“Un biotecnologo industriale trova sempre la propria strada”

Un evento per rinsaldare il senso di comunità, premiare i migliori laureati e illustrare agli studenti le innumerevoli opportunità professionali che li attendono. È questo lo spirito della “Giornata del Biotecnologo Industriale”, la manifestazione organizzata dai Corsi di Laurea Triennale e Magistrale in Biotecnologie Industriali, quest’anno alla sua sesta edizione. L’evento, come sempre a metà strada tra una festa e una sessione di orientamento al lavoro, si è tenuto lo scorso 13 dicembre presso l’Aula Rossa del Complesso di Monte Sant’Angelo, trasmesso contemporaneamente in streaming. 
Ad introdurre la Giornata, porgendo i suoi auguri agli studenti, è la prof.ssa Gioconda Moscariello, Presidente della Scuola Politecnica e delle Scienze di Base, che sottolinea come il Corso di Biotecnologie Industriali, a venticinque anni dalla sua fondazione, “incarni lo spirito della nostra Scuola, ovvero il superamento del distacco tra teoria e pratica e la costruzione di un solido rapporto tra docente e discente”. In venticinque anni, “di cose ne sono cambiate. Se in passato ci si chiedeva chi fosse il biotecnologo industriale, oggi non c’è più dubbio. Questa professionalità ha consolidato il suo ruolo e garantisce un rapido inserimento nel mondo del lavoro”, conferma la prof.ssa Rosa Lanzetta, Direttrice del Dipartimento del Scienze Chimiche in cui si inquadrano i due Corsi di Laurea. Ed è proprio sulla loro storia che si soffermano i professori Antonio Marzocchella, che li coordina, e Gennaro Marino, primo Preside della Facoltà di Biotecnologie, chiudendo il momento istituzionale dell’incontro e introducendo alcuni ex studenti, invitati a raccontare i loro percorsi professionali. È lunga la carriera della dott.ssa Lucia Mancusi, tra i primi laureati napoletani in Biotecnologie Industriali. Ricercatrice, imprenditrice e startupper, la sua ultima fatica è Clabiotech R&D che si occupa di commercializzazione e sviluppo di prodotti innovativi. I suoi consigli alla platea: “Sappiate trasformare le difficoltà in opportunità. Soprattutto, divertitevi nel vostro lavoro. E non pensate che ciò che c’è all’estero sia migliore. Un’esperienza fuori confine offre punti di vista e modelli di organizzazione differenti dai nostri ma, in Italia, abbiamo tante eccellenze”. È decisamente più tribolato il percorso della giovane dott.ssa Ludovica Varriale. Dopo la Laurea e un Master di II livello, “proprio all’inizio della pandemia, dopo tanti sacrifici, ho vissuto una situazione di stallo e sono stata colta da sensazioni di incertezza, insicurezza e delusione. A quel punto sono partita alla ricerca di un Dottorato all’estero perché desideravo un cambiamento radicale”. Trenta le candidature inviate, meno di dieci i colloqui ottenuti “e anche qui sono stata assalita dai dubbi perché non capivo se il problema fosse nel mio curriculum o nella mia formazione”. Arriva, infine, l’agognato Dottorato, “a Zurigo, presso un laboratorio che non mi era stato detto avrebbe dovuto essere costruito da zero. Mi sono ritrovata completamente da sola, a vivere un’esperienza in cui non stavo imparando nulla. Così ho sciolto il contratto e ho ricominciato la mia ricerca di un Dottorato. E ora sono in Germania”. Tira le somme della sua esperienza: “Mai accontentarsi. Se non siete felici abbiate il coraggio di dire di no. E per qualsiasi dubbio bisogna rivolgersi ai docenti che restano i nostri professori anche dopo aver superato il loro esame. Noi siamo una piccola comunità e questo è un vantaggio”. Descrive, invece, un’esperienza aziendale il dott. Saverio Niglio, dal 2019 Ingegnere di Processo alla Bio Base Europe Pilot Plant, in Belgio: “All’inizio è dura. I ritmi sono serrati. Non si fa in tempo a terminare un progetto che ne parte un altro. Lavoro circa otto ore al giorno, anche dieci se ci sono delle scadenze”. A lui gli studenti chiedono quanto conti un Dottorato per entrare in azienda: “Conta. Il tipo di contratto che vi proporranno dipenderà anche dalla vostra base di partenza”. La parola passa alla dott.ssa Michela Lanzilli, anche lei Dottore di Ricerca, ora Post Doc al CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche), a Pozzuoli. “Sono una persona timida – si racconta – E nel corso della mia esperienza accademica e professionale, anche all’estero, ho imparato tanto”. A lei, le battute conclusive: “Subito dopo la Magistrale è naturale sentirsi confusi, divisi tra mondo della ricerca e mondo dell’industria. Niente paura. L’importante è essere flessibili e non fossilizzarsi. Un biotecnologo industriale trova sempre la propria strada”. 

La parola agli studenti premiati: “Una vera e propria comunità di studenti e docenti”, fonte di stimoli e sostegno

Attitudine alla multidisciplinarietà, curiosità per il mondo che li circonda, intraprendenza e, immancabile, passione per ciò che si studia. Pur focalizzati su interessi di ricerca e percorsi professionali diversi, i punti in comune tra i premiati della sesta edizione della ‘Giornata del Biotecnologo Industriale’ non mancano. Sul podio dei laureati Triennali dell’anno accademico 2019/2020 ci sono Andrea Coletti, Sara Pisacane e Marika Giusy Di Giacomo. Di ampi interessi – Chimica, Biologia, anche Ingegneria e Biotecnologie Mediche – Andrea Coletti si mostra felice del percorso svolto finora: “Il Corso di Biotecnologie Industriali ha soddisfatto le mie aspettative e, nel tempo, si è costruita una vera e propria comunità di studenti e docenti che è stata una fonte di continui stimoli e sostegno”, dice. La stessa Giornata del Biotecnologo “è un’opportunità unica che ci viene offerta, essendo un ponte con le aziende e quindi con il mondo del lavoro”. Attualmente impegnato con gli studi Magistrali, e in procinto di cominciare a lavorare alla tesi, ha già le idee chiare per il futuro: “Il piano è quello di rimanere nell’ambito accademico, accedendo ad un Dottorato. Se non dovessi riuscire, allora valuterò di entrare in azienda, possibilmente in un contesto di Ricerca e Sviluppo”. Come tutti i premiati della Giornata, Andrea ha concluso il percorso Triennale con il massimo dei voti: “Le Biotecnologie Industriali vanno studiate costruendo un ponte tra le varie discipline. Infatti, negli insegnamenti, capita di ritornare sugli stessi argomenti per affrontarli, però, da punti di vista differenti”. Una multidisciplinarietà questa che, pur rappresentando una notevole ricchezza, alza l’asticella delle difficoltà: “Il biotecnologo industriale è collocabile in tanti contesti perché è in grado di rispondere a molti problemi della nostra società. Solo capendo su quale di questi ci si voglia focalizzare si può indirizzare correttamente il proprio percorso”. Parla di interdisciplinarietà anche Sara Pisacane: “Di base, ci confrontiamo con tanti filoni di studio: dobbiamo essere bravi a creare ordine, facendo confluire tutto ciò che abbiamo appreso in un’idea veramente innovativa”. Ecco perché le Biotecnologie Industriali vanno studiate “con un occhio sempre rivolto all’applicazione pratica della teoria; attaccarsi esclusivamente ai libri non paga. Il Corso ha un’impostazione molto laboratoriale, stressata purtroppo dal Covid. Io, ad esempio, non ho potuto nemmeno prendere in considerazione il tirocinio extra-moenia”. L’aggiudicazione del premio è stata gratificante, un onere e un onore allo stesso tempo: “Mi sono impegnata tantissimo per raggiungere i miei obiettivi. Non sono mancate le difficoltà, così come esami che sono stati dei veri e propri colli di bottiglia, ma la condivisione e il confronto con i miei colleghi mi hanno aiutata”. Poi prosegue: “Sia la Triennale che la Magistrale forniscono molte linee guida sui possibili sbocchi professionali a cui, a dire il vero, non ho ancora pensato. Al momento mi sto concentrando sugli studi Magistrali e poi si vedrà”. Come i suoi colleghi, Marika Di Giacomo ha scelto di proseguire il percorso Magistrale alla Federico II, rimanendo legata alla sua comunità. Anche lei si dice sorpresa dal premio: “Tutti i miei colleghi hanno concluso il percorso con il massimo dei voti e io stessa, senza il loro sostegno, non ce l’avrei fatta”. Ancora indecisa se puntare ad una carriera accademica o all’azienda, “al momento mi sto concentrando sul tirocinio. Mi sto focalizzando sulle biomasse e sulla possibilità di sfruttare gli scarti dell’industria agroalimentare per ricavare zuccheri da usare nelle fermentazioni”. Le sue aspettative, comunque, sono alte: “Non vedo l’ora di terminare gli studi e passare al livello successivo”. Il segreto del suo successo: “La voglia di imparare. Ma attenzione a non mettere in secondo piano gli hobby e la vita sociale”. 

L’esperienza laboratoriale frenata dal Covid

Hanno vissuto un rapido ingresso nel mondo del lavoro i premiati Magistrali Federico Di Bisceglie, Mariagrazia Oropallo e Brunella Cipolletta. È da poco volato in Francia Federico Di Bisceglie, per un Dottorato europeo, sostenuto da una prestigiosa borsa Marie Curie, in cui si sta focalizzando sulla produzione di sostanze chimiche da microrganismi. A poco più di un anno dalla Laurea, il suo curriculum professionale è già piuttosto ricco di esperienze, anche internazionali: “Causa Covid ho svolto l’Erasmus Traineeship, in Austria per cinque mesi, dopo la Laurea. Poi ho lavorato qualche mese in Johnson & Johnson e, infine, sono tornato in accademia”. Il suo obiettivo, però, è entrare in un contesto aziendale: “Alla base del Dottorato, che è sempre un valore aggiunto, c’è un progetto che vede il coinvolgimento di molte aziende, a cui sto puntando”. Dalle fermentazioni agli enzimi, dai microrganismi ai prodotti chimici, nella sua carriera Federico si è mosso in tanti contesti differenti “che ho approfondito pian piano a partire dalle conoscenze e competenze apprese all’università. Ogni volta che ci si approccia ad un progetto nuovo se ne devono approfondire le specificità. Ma questo si può fare solo se si hanno delle basi solide”. Medaglia di bronzo, Brunella Cipolletta è impegnata in uno stage alla Janssen, l’azienda farmaceutica di Johnson & Johnson: “Sono nella sede di Latina e lì mi sto occupando di packaging di prodotti farmaceutici. Si tratta di un lavoro non particolarmente attinente ai miei studi in cui, però, non mi manca la possibilità di mettere in pratica quelle skills che ho appreso, come il problem solving”. Del suo lavoro, come della sua esperienza universitaria, sta apprezzando le dinamiche relazionali che si creano “tra professionisti diversi. In azienda mi interfaccio con tanti reparti, da quelli di area ingegneristica alla quality assurance. Mi ricorda un po’ il mio progetto di tesi Magistrale e le tante collaborazioni avute in quel contesto con biologi, matematici e ingegneri chimici”. Ci vuole una mente aperta: “In tutti i sensi. Bisogna essere elastici. Dopo la Laurea il mio obiettivo era accedere ad un Dottorato per sviluppare un progetto sulle terapie antitumorali, ma non ci sono riuscita”. Anche diversi colloqui in azienda sono andati a vuoto, “perché ci si aspettava che io avessi già conoscenze in merito ad alcune specifiche tecniche di laboratorio. Proprio l’esperienza in laboratorio è il mio punto debole perché, a causa del Covid e delle continue chiusure, ne ho svolto poca e questo mi ha penalizzata”. Riflette: “All’università ci si laurea con il massimo dei voti e con l’approvazione dei docenti. È una gratificazione importante. Questo, però, può non essere abbastanza nel mondo del lavoro o della ricerca”. Brunella resta, tuttavia, ottimista: “Per un’azienda, un candidato con delle potenzialità è una persona, già brava in partenza e che ovviamente abbia padronanza della lingua inglese, su cui si possa scrivere come su di un foglio bianco”. 


Carol Simeoli 

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