Microplastiche e salute umana: uno studio su pesci e molluschi

Finiscono in mare per la scorretta gestione dei rifiuti e dei depuratori o trascinate dai fiumi, si sminuzzano in particelle molto minute, entrano nella catena alimentare attraverso i molluschi ed i pesci e rischiamo, alla fine, di ritrovarcele nel piatto quando mangiamo una impepata di cozze o una fetta di pesce spada alla griglia. Le plastiche, ed in particolare le microplastiche, sono un serio problema per l’ecosistema marino e potrebbero diventarlo anche per la salute umana. Lo sa bene la prof.ssa Raffaella Mercogliano, docente al Dipartimento di Veterinaria, che si occupa di contaminazione chimica degli alimenti. È tra i partecipanti ad un progetto di estrazione ed identificazione delle microplastiche dai molluschi, dagli sgombri e dai tonni che l’Università del Molise sta conducendo in collaborazione con la Federico II. Un articolo relativo alla metodologia ed ai risultati preliminari è stato pubblicato quest’anno sull’Italian Journal of Food Safety. “Si è conclusa – riferisce la docente – la prima fase di estrazione delle microplastiche che caratterizziamo come colore e numero. I campioni che ci sembrano positivi saranno inviati in un altro laboratorio per individuare la tipologia della plastica”. Già nel 2019, peraltro, la docente aveva svolto con altri ricercatori un lavoro sulle fonti di contaminazione dei prodotti ittici: “Attingendo a varie fonti bibliografiche ci soffermavamo sulle modalità con le quali le microplastiche possono entrare negli organismi animali e, in particolare, sulla ipotesi che dall’apparato gastroenterico dei pesci possano migrare nel muscolo. Una possibilità che pochissimi lavori hanno dimostrato. Non è una questione senza importanza perché nel consumo alimentare dei pesci l’apparato gastroenterico si scarta, il muscolo si mangia”.
Nel 2018 una ricerca scientifica condotta da Università Politecnica delle Marche, Greenpeace e Istituto di Scienze Marine del CNR di Genova aveva già confermato la presenza di particelle di microplastica anche in pesci e invertebrati. I ricercatori navigavano a bordo della Rainbow Warrior, l’ammiraglia della flotta di Greenpeace, ed avevano effettuato campionamenti in vari punti della costa di Liguria, Toscana, Lazio e Campania. Documentarono la presenza di microplastica in organismi marini appartenenti a specie diverse e con differenti abitudini alimentari, dalle specie planctoniche, agli invertebrati, fino ai predatori.
Il campo di ricerca della prof.ssa Mercogliano rientra a pieno titolo nel concetto di One Health, una espressione inglese che si utilizza per sottolineare che ormai il concetto di salute umana ed animale è strettamente legato e si lega a sua volta a quello della salubrità dell’ecosistema. Come, d’altronde, parrebbero evidenziare anche le vicende della pandemia di Covid. “Il consumatore – sottolinea la docente – deve capire che molti dei suoi comportamenti incidono anche sulla sicurezza alimentare. Alla fine ci torna in tavola il nostro cattivo comportamento. Le catene trofiche hanno un punto di contatto con la catena alimentare”. Anche perché, spiega, “le microplastiche in ambiente marino si deteriorano, diventano spugna e possono assorbire anche contaminanti e sostanze inquinanti di diversa natura. Le aggregano e i pericoli si moltiplicano per la salute umana”. Ma quali sono le specie più a rischio relativamente al problema della contaminazione da microplastiche ed altre sostanze chimiche in ambiente marino? “In genere – risponde la prof.ssa Mercogliano – quelle al vertice della catena alimentare. Le sostanze si accumulano lungo la catena alimentare. I molluschi, poi, sono suscettibili di accumulare inquinanti perché filtrano l’acqua”.


Fabrizio Geremicca  

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