“Bere o affogare?” Che un seminario dedicato ad un edificio pagato dalla Federico II al Banco di Napoli 72 miliardi dieci anni orsono e nel quale stanno per essere spesi altri 23 miliardi per la ristrutturazione non possa che essere annunciato con questa alternativa capestro sarebbe anche comico, se la questione non fosse maledettamente seria.
Tra le due opzioni, il professor Francesco Bruno, promotore del seminario di giovedì 16 marzo, al quale hanno preso parte una cinquantina di studenti, il Preside Arcangelo Cesarano ed il professor Benedetto Gravagnuolo, sceglie la prima, con tutte le riserve del caso: “ci arrangeremo, perché l’uomo si adatta. Cercheremo di sistemarci al meglio, per quanto possibile. Alcuni dei suggerimenti elaborati dalla facoltà sono stati accolti e recepiti, modificando il progetto di ristrutturazione. Resta il fatto che l’edificio di via Toledo è inadatto ad una sede universitaria e non consente di ricavare al suo interno quelle aule grandi delle quali Architettura avrebbe invece bisogno. Forse al momento dell’acquisto ci si è lasciati ingannare dalle dimensioni del palazzo: 18.000 mq. Tuttavia chiunque abbia un minimo di esperienza nel settore sa bene che, al di là delle dimensioni, conta la tipologia di un edificio, in funzione dell’uso che se ne vuole fare. Magari un palazzo di 10.000 metri quadrati, ma a struttura flessibile, sarebbe stato molto più idoneo”. Considerazioni, come si vede, anche abbastanza ovvie, per un tecnico. Possibile che all’epoca, in ateneo – rettore era Carlo Ciliberto, preside di Architettura Uberto Siola – nessuno sia stato in grado di formularle? Perché non è stata interpellata la facoltà, attraverso il Consiglio? Domande, purtroppo, destinate a restare senza risposta, salvo che l’ateneo o qualcun altro, al suo esterno, decida di fare chiarezza e di accertare eventuali responsabilità. Agli studenti, ai docenti ed al preside non resta che –appunto– bere od affogare. Massimo Di Dato, studente del Laboratorio Politico del terzo piano autogestito, nel corso del seminario rilancia la proposta di cercare una sede diversa e di trasformare il palazzo di via Toledo in uno studentato. “Il problema è: questa deve essere la sede di Architettura per i prossimi cinquant’anni? Direi di no, perché è inadatta. Al massimo può esserlo per i prossimi cinque. Allora si pensi da subito ad un’alternativa ed a riciclare l’edificio di via Toledo in una casa dello studente. A Napoli questo è un servizio del tutto inadeguato, perché le tre residenze universitarie attualmente presenti offrono complessivamente circa duecento posti letto”. Gli fa eco Barbara Cacace, rappresentante degli studenti in Consiglio di facoltà, tra le promotrici del comitato di agitazione costituitosi in facoltà per cercare soluzioni ai problemi degli spazi, della biblioteca, della didattica. “Per gli studenti questa, concettualmente, resta una sede provvisoria. La si ristrutturi, almeno, in maniera tale da starci il meglio possibile”.
Tra le due opzioni, il professor Francesco Bruno, promotore del seminario di giovedì 16 marzo, al quale hanno preso parte una cinquantina di studenti, il Preside Arcangelo Cesarano ed il professor Benedetto Gravagnuolo, sceglie la prima, con tutte le riserve del caso: “ci arrangeremo, perché l’uomo si adatta. Cercheremo di sistemarci al meglio, per quanto possibile. Alcuni dei suggerimenti elaborati dalla facoltà sono stati accolti e recepiti, modificando il progetto di ristrutturazione. Resta il fatto che l’edificio di via Toledo è inadatto ad una sede universitaria e non consente di ricavare al suo interno quelle aule grandi delle quali Architettura avrebbe invece bisogno. Forse al momento dell’acquisto ci si è lasciati ingannare dalle dimensioni del palazzo: 18.000 mq. Tuttavia chiunque abbia un minimo di esperienza nel settore sa bene che, al di là delle dimensioni, conta la tipologia di un edificio, in funzione dell’uso che se ne vuole fare. Magari un palazzo di 10.000 metri quadrati, ma a struttura flessibile, sarebbe stato molto più idoneo”. Considerazioni, come si vede, anche abbastanza ovvie, per un tecnico. Possibile che all’epoca, in ateneo – rettore era Carlo Ciliberto, preside di Architettura Uberto Siola – nessuno sia stato in grado di formularle? Perché non è stata interpellata la facoltà, attraverso il Consiglio? Domande, purtroppo, destinate a restare senza risposta, salvo che l’ateneo o qualcun altro, al suo esterno, decida di fare chiarezza e di accertare eventuali responsabilità. Agli studenti, ai docenti ed al preside non resta che –appunto– bere od affogare. Massimo Di Dato, studente del Laboratorio Politico del terzo piano autogestito, nel corso del seminario rilancia la proposta di cercare una sede diversa e di trasformare il palazzo di via Toledo in uno studentato. “Il problema è: questa deve essere la sede di Architettura per i prossimi cinquant’anni? Direi di no, perché è inadatta. Al massimo può esserlo per i prossimi cinque. Allora si pensi da subito ad un’alternativa ed a riciclare l’edificio di via Toledo in una casa dello studente. A Napoli questo è un servizio del tutto inadeguato, perché le tre residenze universitarie attualmente presenti offrono complessivamente circa duecento posti letto”. Gli fa eco Barbara Cacace, rappresentante degli studenti in Consiglio di facoltà, tra le promotrici del comitato di agitazione costituitosi in facoltà per cercare soluzioni ai problemi degli spazi, della biblioteca, della didattica. “Per gli studenti questa, concettualmente, resta una sede provvisoria. La si ristrutturi, almeno, in maniera tale da starci il meglio possibile”.
Il regolamento
didattico
è inapplicato
didattico
è inapplicato
La studentessa apre anche un inciso sulla questione del regolamento didattico approvato circa un mese fa. “Teoricamente sarebbe entrato in vigore, ma in pratica nessuno lo rispetta. Tra le norme sistematicamente ignorate: il divieto di spostare gli esami senza preavviso, l’obbligo per i docenti di fissare due esami nella stessa sessione, ad un mese almeno di distanza l’uno dall’altro; l’esposizione del calendario di esami di sei mesi in sei mesi”. Ma torniamo alla questione del “palazzaccio”. All’incontro promosso da Bruno interviene il professor Benedetto Gravagnuolo. “Posto quanto è stato ripetutamente sottolineato, ovvero che la sede di via Toledo non è strutturalmente adeguata a risolvere i problemi di spazio della facoltà, la domanda che dobbiamo porci è: lo teniamo o non lo teniamo? Secondo me perderlo sarebbe sbagliato. Flagellarsi è un errore”. Il docente lancia una proposta: “facciamo una democratica scissione, che sarebbe anche utile a decongestionare la sede storica di palazzo Gravina. Il corso di laurea si sdoppia: una parte resta in centro storico, un’altra potrebbe andare alle Vele di Secondigliano. Due corsi di laurea, uno dei quali, quello in periferia, consentirebbe anche di rompere il ghetto sottoproletario nel quale hanno chiuso i residenti a Secondigliano”.
Interviene il Preside Arcangelo Cesarano, il quale sono ormai mesi e mesi che chiede, spesso inascoltato, interventi concreti dell’amministrazione universitaria che restituiscano “dignità” alla facoltà di Architettura. “Siamo arrivati al punto che l’unica possibilità per avere qualcosa in alternativa alla sede di via Toledo è far completare i lavori di ristrutturazione. A quel punto altre facoltà – per esempio Economia- potrebbero avere bisogno di spazi nel centro storico, per uso diverso da quello che servirebbe a noi. Architettura potrebbe cedere via Toledo in cambio di strutture finalmente adeguate, per esempio a Monte S. Angelo”. Denuncia: “dalle tabelle che ci ha mostrato oggi il professor Bruno si vede subito che l’edificio di cui parliamo non va bene, ai nostri scopi”. Una pausa, poi lancia una ipotesi alternativa: “adesso si è liberato l’Ospedale militare. E’ abbastanza ampio, potrebbe rappresentare un obiettivo”. Ribadisce: “una organizzazione seria della didattica ad Architettura va fatta per gruppi distribuiti su due laboratori da cinquanta posti ciascuno e su un’aula di cento posti. Così si fa bene la didattica e si offre agli studenti il servizio per il quale pagano le tasse. Ovviamente le aule devono essere attrezzate. Noi in questo edificio di via Toledo tale modularità non l’abbiamo. Di aule da cento posti potremo ricavarne una al massimo”. Bere per non affogare, dunque, auspicando in tempi non troppo lunghi soluzioni migliori. Nel frattempo il preside fa i conti con la drammatica emergenza quotidiana: “non appena inizieranno i lavori di ristrutturazione in via Toledo perderemo altre aule. Quelle 24 e 20 di palazzo Gravina, a questo punto, devono assolutamente restare in funzione per la didattica. Non possono andare ai dipartimenti, perché altrimenti io i ragazzi dove li metto?”.
Fabrizio Geremicca
Interviene il Preside Arcangelo Cesarano, il quale sono ormai mesi e mesi che chiede, spesso inascoltato, interventi concreti dell’amministrazione universitaria che restituiscano “dignità” alla facoltà di Architettura. “Siamo arrivati al punto che l’unica possibilità per avere qualcosa in alternativa alla sede di via Toledo è far completare i lavori di ristrutturazione. A quel punto altre facoltà – per esempio Economia- potrebbero avere bisogno di spazi nel centro storico, per uso diverso da quello che servirebbe a noi. Architettura potrebbe cedere via Toledo in cambio di strutture finalmente adeguate, per esempio a Monte S. Angelo”. Denuncia: “dalle tabelle che ci ha mostrato oggi il professor Bruno si vede subito che l’edificio di cui parliamo non va bene, ai nostri scopi”. Una pausa, poi lancia una ipotesi alternativa: “adesso si è liberato l’Ospedale militare. E’ abbastanza ampio, potrebbe rappresentare un obiettivo”. Ribadisce: “una organizzazione seria della didattica ad Architettura va fatta per gruppi distribuiti su due laboratori da cinquanta posti ciascuno e su un’aula di cento posti. Così si fa bene la didattica e si offre agli studenti il servizio per il quale pagano le tasse. Ovviamente le aule devono essere attrezzate. Noi in questo edificio di via Toledo tale modularità non l’abbiamo. Di aule da cento posti potremo ricavarne una al massimo”. Bere per non affogare, dunque, auspicando in tempi non troppo lunghi soluzioni migliori. Nel frattempo il preside fa i conti con la drammatica emergenza quotidiana: “non appena inizieranno i lavori di ristrutturazione in via Toledo perderemo altre aule. Quelle 24 e 20 di palazzo Gravina, a questo punto, devono assolutamente restare in funzione per la didattica. Non possono andare ai dipartimenti, perché altrimenti io i ragazzi dove li metto?”.
Fabrizio Geremicca







