarda, tenace, sfacciata al punto giusto, Angela si congeda con la frase che più volte si è ripetuta per darsi carica: “Se puoi sognarlo, puoi farlo”.
 
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