Ricercatori: il 60% indisponibile ad assumere incarichi “non dovuti”

Sono ormai molti mesi che i ricercatori delle Università italiane stanno protestando come mai visto fino ad ora. In alcuni casi, come nella Facoltà di Scienze della Federico II, la protesta è iniziata alla fine dello scorso anno. Un’idea dello stato attuale dell’agitazione la forniscono alcuni numeri: nei 7 Atenei campani ci sono quasi 2.500 ricercatori, il 10% del totale nazionale, spaziando dagli oltre 1.200 della Federico II ai 37 del Suor Orsola Benincasa. Ovunque i ricercatori hanno attuato e stanno attuando varie forme di protesta che hanno raccolto la solidarietà prima e la partecipazione poi delle altre componenti dell’Università. I ricercatori, però, non stanno scioperando, stanno semplicemente applicando regole disattese per molti, troppi anni. La forma di protesta più diffusa, e che sta comportando i maggiori disagi per gli studenti, è l’indisponibilità ad assumere incarichi didattici “non dovuti”, cioè l’indisponibilità ad assumere il carico didattico frontale nei corsi. Aderisce a tale forma di protesta mediamente il 60% dei ricercatori: alla Federico II sono oltre 700 gli indisponibili, quasi 400 alla SUN, poco più di 200 a Salerno, circa 60 al Sannio, all’Orientale la maggioranza dei 65 ricercatori, ben 14 dei quali, però, andranno in pensione a giorni. Riferendosi alle Facoltà, i dati risultano ancor più variabili e l’impatto sulla didattica fortemente dipendente dal carico tenuto storicamente dai ricercatori. Ad esempio, nella Facoltà di Ingegneria del Federico II, 160 ricercatori su 176 non hanno accettato insegnamenti: da soli rappresentano un terzo dei 480 strutturati (professori e ricercatori) ed hanno lasciato scoperto il 20% degli insegnamenti di I semestre; sul II non si è ancora presa alcuna decisione. A Veterinaria i 42 ricercatori hanno lasciato scoperti 68 dei 106 corsi da essi tenuti. Ad Architettura la situazione è ancora più grave, dal momento che 40 ricercatori su 50 hanno mantenuto la loro indisponibilità e i disagi sono enormi. A Sociologia la percentuale è ancora maggiore, poiché sono 17 su 18 i ricercatori indisponibili, su un totale di 48 strutturati. Percentuali di ricercatori indisponibili molto elevate si ritrovano anche a Medicina (60%) ed a Lettere (60%). Ad Agraria ed a Scienze, infine, una sofferta riorganizzazione ha consentito un avvio comunque disagiato delle lezioni. Tutti i dati, e molti altri ancora, sono disponibili sul sito www.rete29aprile.it realizzato dal movimento nazionale dei ricercatori. All’inizio l’attenzione e la considerazione verso questa protesta sono state scarse; col passare dei mesi e con l’intensificarsi dello stato di agitazione e con i disagi crescenti, un po’ tutti hanno cominciato a mostrare interesse, primi fra tutti gli studenti, poiché i più colpiti. Anzi, una delle domande che spesso ci hanno posto è stata: perché i ricercatori protestano proprio ora e non lo hanno fatto anche in passato, quando pure ce ne erano le ragioni? Domanda sacrosanta. Per rispondere e per meglio comprendere, occorre fare un piccolo passo indietro e capire cos’è oggi un ricercatore universitario. Il ricercatore è uno strutturato stabile all’interno dell’Università, non è un precario, e pertanto non protesta per chiedere la stabilizzazione. Il ruolo del ricercatore venne istituito esattamente 30 anni fa, con la Legge 382/80, che ridisegnò completamente il sistema universitario. Tale legge assegnava e limitava a professori ordinari ed associati i compiti di didattica frontale; istituiva poi la figura del ricercatore, descrivendo modi e termini con i quali assegnare a questo, pur in assenza di una precisa definizione dello stato giuridico, i compiti di ricerca e di didattica integrativa. Quest’ultima si concretizza in esercitazioni, collaborazione con gli studenti nelle ricerche attinenti alle tesi di laurea ed attività tutoriali. Molte leggi si sono succedute da allora e, pur senza modificarne il ruolo ed i doveri, hanno via via consentito ai ricercatori di potersi far carico anche della didattica frontale, assumendo corsi per supplenza o accettando affidamenti, a titolo gratuito o retribuito, sempre però con manifestazioni di carattere volontaristico. Ovviamente, tale possibilità è diventata stringente necessità allorquando le modifiche agli ordinamenti didattici (il ben noto “3 + 2”) e l’introduzione del sistema dei crediti formativi hanno inevitabilmente e fisiologicamente portato ad un aumento dell’offerta didattica e, molto spesso, ad un moltiplicarsi dei corsi e degli insegnamenti insostenibile per i soli professori. Di fatto, ma non per mutato e riconosciuto status, negli anni i ricercatori si sono ritrovati a svolgere lo stesso lavoro dei professori: tali essi apparivano ed appaiono agli occhi degli studenti che ogni giorno se li trovano in aula. Nel frattempo i ricercatori avevano da tempo iniziato a chiedere un concreto e rigoroso sistema di valutazione e, con esso, il riconoscimento del lavoro svolto, sia scientificamente sia didatticamente, senza però ottenere alcuna risposta. Nel 2005, con la riforma dell’allora Ministro Moratti, venne negata la possibilità di supplenze retribuite (ancorché malamente) e venne introdotto il titolo di “Professore Aggregato”, titolo patacca, sia ben chiaro, perché vuoto di qualsiasi riconoscimento economico e giuridico del ruolo docente effettivamente svolto, e per di più temporaneo. Veniva, infine, sancita la messa ad esaurimento del ruolo a partire dal 2013. Oggi, purtroppo, a distanza di ulteriori 5 anni, la situazione è divenuta insopportabile: pesanti tagli al Fondo di Finanziamento Ordinario per l’Università, blocco del turnover al 50% (nel migliore dei casi), un numero impressionante di professori ad un passo dalla pensione (4.500 negli ultimi 3 anni, 5.800 nei prossimi 5, su un totale di poco più di 35.000), blocco degli scatti stipendiali per 3 anni (su stipendi che sono fra i più bassi d’Europa e dei paesi dell’OCSE, e che sono stati già bloccati una volta nel 2008), assenza di concorsi da oltre 2 anni, definitiva messa ad esaurimento dei ricercatori a tempo indeterminato e introduzione della figura del Ricercatore a Tempo Determinato (con contratti fino a 3+2+3 anni destinati ad allungare in maniera insostenibile la già lunga trafila di precariato), vincoli sulla destinazione delle risorse disponibili che limitano le possibilità di programmazione negli Atenei. In questo quadro si innesterebbe una riforma del sistema di governance che lascia tutto il potere nelle mani del Rettore e di pochi ordinari, sopprimendo quasi completamente le rappresentanze democraticamente elette, e che mortifica ed umilia le aspettative di quanti hanno lavorato sostenendo compiti che andavano ben oltre il dovuto. È bene chiarire che il più grave dei problemi non è quello finanziario, che paradossalmente trova beneficio nei moltissimi pensionamenti, ma la funzionalità del sistema: troppi professori vanno in pensione, troppo pochi quelli che li sostituiranno! Con tutti i vincoli e i tagli di cui sopra, l’offerta didattica degli Atenei risulterà forzatamente ridotta, ma non razionalizzata. Si chiuderanno Corsi di studio ed insegnamenti, aumenterà il numero di Facoltà a numero chiuso o programmato, sacrificando la ricchezza ed il patrimonio culturale residui e soprattutto il diritto allo studio senza incidere realmente sulle sacche di inefficienza che pure esistono e senza curare i veri mali dell’Università. E questo è tanto più grave in un territorio, come quello della nostra regione, dove spesso l’alta formazione e il conseguimento della laurea rappresentano l’unica seria ed onesta possibilità di riscatto sociale ed economico per i giovani. I ricercatori non stanno semplicemente protestando per vedere riconosciuto il loro lavoro ed il ruolo svolto, stanno soprattutto protestando affinché all’Università pubblica venga riconosciuto il ruolo che le compete e che la Costituzione stessa le assegna: il luogo nel quale si coniugano ricerca e alta formazione per il progresso ed il bene del Paese. E tale ruolo appare tanto più importante in questi anni nei quali la profonda crisi economica ha mostrato tutti i limiti di un Paese che sembra abbia smesso di progredire. Esattamente l’opposto è accaduto in Inghilterra, Francia o Germania, dove pur in presenza di grosse difficoltà economiche, si è comunque investito in ricerca ed alta formazione, appunto perché riconosciute leve di rilancio. Tante volte, troppe volte, l’Università si è resa protagonista di episodi imbarazzanti e ha dato di sé una pessima immagine, ma tutto ciò non può essere l’alibi per affossarla definitivamente, quanto piuttosto lo stimolo a riformarla con saggezza e consapevolezza per il bene di questa e delle generazioni future.
Antonino Squillace 
Facoltà di Ingegneria – Università Federico II
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