La prof.ssa Flavia Cavaliere, orgogliosa ambasciatrice culturale: “sono una federiciana doc”

Cattedra Fulbright all'Università di Pittsburgh

“Come anticipato ai miei corsisti e tesisti, in qualità di vincitrice della prestigiosa borsa Fulbright, a partire da gennaio per il prossimo semestre (fino a fine maggio) insegnerò presso la University of Pittsburgh in qualità di Fulbright Distinguished Chair”. Con questo messaggio, pubblicato sulla propria pagina web docenti a fine dicembre, la prof.ssa Flavia Cavaliere, che insegna Lingua Inglese a Studi Umanistici, salutava – pro tempore – i propri studenti, prima di volare verso la Pennsylvania, negli Stati Uniti. 
Orologio che viaggia sei ore indietro, sole e neve che si danno il cambio all’improvviso, in una città – Pittsburgh, “davvero americana” – ormai lontana parente di quella resa famosa anni addietro dagli altiforni siderurgici delle acciaierie. Niente più steel: sguardo rivolto verso la tecnologia e spazio al verde; per offrire nuova visione di sé. E lì l’1 gennaio è atterrata la prof.ssa Cavaliere, portando nel proprio bagaglio abiti adatti al freddo e il nome della Federico II, della quale si sente “un’orgogliosa ambasciatrice culturale, sono una federiciana doc”. Dopo le prime settimane passate in dad per decisione della Rettrice e diversi adempimenti burocratici – “è stato un po’ straniante, non ho potuto conoscere nessuno”, racconta – il contatto diretto con i luoghi universitari – la splendida Cathedral of Learning in stile gotico, dove si reca per fare lezione, nelle “bellissime international rooms, dedicate a diversi Paesi” – i colleghi e gli studenti. Proprio a questi ultimi, cui la docente si dedica due ore a settimana, insegna, presso il Dipartimento di Studi europei, non solo inglese, ma soprattutto francese e italiano. “Mi occupo sì di traduzione, ma anche di multimedialità. I ragazzi sono più interessati alle lingue straniere, chiaramente, e il mio corso è sulle rappresentazioni che i media diffondono del nostro Paese. Durante le lezioni cerchiamo di capire quanto siano stereotipati i modelli diffusi da letteratura, pubblicità, film. Insomma io, qui, presento l’italianità, anche con un certo accento sul sud”. E se il soggiorno a Pittsburgh è un’occasione per “tessere relazioni che servano in futuro alla nostra Università”, d’altra parte si può tentare di aprire una dialettica sulle differenze, con le dovute proporzioni. “A Napoli ci ritroviamo a fare lezione ad un numero altissimo di studenti, centinaia. Qui, invece, mi interfaccio con dieci ragazzi al massimo. Chiaro, anche perché un quadriennio arriva a costare pure 60mila dollari. Infatti non c’è ragazzo che non lavori, ognuno di loro ha anche più di un’occupazione. Ma questo tipo di mentalità parte da lontano, con le famiglie che fin dalla loro nascita iniziano subito a mettere da parte soldi per il loro futuro al college”. Le differenze non finiscono qui, perché “dal punto di vista accademico, a Pittsburgh, si può accedere a corsi misti o integrati, combinando più curriculum. Ad esempio un mio studente ha come percorso principale informatica e poi, in seconda battuta, si dedica agli studi italiani. L’Università tenta di dare allo studente una preparazione molto ampia, anche se non so quanto possa servire nel concreto. Il rischio è di mischiare troppi saperi”. E come si potrebbe concludere il racconto sulla tratta Napoli – Pittsburgh – due opposti separati da ben 7.509 km via aria – se non con un aneddoto relativo al caffè? “Per mia fortuna, appena sono arrivata qui, le mie colleghe di Dipartimento mi hanno regalato una grossa moka con la quale posso sentire gli odori di casa”.


Claudio Tranchino 

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