Accogliere, dimostrare, unire: l’Università Federico II si fa baluardo contro la guerra

Un flash mob e la lettura di brani: il 14 marzo, un momento di grande condivisione per la comunità accademica fredericiana

“La Federico II si fa baluardo contro la guerra attraverso tre parole: accogliere, dimostrare, unire. Quello che viviamo è un conflitto antistorico, è inaccettabile. Le accademie saranno la culla per superare queste situazioni, i ragazzi sono il futuro e a loro dedichiamo questa giornata, al popolo ucraino e a tutti coloro che pagano gli effetti di questa guerra”. Si è espresso così il Rettore Matteo Lorito. Didattica sospesa e in alto gli stendardi della pace e dell’Ucraina. Sotto un sole primaverile, lunedì 14 marzo, tutta la comunità fredericiana – docenti, personale tecnico e soprattutto studenti – ha chiuso i libri, spento i pc, per riunirsi in un flashmob sullo Scalone della Minerva – nella sede centrale – e lanciare un grido di umanità affinché il conflitto bellico che sta mietendo vittime e provocando esodi di massa cessi. Rubano la scena i colori arcobaleno di striscioni e bandiere; delle mascherine che, da protezione contro il Covid, diventano mezzo per dare risalto al giallo e al blu, simboli ucraini. L’artista Barbara Buonaiuto intona canti, sostenuti in coro dalla platea. “Studenti per la pace contro ogni guerra”, “Stop war”, “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa contro la libertà dei popoli”, “Save Ukraine”, si legge su alcuni cartelloni. 


Ospitalità e sostegno per 150 ricercatori e studenti ucraini


Nutrita la presenza della stampa, sia locale che nazionale. Nonostante l’atmosfera solenne, la gravità dei fatti, sui visi dei presenti aleggia un sorriso lieve. Quello di chi è consapevole del proprio ruolo nella storia, perché sta facendo echeggiare nei luoghi della cultura la contrarietà verso qualsiasi atto belligerante. Prendere posizione, caratterizzare il senso del concetto di pace analizzando criticamente e mettendo a frutto le intelligenze senza nascondersi dietro facili narrazioni. 
La giornata è proseguita poi nell’Aula Magna Storica – gremita – dove il Rettore, durante i saluti istituzionali, ha ampliato i concetti espressi alla stampa e, soprattutto, ha annunciato misure di sostegno sostanziali, prima di dare spazio agli ospiti di turno e alle letture di alcuni studenti. La Federico II, oltre alle raccolte di beneficenza, infatti, è pronta “a stanziare fondi straordinari per le borse di studio e di ricerca, posti letto; a mettere a disposizione 150 posti per ricercatori e studenti ucraini; a permettere di iscriversi ad un qualsiasi percorso di Laurea con una semplice atuocertificazione; ad offrire supporto psicologico e soprattutto un fermo a tutte le attività di ricerca sul progresso tecnologico che potrebbero essere sfruttate a vantaggio del mercato delle armi. Dobbiamo unire russi e ucraini e anche per questo ogni singolo Dipartimento continuerà con singole iniziative”.


“La pace è un atto radicale”


Ad aprire le danze dei discorsi, dei moniti sulla pace – sotto diverse forme e in alcuni casi accompagnati dai sax di Sergio Dileo e Marco Zurzolo – è stata l’Assessore all’Urbanistica, nonché docente della Federico II nel medesimo settore, Laura Lieto, che ha portato i saluti del Sindaco di Napoli Manfredi e di tutta la Giunta comunale, ribadendo un concetto chiaro: “La pace è un atto radicale. Il Comune esprime la sua risoluta condanna di ogni forma di aggressione verso la libertà di espressione e autodeterminazione dei popoli”. Ha tenuto un lungo discorso pure lo storico Andrea Graziosi, al quale è stato affidato il compito di introdurre il tema: “Questa guerra ci consegna tre lezioni: per esistere bisogna resistere innanzitutto. Urge uscire dalla bolla nella quale viviamo dal secondo dopoguerra, dobbiamo fare i conti con la realtà, che è cambiata e ci chiede di interpretarla con categorie diverse da quelle novecentesche. Ultimo, non esistono le categorie collettive, che mi fanno inorridire, ma le persone”. L’attrice Rosaria De Cicco, invece, si è affidata alle parole del filosofo giapponese Dysaku Ikeda e al nostro Eduardo De Filippo, unendo le due prospettive in un appello accorato: “Tentare di scoprire un nuovo senso di umanità e pace”.
La scena, poi, è stata interamente rubata dagli studenti: ucraini, russi, italiani, spagnoli, afghani. Letture sulla pace tratte da opere di autori conosciuti in tutto il mondo – Ungaretti, Tolstoj, Neruda – recitate in lingua originale e poi tradotte in italiano. Al presidente della Confederazione degli Studenti, il compito di riportare alla memoria un brano de “Il Grande Dittatore”, film capolavoro di Charlie Chaplin. Hanno chiuso la giornata l’attrice Marina Confalone e lo scrittore Maurizio De Giovanni. La prima si è impegnata nel leggere la lettera di un bambino italiano di 7 anni rivolta a Putin e a decantare Imagine, di John Lennon, in italiano. Il secondo ha raccontato la storia di due giovani. Un russo e un ucraino: esistenze lontane geograficamente, ma vicine perché fatte di quotidianità comuni. Poi la guerra: i due si ritrovano al fronte e si uccidono a vicenda. 
Un lungo e solenne applauso ha accompagnato il rito conclusivo. Tutti gli studenti impegnati nelle letture si sono predisposti in prima fila, davanti all’uditorio, con cartelli recanti le più disparate bandiere europee. Un caleidoscopio di lingue, per un solo messaggio: “No alla guerra”.

 Studenti ucraini e russi insieme
“Deve prevalere il senso di umanità”

Prima del flashmob, durante le letture e a margine dell’evento, l’intera attenzione della stampa è stata tutta sugli studenti ucraini presenti che, loro malgrado, sono testimoni diretti e al tempo stesso indiretti di quanto sta avvenendo da settimane nel loro Paese d’origine. Domande sui familiari obbligati a fuggire dalle proprie abitazioni, sulle sensazioni nell’assistere inermi – dietro le immagini di smartphone e tv – alla distruzione di intere città; su come secondo loro debba risolversi il conflitto. Ma, notizia lieta – da sottolineare ed evidenziare in grassetto – è stata pure la presenza di una ex studentessa russa, a Napoli da sei anni. Un messaggio di accoglienza forte, anzi necessario, per non cadere nel facile rischio di demonizzare un’intera nazione – e così la sua cultura, parte della nostra – a causa delle scelte scellerate di una classe dirigente comunque inserita in un contesto geopolitico di lotta tra potenze che fanno i propri interessi, come abbiamo imparato a vedere da lontano in Afghanistan, Siria, Iraq, Yemen. Nessuno dei ragazzi si è sottratto, quasi a voler assurgere ad un senso di responsabilità nei confronti delle proprie origini, che ora più che mai, con senso critico, vanno abbracciate ancora più forte.
La prima a parlare è Anastasiya Rabuchko, di Donetsk, dal 2012 a Napoli e al secondo anno di Giurisprudenza. “Sto vivendo molto male la situazione ovviamente, con tristezza e delusione, perché ho parenti lì, quello è il mio Paese. Vi assicuro che il dolore è immenso, siamo due popoli – noi e i russi – che sono sempre stati fratelli e dovrebbero sostenersi. Non piange il cuore, ma l’anima. La guerra non è il motivo per il quale sono andata via, ma quello che non mi permette di tornare. Sul conflitto, ciò che sento di dirmi è che dal punto di vista politico la verità non si sa mai del tutto. Io spero, da cittadina, che le trattative riprendano, la mia generazione è cresciuta con la guerra in Donbass”. Accanto, c’è poi Andrij Novakoski, 23enne che ha messo radici in Italia quando aveva solo tre anni e protagonista della lettura di un estratto del racconto “Sentieri incrociati”, di Ivan Franko. “La manifestazione di oggi è stata importante perché le voci si fanno sentire, penetrano. Iniziative di questo tipo, soprattutto se promosse da ragazzi, inducono a riflettere, a mettere il grillo in testa. Ecco, quando questo accade si è costretti a confrontarsi con la realtà. Da un punto di vista generale, le possibilità, a proposito del conflitto, sono tre: la vittoria della Russia, lo scoppio di un’assurda terza guerra mondiale, la resistenza ucraina. Innanzitutto io mi auguro che la situazione non involva, ma personalmente spero che a prevalere sia la forza della mia gente e soprattutto che altri civili non perdano la vita”. Invita invece ad una riflessione sui valori occidentali di pace, autodeterminazione dei popoli e libertà d’espressione Anastasiya Movonova, di 21 anni e da 18 in Italia, originaria di una città a tre ore da Kiev. “Dobbiamo veicolare un messaggio di ampio respiro su quanto sta accadendo. Siamo cresciuti con il concetto di libertà, dobbiamo riprenderlo e ribadirlo con sempre maggiore forza. Lo sta dimostrando la mia gente, che nonostante la sproporzione in termini di forza militare rispetto ai russi, sta dando tutto pur di difendere le proprie radici. Non si arrenderà, perché c’è tanto risentimento storico. Per quanto riguarda la mia famiglia, fortunatamente siamo riusciti a portare qui i membri più stretti, ma alcuni miei zii hanno deciso di arruolarsi nei corpi civili territoriali rifiutandosi di scappare quando era possibile. Vogliono restare lì a combattere per l’Ucraina”.
Le ultime parole – poche – sono di una ragazza russa, triennale in Beni Culturali e attualmente iscritta alla Magistrale di Management del Patrimonio culturale. Gli occhi sono frastornati, la voglia di parlare non molta ma al tempo stesso sembra voler urlare di non avere colpe, come se l’attualità la costringesse tristemente a dover ribadire di essere una cittadina come gli altri. Dopo aver letto un estratto di un’opera di Tolstoj spende, a margine dell’evento, un augurio per la Russia e per l’Ucraina: “Spero che il conflitto finisca presto e credo che le parti debbano fare un passo indietro per preservare le vite delle persone. Deve prevalere il senso di umanità”. 

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