Lo stato di salute delle foreste tropicali: tra le firme dello studio pubblicato su ‘Nature’ la prof.ssa Battipaglia

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La crisi climatica è un’evidenza. Per quanto si tratti di uno dei temi più caldi del nostro tempo, è messa in secondo piano dai potenti della terra. Lo dimostra il fatto che il proposito di ridurre le emissioni di CO2, uno degli obiettivi Cop 26 (la Conferenza globale sul clima supportata dalle Nazioni Unite che si è tenuta a Glasgow lo scorso novembre), venga costantemente ignorato. “Poiché le piante hanno la capacità di assorbire il carbonio e quindi mitigare gli effetti del surriscaldamento globale, gli speculatori pensano di poter contrastare la crisi climatica con tenui misure contro la deforestazione. Da un lato c’è quindi l’intento di continuare ad inquinare, dall’altro una convinzione errata”, afferma la prof.ssa Giovanna Battipaglia, docente di Tecnologia del legno ed utilizzazioni forestali al Dipartimento di Scienze e Tecnologie Ambientali Biologiche e Farmaceutiche della Vanvitelli, autrice, insieme ad altri cento scienziati, di un articolo sull’argomento che nel marzo scorso si è conquistato un posto nella prestigiosa rivista Nature. Il lavoro, cominciato dallo scienziato Pieter A. Zuidema dell’Università di Wageningen oltre trent’anni fa e portato avanti con dedizione da numerosi proseliti da tutto il mondo, ha avuto lo scopo di mettere in luce lo stato di salute delle foreste tropicali, il ‘polmone verde’ della Terra, in relazione alla crisi climatica. “Avremmo voluto essere portatori di buone notizie – ha dichiarato Battipaglia – ma purtroppo non è così”. La docente, approdata allo studio dieci anni fa, si è occupata dell’area tropicale africana, dirigendosi più volte nel continente per i sopralluoghi. “Quello che abbiamo scoperto è che lo stato di conservazione delle foreste tropicali è peggiore di quanto si pensasse; da un lato le opere di deforestazione hanno limitato l’azione mitigatrice delle piante, dall’altro il surriscaldamento globale e la crisi climatica hanno avuto effetti negativi sugli organismi vegetali, riducendo di molto la loro crescita e di conseguenza la loro capacità di assorbimento della CO2”. Per essere più chiari, durante la Cop 26 è stato indicato il 2050 come dead line per il raggiungimento della neutralità climatica, cioè per l’interruzione totale delle emissioni di CO2. Questo limite coincide con il cosiddetto punto di non ritorno, cioè la soglia da non superare al fine di non aumentare la temperatura terrestre di 1,5 o addirittura 2 gradi. Un incremento in questo senso significherebbe il frequente raggiungimento di soglie di tolleranza critiche per la salute e per l’agricoltura, con un enorme impatto a livello ambientale, economico e politico-sociale. Gli inverni sarebbero più brevi e le estati più lunghe, con grandi ondate di caldo, siccità e carestie, oltre agli squilibri sociali come conseguenza delle migrazioni forzate dalle coste verso l’entroterra a seguito dell’innalzamento del livello del mare. Ebbene, fino ad ora si è pensato che questo scenario catastrofico fosse solo una iperbole, una previsione sensazionalistica, e che le piante alla fine sarebbero occorse in nostro aiuto. “Questo studio è essenziale per farci comprendere una volta per tutte che non è così – ha spiegato ancora la docente – Non possiamo sperare che la natura rimedi agli errori dell’uomo. Siamo noi a dover fare in modo che le politiche di tutela dell’ambiente vengano fatte rispettare in modo rigoroso e che la scienza non venga liquidata come al solito. A peggiorare le cose inoltre è sopraggiunta la guerra, un evento distruttivo in ogni senso, anche sotto il profilo ambientale. Servono un ritorno al comune buonsenso e una linea d’azione che accomuni tutti i paesi, altrimenti non potremo evitare il peggio. Anzi, a dire il vero è già tardi, ma possiamo ancora limitare gli effetti più devastanti”

La prof.ssa Battipaglia, già conosciuta per essersi attirata l’attenzione dello storico programma divulgativo Super Quark, ha raggiunto un altro virtuoso traguardo con la pubblicazione su Nature Geosciencedi un articolo che reca il suo nome: “Per me si tratta di un grande motivo di orgoglio – afferma con soddisfazione – ma credo lo sia anche per il Dipartimento e per tutto l’Ateneo. Se ho raggiunto questo risultato, lo devo anche alla possibilità che mi è stata data di fare ricerca, sempre sostenuta da colleghi e studenti”. Lo studio, conclude, è la dimostrazione “di quanto la collaborazione scientifica sia in grado di connettere persone da tutto il mondo, e con i tempi che corrono credo che tutti dovremmo raccoglierne l’esempio”

Nicola Di Nardo