Ex studenti, ora Phd all’estero o in Italia, raccontano il loro percorso

Primo passo: la laurea. Poi, che fare? Il dottorato di ricerca può essere una strada da percorrere, magari sapendo in anticipo dove, come, quando e perché. Ha avuto proprio l’obiettivo di fornire queste informazioni, attraverso il racconto di esperienze dirette, il simposio tenutosi al Dipartimento di Farmacia che, il 27 ottobre, ha riabbracciato quattro sue vecchie conoscenze. “I ricercatori presenti oggi si sono laureati qui e hanno speso all’estero le conoscenze maturate da noi”, ha detto il Direttore del Dipartimento Ettore Novellino rivolto ai tanti studenti giunti nell’aula Sorrentino. L’incontro è stato pensato per loro, per “prospettare quello che può esserci dopo la laurea, farvi capire qual è l’importanza del dottorato e darvi dei suggerimenti per poter guardare in maniera più ampia l’orizzonte di possibilità, senza limitarvi solo ad alcune professioni”. Un consiglio, anticipare i tempi: “vogliamo illustrare questo percorso in modo che chi fosse interessato possa intraprenderlo in maniera consapevole, programmandolo fin dal quarto anno di università”. Magari facendosi incoraggiare dalle testimonianze di chi ce l’ha fatta, come suggerisce il prof. Giuseppe Cirino, docente di Farmacologia che di Farmacia è stato Preside quando c’era ancora la Facoltà: “non prendete questa giornata come una lezione, ma coglietela come un’occasione. Avete davanti persone reali che hanno seguito questo percorso e che adesso occupano posizioni di prestigio. Nella vita è importante lanciare il cuore oltre l’ostacolo e andarselo a riprendere”. È quello che ha fatto il dott. Pasquale Maffia, ex federiciano e attualmente Senior Lecturer all’Università di Glasgow, in Scozia. A lui il compito di aprire i lavori spiegando innanzitutto cosa si intende per Phd: “è un titolo di ricerca che si dà a chi fa un research training di almeno tre anni presso un istituto. Questo porta alla compilazione di una tesi e al conseguimento di una qualifica professionale che è, appunto, il dottorato di ricerca”. Da qui è partita un’argomentazione che ha toccato diversi punti: come cercare un dottorato, quale sede scegliere, come preparare un curriculum e in che modo affrontare l’interview, il colloquio orale che all’estero costituisce l’ultimo step che il candidato deve superare. Una la parola d’ordine: “differenziarsi. Se riuscite ad essere personali e a far capire perché volete andare proprio in quel posto, allora ce la farete”. Ha convinto i suo intervistatori l’altro relatore della giornata, la dott.ssa Cecilia Ansalone che, dopo circa trenta curriculum inviati in tutta Europa, si è munita di bagagli e ha iniziato una nuova fase della sua carriera, anche lei a Glasgow: “durante il dottorato si è ancora studenti, non è un lavoro ma un percorso di formazione. Ci sono corsi da seguire che mirano a formarvi come ricercatori e ad insegnarvi come presentare un lavoro e come scrivere in inglese scientifico. Fare un phd all’estero significa diventare indipendenti, avere un proprio progetto di ricerca da sviluppare dall’inizio alla fine”. 
I laureati federiciani
“hanno una
marcia in più”
L’inglese è diventata la seconda lingua anche della dott.ssa Paola Di Meglio, attualmente impegnata al National Institute for Medical Research di Londra. Come per gli altri relatori, anche il suo viaggio è partito dalla Federico II: “è un’emozione essere qui, perché questa è l’aula dove non solo ho sostenuto tanti esami, ma ho anche discusso la mia tesi”. Due sono, a suo avviso, le strade da percorrere per iniziare un Phd: “una è consultare i siti e verificare le posizioni aperte nei laboratori. L’altra è scegliere un argomento di lavoro e contattare i laboratori che si occupano di quella materia, anche se non ci sono vacancy”. Con un rincuorante presupposto, i laureati della Federico II hanno “una marcia in più. Con la laurea in CTF abbiamo studiato le cose più disparate. Anche gli esami che vi sembrano meno interessanti vi servono. Io non ho studiato Genetica, ma oggi sono considerata una genetista perché la formazione che ho avuto qui è unvaluable, senza prezzo”. Fin qui, tutte esperienze all’estero. Partire, quindi, è un obbligo? Niente affatto. Che qualcosa si possa fare anche in Italia è stato dimostrato dal racconto della dott.ssa Livia Marrone, la cui attività di ricerca si svolge all’European Molecular Biology Laboratory di Monterotondo, in provincia di Roma. La stessa Federico II offre delle possibilità di restare, frequentando il Dottorato in Scienza del Farmaco, un percorso di formazione coordinato dalla professoressa Valeria D’Auria, che ha parlato di “un corso multidisciplinare che negli anni ha raggiunto livelli di eccellenza nazionale e internazionale”. Per chi è disposto a lasciare lo stivale, invece, un primo passo può essere l’Erasmus, il programma di mobilità internazionale che a Farmacia si sviluppa secondo due livelli, come spiegato dal coordinatore della commissione internazionalizzazione del Dipartimento Valeria Costantino: “uno è finalizzato allo studio. Il bando uscirà tra fine gennaio e inizio febbraio. L’altro, invece, è un Erasmus Trainerships e consiste in uno stage da svolgere presso un centro di ricerca per un periodo che va dai tre ai sei mesi. Si può svolgere anche dopo la laurea, ma occorre vincere il concorso prima del conseguimento del titolo”. Non manca il supporto linguistico. Nei prossimi mesi, infatti, il Dipartimento attiverà corsi base di francese e di spagnolo finalizzati al conseguimento delle certificazioni richieste dalle sedi estere. La palla passa agli studenti. A loro il compito di decidere come, dove, quando e perché fare il dottorato.
Ciro Baldini
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