I giovani non sanno più scrivere?

Primi dati di uno studio su un campione di 2.200 studenti afferenti a oltre 100 Corsi di Laurea Triennali di diversi ambiti disciplinari e sedi: ne parlerà il prof. Nicola Grandi, Università di Bologna, al Dipartimento di Lettere e Beni Culturali

“I giovani non sanno più scrivere!”. Era il febbraio del 2017 quando un consistente gruppo di docenti universitari (tra cui un cospicuo numero di Accademici della Crusca) inviava al Presidente del Consiglio, alla Ministra dell’Istruzione e al Parlamento una lettera in cui si reclamavano interventi concreti per la salvaguardia della lingua italiana. A loro avviso, i giovani studenti universitari non erano più in grado di scrivere correttamente in italiano, e a dimostrarlo sarebbero gli errori contenuti nelle tesi, intollerabili persino in terza elementare. Ma è veramente così? Nel 2019 il prof. Nicola Grandi, docente di Linguistica e Direttore del Dipartimento di Filologia classica e Italianistica dell’Università di Bologna, ha avviato una ricerca per scoprirlo. Una ricerca di cui parlerà al Dipartimento di Lettere e Beni culturali della Vanvitelli il prossimo 1° aprile, ospite di uno degli appuntamenti del ciclo di seminari curato dalla prof.ssa Simona Valente dal titolo ‘Dati empirici e Teorie linguistiche’. Una iniziativa che “si pone due principali obiettivi: ampliare l’offerta formativa nell’ambito dell’insegnamento di Linguistica e fornire agli studenti degli strumenti pratici per sondare più a fondo una disciplina che è prevalentemente teorica”, spiega la prof.ssa Valente. Così il prof. Grandi approderà a Santa Maria Capua Vetere e presenterà il progetto ‘UniverS-ITA. L’italiano scritto degli studenti universitari: quadro sociolinguistico, tendenze tipologiche, implicazioni didattiche’. “A detta di molti l’italiano versa in precarie condizioni di salute, ma l’impressione è che spesso ci si basi su sensazioni personali piuttosto che su dati di studio – ha spiegato Grandi – La lettera inviata nel 2017 da quei 600 professori universitari, dal punto di vista tecnico conteneva affermazioni molto imprecise e definizioni provvisorie di un problema che aveva necessità di essere analizzato più a fondo. Così ci proponemmo di creare un campione di 3000 studenti, anche se poi a causa della pandemia il numero si ridusse. Alla fine siamo riusciti a sottoporre la redazione di un testo, partendo da un’unica traccia, a 2.200 studenti afferenti a oltre 100 Corsi di Laurea Triennali di diversi ambiti disciplinari e provenienti da diverse aree geografiche del Nord, Centro e Sud”. I dati della ricerca sono disponibili da circa due mesi, il lavoro di spoglio è quindi appena iniziato, ma si possono già trarre alcune informazioni di carattere qualitativo: “Stando ai primi risultati, in realtà, gli studenti universitari scriverebbero meglio di quello che si pensi. Immagino che chi si lamenta che i giovani scrivano male faccia qualcosa che nessuno tra coloro che si occupano di scienza e di ricerca dovrebbe fare, cioè basarsi su sensazioni personali e non su campioni rappresentativi o una base di dati solida”. Gli studenti universitari, oggetto di studio dell’indagine perché rappresenterebbero lo strato della società più ‘colto’ e più soggetto a un uso formale della lingua, non verserebbero quindi in una situazione così drammatica. Poi certo, alcune considerazioni devono essere fatte. Non è vero, ad esempio, che i giovani non scrivono più, anzi, “scrivono moltissimo!”, spiega il prof. Grandi. “Quando ero uno studente scrivevo molto meno di quanto facciano i giovani d’oggi, quel che cambia è la qualità dello scritto. Noi eravamo abituati alla scrittura di testi formali che venivano continuamente sottoposti a correzione, mentre oggi, grazie anche e specialmente alle piattaforme social e di messaggistica, i giovani scrivono molto di più, ma si tratta di testi informali che non sono soggetti ad alcun tipo di correzione”. Tolte queste premesse, va precisato che la lingua è in costante evoluzione, e per capire meglio quello che sta accadendo bisogna spendersi in qualche ulteriore considerazione. L’Italia è storicamente un paese dialettofono in cui l’italiano è sempre stato lingua di pochi. In particolare, l’italiano standard è una lingua elitaria (derivante dall’italiano letterario) che non può rappresentare la maggioranza dei parlanti, per cui è logico un abbassamento del registro verso forme più ricevibili. L’attuale italiano standard (dai linguisti chiamato neo-standard), che secondo alcuni sarebbe rappresentato proprio dall’italiano giornalistico, ha un registro più informale rispetto allo standard tradizionale. “L’italiano scritto degli studenti universitari si collocherebbe esattamente a metà tra il neo-standard e il vecchio standard, essendo un po’ più elevato del primo e un po’ meno del secondo – ha affermato Grandi – sembra quindi essere la mediazione ideale. E in effetti ce lo aspettavamo, perché i giovani sono i motori del cambiamento e anche i grandi cambiamenti linguistici avvengono ad opera delle generazioni più giovani. Inoltre va notato che gli strati più colti sono quelli più resistenti al cambiamento, ed essendo gli studenti universitari la fascia più colta della generazione più giovane, ci aspettiamo una maggiore conservazione linguistica, che appunto è confermata dai dati”. Ecco allora che il mito sarebbe da sfatare: gli studenti non scrivono peggio, è l’uso della lingua scritta ad essere cambiato. “È evidente che il problema si abbia con l’italiano scritto formale, in quanto si è proceduto verso un uso via via più informale della lingua. Poi, nel caso della redazione di tesi, quando va bene uno studente ha trascorso tre anni a sostenere esami orali senza scrivere mai mezza pagina usando un registro formale. Cosa vogliamo aspettarci, quindi?”, ha concluso il prof. Grandi. Forse i docenti universitari dovrebbero, anziché incolpare esclusivamente le scuole superiori per le capacità linguistiche degli studenti, prendere provvedimenti in questo senso e coltivare un maggior uso della lingua formale scritta.
Nicola Di Nardo 

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