A giugno “una conferenza sulla didattica”

Giurisprudenza cambia ordinamento: verso l'annualità di tutti i corsi

Una riflessione ad ampio raggio che si snoda attorno alle misure emergenziali richieste dagli eventi del passato recente, a quelle più radicali rivolte al futuro prossimo, prima fra tutte la riforma dell’ordinamento, improntata ad una più stretta collaborazione con il mondo dell’imprenditoria regionale. L’annuncio di una conferenza sulla didattica prevista per giugno, occasione di una possibile modifica delle dissertazioni in sede di laurea. Senza dimenticare l’annosa questione degli spazi del Centro Storico e l’urgenza, che si sta imponendo da diversi anni, di ridiscutere gli esami di abilitazione all’avvocatura. Il prof. Sandro Staiano, Direttore del Dipartimento di Giurisprudenza, rilascia una lunga intervista ad Ateneapoli e apre, di fatto, ad una stagione di grandi cambiamenti. Non prima, però, di commentare la prestigiosa elezione a Presidente dell’Associazione Italiana dei Costituzionalisti, avvenuta lo scorso dicembre. 
Direttore, cosa rappresenta questa carica per lei e per l’Ateneo? Quali saranno i valori sui quali fonderà il suo mandato?
“Che dire, questa è un’Associazione di grande rilievo che in 36 anni di vita non ha mai avuto un Presidente napoletano e molto raramente meridionale. In qualche misura è anche un riconoscimento all’autorevolezza della Federico II. Detto questo, credo che quella dei Costituzionalisti abbia oggi molta più centralità rispetto ad altri sodalizi scientifici, per ciò che sta accadendo naturalmente. Viviamo una fase critica in cui le istituzioni repubblicane sono sottoposte a tante sollecitazioni. Di conseguenza, noi siamo al centro dell’attenzione. Non ci sottrarremo a questo ruolo, tenendoci pur sempre nei confini rigorosi della riflessione scientifica. Ma è inevitabile che questo abbia una ricaduta nelle relazioni istituzionali”.


“Nei nostri percorsi deve essere contemplata una maggiore esperienza di scrittura”


La riforma dell’ordinamento di Giurisprudenza entrerà pienamente in vigore a partire dal prossimo anno. Quali sono le modifiche più rilevanti?
“La prima, un’opzione a partire dall’anno 2022/23, riguarda il percorso congiunto, a numero chiuso, tra noi e i due Dipartimenti di Economia. La mia intenzione, a tal proposito, è di realizzare un rapporto con il mondo della produzione e dell’impresa sul territorio regionale. Per esempio coinvolgere le associazioni di imprenditori, anche per guardare al mercato del lavoro di qualità. Una seconda osservazione riguarda il nostro trend, che è in crescita. Dai 1364 iscritti dei passati dodici mesi, siamo passati a 1415, nonostante la pandemia. E il dato è rilevante perché, in Italia, gli studenti di Giurisprudenza si sono dimezzati. Aggiungo un ulteriore punto. Nei nostri percorsi deve essere contemplata una maggiore esperienza di scrittura. Abbiamo visto in maniera preoccupante che gli studenti hanno una scarsa abitudine in proposito ereditata dalla scuola. È un deficit che può risultare decisivo per esempio nei concorsi. Ragion per cui vanno offerte più occasioni di scrittura attraverso laboratori che, tra l’altro, sono già in corso di sperimentazione. Ma devono diventare più importanti”.
Questo nuovo percorso che lega Giurisprudenza ed Economia è a numero chiuso. Perché? Ci sono già partner sul fronte del lavoro?
“Sul primo punto ci sono motivi di carattere dipartimentale. Non possiamo fare altro che implementare un numero chiuso, circa 100 posti, legato ad una convenzione tra noi e i due Dipartimenti di Economia. Il percorso è ovviamente biunivoco. Che si parta dall’uno o dall’altro, si può arrivare alla doppia laurea. Sul secondo punto pensiamo sia a singole imprese che all’Associazione degli industriali. Abbiamo già avuto un primo approccio quando lanciammo la proposta. Ora che parte in concreto il percorso dopo la fase pandemica, riprenderemo il dialogo. Il Rettore ci ha garantito supporto in tal senso”.
Un’altra misura importante consiste nel passaggio degli insegnamenti da semestrali ad annuali? Qual è il senso di fondo?
“Innanzitutto, in merito a questo punto, che stiamo già sperimentando in parte quest’anno, abbiamo dovuto inserire ovviamente dei correttivi a causa di alcune difficoltà applicative. Nell’anno 2022/23 solo gli iscritti al primo anno avranno esami annuali. A seguire, la misura verrà estesa a tutti gli altri anni. E sottolineo che il problema non è stato solo il superamento delle pause piuttosto lunghe, in ragione della coesistenza di corsi annuali e semestrali. C’è un dato di fondo che tocca questa modifica strutturale. Crediamo fortemente, per l’esperienza fatta, in una didattica sostenibile. Pensiamo che la lezione di un’ora, quella classica della giornata fino alle 14, sia una misura adeguata per consentire di non abbassare la soglia di attenzione e renderla più produttiva. L’annualità, da intendersi come lezioni che si sviluppano su sei mesi, saranno spezzate dalla sola pausa natalizia. Ciò garantisce, secondo noi, una sedimentazione sufficiente allo studente, che, non dimentichiamolo, è sempre al centro dei nostri interessi”.
In che senso sostenibile?
“Se noi affastelliamo di nozioni il discente in un tempo ristretto, la didattica non consente una utile recezione. Non dobbiamo considerare lo studente come un vaso da riempire. Va garantito, al contrario, un percorso circolare tra noi e loro, che si basi sull’interazione. L’immissione unilaterale di contenuti sarebbe dannosa perché non creerebbe il necessario rapporto di scambio. Fare una didattica sostenibile ci consente di capire che rendimento ha il nostro insegnamento, quali sono le esigenze dell’apprendimento. E d’altra parte io credo fermamente nella didattica in presenza, perché solo così questa circolarità può avere luogo. Una posizione puramente passiva del discente non è accettabile”.


“Purtroppo le tesi tendono alla mancanza di originalità”


Per il prossimo anno pare che siano in atto una serie di riflessioni interne su ulteriori cambiamenti, a prescindere dalla modifica di ordinamento. Cosa potrebbe cambiare per gli esami di laurea?
“A giugno terremo una conferenza sulla didattica. Ci stiamo preparando al meglio per non improvvisare nulla, affinché possano venire fuori proposte praticabili. Uno di questi nodi è legato alla dissertazione di laurea. Purtroppo le tesi tendono alla mancanza di originalità. Probabilmente c’è anche la necessità di differenziare le conclusioni dei percorsi. Una possibile idea di riforma in tal senso è la presenza di un correlatore. Ci sono alcune materie scientifiche che prevedono la presenza di un correlatore avverso, il quale ha la funzione di dare voce critica sul lavoro, creando un contesto dialettico. Da noi sarebbe poco praticabile, dati i numeri degli iscritti, però potremmo diversificare le dissertazioni portandole sul commento di un testo, sull’esposizione di una decisione di un giudice. Ma, ripeto, tutto questo va discusso a giugno”.
Tornando al tema del lavoro, le riforme di ordinamento servono ad adeguare un percorso di studio alle dinamiche contingenti del lavoro. Qual è la situazione per chi esce da Giurisprudenza?
“Indubbiamente ci sono i percorsi tradizionali: la magistratura, il notariato e l’avvocatura. Tuttavia, queste non riescono ad esaurire lo spettro delle possibilità che offre la nostra laurea anche perché si tratta di settori fortemente inflazionati, soprattutto quello dell’avvocatura, che reputo debba essere sottoposto ad interventi sostanziali. Siamo l’Ateneo più grande del Meridione, il più antico d’Italia, e per questo dobbiamo rispettare la nostra storia proponendo, magari, una revisione degli esami abilitanti”.


Spazi: “ci siamo un po’ sacrificati” 


Che tipo di intervento servirebbe secondo lei?
“Abbiamo una gran folla di aspiranti e le modalità di valutazione delle prove sono del tutto inconoscibili. Talvolta il sospetto è che la valutazione sia approssimativa. Di conseguenza la partecipazione degli studenti è assolutamente imprevedibile negli esiti. Si potrebbe pensare ad una fase integrativa della professione affidando all’Università, in apertura verso l’esterno, che si concluda poi con un esame che conduca alla professione”.
Una delle note più dolenti per i Dipartimenti con sede nel Centro Storico è rappresentata dalla carenza di spazi. Giurisprudenza ha offerto più volte sostegno mettendo a disposizione di Studi Umanistici e Scienze Politiche alcune aule. Quali sono i prossimi sviluppi?
“Noi ci siamo un po’ sacrificati. Abbiamo fronteggiato una fase in cui alcuni percorsi di studio, come quello letterario, hanno moltiplicato e parcellizzato la propria offerta formativa, senza approntare preventivamente una riflessione adeguata sull’effettiva sostenibilità. Prima lo si è consentito, ma ora non si potrebbe più andare avanti senza una previa valutazione di impatto. Abbiamo convenuto con il Rettore Lorito, estremamente disponibile in merito, a reperire altri spazi dentro e fuori dal Centro Storico, per risolvere questo problema. Sono convinto che già a partire dal prossimo anno la situazione migliorerà sensibilmente”.
Tutte queste riflessioni hanno a che fare con il futuro prossimo del Dipartimento. Guardandosi indietro, come ha reagito secondo lei l’intera macchina di Giurisprudenza all’emergenza Covid? Cos’ha fatto emergere?
“Beh, noi non avevamo mai avuto esperienza di dad. Abbiamo organizzato tutto in una settimana. Ci penso sempre con emozione. Lo sforzo è stato importante ma ognuno ha dato dimostrazione di grande efficienza. Abbiamo dato vita ad una coesione comunitaria che deve renderci orgogliosi. Basti pensare che molti di noi non avevano nemmeno le competenze specifiche. Alcuni nostri dipendenti, grazie a competenze private, si sono messi a disposizione al di là del proprio ruolo burocratico rendendo così possibile una dad di qualità e generalizzata. E parlo sia dei docenti che dei tecnici. Non ci siamo nascosti dietro le difficoltà e non abbiamo atteso aiuti esterni. Si sono create delle leadership locali che hanno governato la situazione in modo egregio. A questo però aggiungo pure che non appena ci è stato possibile, e devo dire con una certa solitudine in questa scelta, siamo tornati in presenza per tutto il tempo in cui è stato possibile”.


Claudio Tranchino 

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