“Il miglior modo per verificare sul campo quello che si è appreso in aula”. Così il prof. Giancarlo Innocenzi Botti, docente di Sistemi e Tecnologie della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, definisce l’iniziativa che ha organizzato lo scorso 9 maggio per i suoi studenti di Scienze della Comunicazione: una visita guidata presso il centro di produzione Rai di Napoli, nei luoghi in cui prende vita una delle serie televisive italiane più amate, Un posto al sole. Perché portare i ragazzi proprio dietro le quinte di Un posto al sole? Cos’ha di speciale la celebre fiction partenopea? “Consente di mostrare l’intera filiera produttiva – dice il professore- E’ un ottimo strumento didattico”. I cinquantadue ragazzi, accolti dal direttore della sede Rai di Napoli Francesco Pinto, dal produttore di Un posto al sole Alberto Baader e dal produttore Rai Fiction Francesco Nardella, erano entusiasti: per la prima volta svolgevano un’attività in esterno. “Laboratori e tirocini ne facciamo, esperienze sul campo invece no – ci ha detto Marta Palazzo, studentessa del secondo anno- Dobbiamo ringraziare il professore che finalmente ci ha dato questa possibilità”. Un altro studente del secondo anno, Mimmo Cavallaro, ha espresso il desiderio di ripetere un simile esperimento: “si tratta di un’esperienza molto formativa per noi che vorremmo lavorare nei mass media. Andrebbe ripetuta”. E poi tanta curiosità. Marco Buono, iscritto al terzo anno, si aspettava soprattutto di vedere dal vivo quali tecnologie vengono utilizzate per realizzare il prodotto televisivo seriale. “Mi piacerebbe approfondire il tema della scelta delle luci – ci ha detto- “Un posto al sole” ha sempre degli interni molto luminosi, vorrei capire come si ottengono”.
Dalla scrittura alla regia, dal montaggio alla messa in onda: tutto quanto c’è dietro i 27 minuti giornalieri di Un posto al sole è stato illustrato ai ragazzi. E prima ancora, è stato raccontato loro come si è arrivati a scegliere di realizzare a Napoli un prodotto di questo tipo. Il direttore Pinto ha tracciato un quadro generale del centro di produzione Rai di Napoli, soffermandosi anzitutto sulla sua importanza storica e sulle sue caratteristiche industriali. Una fabbrica che non produce manufatti bensì immaginario, ma che comunque è figlia della cultura industriale del ‘900. “Una fabbrica fordista a ciclo integrato”, ha detto più volte Pinto. E’ ancora secondo la logica “dell’industria pesante” che si produce negli studi Rai di Napoli, non più varietà ma soap. Come ci si è arrivati? Il direttore non ne ha fatto mistero: merito della crisi degli anni ’90. “Le crisi sono un momento straordinario – ha detto- perché costringono a far lavorare il cervello. Due sono le condizioni che portano al cambiamento: o si è fortissimi o si è disperati. Noi eravamo nella seconda condizione. Così abbiamo scelto di cambiare, riconvertendo gli studi sulla produzione seriale”. Una bella lezione per gli studenti, non solo dal punto di vista della formazione in cultura mediale. Probabilmente un po’ sorpresi, gli studenti hanno appreso che “la principale risorsa di una fabbrica televisiva in questo momento non sono le macchine ma le competenze e le conoscenze che si possiedono”.
Dalla scrittura alla regia, dal montaggio alla messa in onda: tutto quanto c’è dietro i 27 minuti giornalieri di Un posto al sole è stato illustrato ai ragazzi. E prima ancora, è stato raccontato loro come si è arrivati a scegliere di realizzare a Napoli un prodotto di questo tipo. Il direttore Pinto ha tracciato un quadro generale del centro di produzione Rai di Napoli, soffermandosi anzitutto sulla sua importanza storica e sulle sue caratteristiche industriali. Una fabbrica che non produce manufatti bensì immaginario, ma che comunque è figlia della cultura industriale del ‘900. “Una fabbrica fordista a ciclo integrato”, ha detto più volte Pinto. E’ ancora secondo la logica “dell’industria pesante” che si produce negli studi Rai di Napoli, non più varietà ma soap. Come ci si è arrivati? Il direttore non ne ha fatto mistero: merito della crisi degli anni ’90. “Le crisi sono un momento straordinario – ha detto- perché costringono a far lavorare il cervello. Due sono le condizioni che portano al cambiamento: o si è fortissimi o si è disperati. Noi eravamo nella seconda condizione. Così abbiamo scelto di cambiare, riconvertendo gli studi sulla produzione seriale”. Una bella lezione per gli studenti, non solo dal punto di vista della formazione in cultura mediale. Probabilmente un po’ sorpresi, gli studenti hanno appreso che “la principale risorsa di una fabbrica televisiva in questo momento non sono le macchine ma le competenze e le conoscenze che si possiedono”.
“L’umiltà, una
qualità fondamentale”
qualità fondamentale”
Il ciclo produttivo di Un posto al sole si svolge all’interno degli studi di Napoli esattamente come negli anni Trenta si produceva negli studios americani. E’ stato spiegato che la serie viene scritta all’interno del Centro e che non si danno pezzi della produzione in appalto. Il produttore può controllare qualsiasi fase in qualsiasi momento. La stessa cosa avviene per un’altra serie realizzata a Napoli, La squadra, per la quale è stato ricostruito un piccolo centro di produzione a Piscinola. Alberto Baader si è soffermato sulle atipicità di Un posto al sole, che vera e propria soap opera non è, dato che contrariamente ai classici esponenti del genere non va in onda in una fascia oraria pomeridiana e non basa la sua forza sull’ipnotismo. “Non lo si guarda da soli al pomeriggio, non è rivolto prevalentemente alle casalinghe”. Specificità evidenziate anche da Francesco Nardella: “Un posto al sole contiene in sé una complessità di generi: il melò, la parte realistica, la commedia. Tutto questo nella soap opera normalmente non c’è”. Baader ha approfondito soprattutto le tematiche creative e le meccaniche di realizzazione. Si è autodefinito produttore creativo: “non saprei bene come descrivere questa figura, in Italia saremo 4 o 5. Possiamo dire che il produttore creativo è quello che si prende tutte le colpe!”. E fuor di scherzo, è colui che gestisce le diverse aree artistiche. “E’ la collaborazione tra le persone che fa un prodotto migliore”, ha detto. Concetto ripreso da Rosanna Lamonica, coordinatore dei dialoghisti e degli script editor, incontrata durante il tour all’interno del centro di produzione. “Dietro una fiction come questa c’è un lavoro molto curato, sofisticato e articolato – ha sottolineato- e non va dimenticato che nell’attività creativa ma seriale bisogna rendere conto a tante persone di ciò che si fa. Potrebbe ad esempio capitare di dover modificare un episodio sul quale si era faticato tanto per venire incontro ad esigenze della regia. Può sembrare scontato, ma alla fine una qualità fondamentale per chi fa questo lavoro è l’umiltà, e fa bene ricordarlo sempre”.
Non è mancato il passaggio sul set, dove i ragazzi hanno potuto assistere alla ripresa di una scena, tra tecnici e attori. Poi il laboratorio di scenografia, dove vengono preparati gli allestimenti scenici sia dal punto di vista dell’architettura che della decorazione. Gli studi televisivi come quello di Gap, Generazioni alla prova, il programma di Rai Educational condotto da Chiara Gamberale.
Anche percorrere i corridoi è stata una scoperta, tappezzati come sono di foto che raccontano la storia degli studi Rai a partire dagli anni ’60. Mina ma anche gli sketch del Pippo Kennedy Show. Si aspettavano tutto questo i ragazzi? Anche se molte delle cose che sono state dette le avevano già studiate, sono rimasti piuttosto stupiti. “Finora non ero riuscito ad avere un’idea corretta di quello che è una fabbrica televisiva- ci ha detto Dario Cuomo, studente del secondo anno- venire qui mi ha dato la giusta misura di quello che avviene in un centro di produzione”. Michelangelo Valentino, suo collega, è rimasto molto colpito dal set: “è incredibile quanto sembri più viva la scena nel momento in cui va in onda. In tv l’effetto risulta completamente diverso da come è dal vivo”. Sul finire della visita, qualcuno di loro ha incrociato degli attori. Uno dei responsabili del centro di produzione invitava i ragazzi a uscire, poi con tono scherzoso chiedeva all’usciere la lista dei nomi: “così capiamo quanti ne restano dentro!”. A chiedere autografi, s’intende.
Sara Pepe
Non è mancato il passaggio sul set, dove i ragazzi hanno potuto assistere alla ripresa di una scena, tra tecnici e attori. Poi il laboratorio di scenografia, dove vengono preparati gli allestimenti scenici sia dal punto di vista dell’architettura che della decorazione. Gli studi televisivi come quello di Gap, Generazioni alla prova, il programma di Rai Educational condotto da Chiara Gamberale.
Anche percorrere i corridoi è stata una scoperta, tappezzati come sono di foto che raccontano la storia degli studi Rai a partire dagli anni ’60. Mina ma anche gli sketch del Pippo Kennedy Show. Si aspettavano tutto questo i ragazzi? Anche se molte delle cose che sono state dette le avevano già studiate, sono rimasti piuttosto stupiti. “Finora non ero riuscito ad avere un’idea corretta di quello che è una fabbrica televisiva- ci ha detto Dario Cuomo, studente del secondo anno- venire qui mi ha dato la giusta misura di quello che avviene in un centro di produzione”. Michelangelo Valentino, suo collega, è rimasto molto colpito dal set: “è incredibile quanto sembri più viva la scena nel momento in cui va in onda. In tv l’effetto risulta completamente diverso da come è dal vivo”. Sul finire della visita, qualcuno di loro ha incrociato degli attori. Uno dei responsabili del centro di produzione invitava i ragazzi a uscire, poi con tono scherzoso chiedeva all’usciere la lista dei nomi: “così capiamo quanti ne restano dentro!”. A chiedere autografi, s’intende.
Sara Pepe







