L’architettura “si oppone dal punto simbolico alla guerra: presuppone un progetto di costruzione”

A Palazzo Gravina la mostra ‘Make Architecture, Not War’

“All’Esposizione Universale di Parigi del 1937 spirano già fortissimi i venti di guerra. I padiglioni nazionali delle dittature alle quali va addebitata la responsabilità della tragedia che si sarebbe abbattuta sul mondo esprimono un carattere cupo e marziale, evocando esplicitamente politiche culturali che provano a giustificare se non esaltare la ricerca del dominio attraverso la guerra e la morte. Le Corbusier, incaricato per quella stessa Esposizione di progettare il Pavillon des Temps Nouveaux, oppone a quelle retoriche un collage dal titolo emblematico che, con ironia e fermezza, esprime tutto il potere che l’architettura possiede di creare e non di distruggere. “Des canons, des munitions? merci! des logis … s.v.p.”: il mondo deve produrre non guerra, ma architettura”. Rievoca questo precedente storico che risale ad ottantacinque anni fa il prof. Giovanni Menna, che insegna Storia dell’architettura alla Federico II, per presentare la mostra ‘Make Architecture, Not War’, che è stata inaugurata a Palazzo Gravina il 22 aprile e potrà essere visitata fino al 5 maggio. Menna ne è il curatore insieme all’architetto Olga Starodubova, una giovane studiosa allieva di Franco Purini. “L’idea della mostra – spiega il docente – è nata ed è stata realizzata all’indomani dell’inizio della tragedia alla quale stiamo tutti assistendo in Ucraina. È stata pensata e messa in piedi nel giro di un paio di settimane. La domanda che in questi casi, a fronte di notizie ed immagini drammatiche che ci rimandano ad orrori e violenze, ci si pone è sempre la stessa: cosa possiamo fare? La risposta che mi sono dato, che si è data l’architetto Starodubova e che si sono dati tutti coloro i quali hanno scelto di contribuire all’iniziativa è che bisogna continuare a lavorare e produrre cultura, mostre, incontri, condivisione di esperienza, sensibilizzazione”. Riflette: L’architettura per sua natura è costruzione e non distruzione. Si oppone dal punto simbolico alla guerra: presuppone un progetto di costruzione”. Va avanti il docente: “Per reagire alla ferocia dei conflitti non c’è alternativa. Non c’è altro modo per contrastare la barbarie che rischia di sequestrare le coscienze, paralizzare le azioni e innalzare barriere tra i popoli che continuare a produrre conoscenza e cultura”. La mostra che è stata inaugurata alcuni giorni fa a Palazzo Gravina si inscrive in questo pensiero. “È un piccolo omaggio all’architettura e al potere che essa ha di poter essere produttrice di vita, di condivisione, di pensiero e di bellezza, e un piccolo segnale di resistenza”. L’esposizione ha carattere nazionale, presenta disegni di architettura firmati da alcune delle figure più importanti nell’ambito della rappresentazione artistica dell’architettura, ma anche da professionisti più giovani in via di affermazione. Hanno già aderito, tra gli altri, Arduino Cantafosa, Paolo Portoghesi, Franco Purini, Orazio Carpenzano, Alberto Ferlenga, Luca Galofalo, Carmelo Baglivo, Beniamino Servino, Cherubino Gambardella. Ognuno degli autori invitati – dice Menna – presenta un lavoro inedito, prodotto per l’occasione. Non grafici riferibili a progetti, ma visioni di architettura, in grado di rendere cioè visibile tutto il potenziale che l’architettura ha nell’evocare, prefigurare e, possibilmente, realizzare un altro mondo”. Il titolo che Menna e Starodubova hanno scelto per la mostra a Palazzo Gravina riprende un celebre slogan molto in voga negli anni Sessanta del secolo scorso tra i giovani che scendevano in piazza nelle manifestazioni pacifiste, in particolare quelle che furono organizzate all’epoca della guerra degli Stati Uniti contro il Vietnam: “Fate l’amore e non fate la guerra”.

Fabrizio Geremicca

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