I corsi integrati complicano la vita agli studenti

“I corsi integrati introdotti dal Nuovo Ordinamento hanno complicato la vita degli studenti, invece di razionalizzare la didattica. Teoricamente alla fine bisognerebbe sostenere un solo esame, ma spesso manca un coordinamento tra i docenti e lo studente si trova a dover dare praticamente due esami, uno per ognuna delle materie che costituiscono il corso integrato. Si lamentano, perché dicono che alla fine si trovano a sostenere quasi il doppio degli esami previsti dal nuovo ordinamento. Io, sinceramente, non me la sento di dare loro torto, a costo di attirarmi qualche antipatia di qualche collega. E’ un male, questo, che spero comunque si possa risolvere con l’entrata in vigore della riforma”. Giancarlo Barbieri, docente di Floricoltura e responsabile del Progetto P.Or.T.A. ad Agraria, si schiera dalla parte degli studenti, sulla questione dei corsi integrati e del carico didattico eccessivo che la maggior parte di essi imporrebbe agli iscritti al Corso di Laurea in Scienze e Tecnologie Agrarie. “Facciamo l’esempio di Chimica, al primo anno. Prevede 100 ore di Generale e 50 di Organica: non è davvero poco. Ma il discorso riguarda molti altri insegnamenti”. Una pausa, poi prosegue: “molti colleghi dei corsi integrati continuano a ragionare in termini di esame in senso classico; contribuiscono solo ad una parte del corso, ma poi all’esame chiedono tutto. La situazione si complica quando poi i due insegnamenti del corso integrato sono anche piuttosto eterogenei. Faccio un altro esempio: Microbiologia agraria e Tecnologie alimentari, che è composto da Microbiologia agraria e forestale ed Industrie agrarie. Sono 150 ore di corso; almeno, però, sono riuscito a fare in modo che fossero messe su due semestri diversi”.
Sono otto, facendo esclusivamente riferimento al biennio, i corsi integrati che affrontano gli studenti del corso di laurea in Scienze e Tecnologie agrarie: Matematica, Fisica, Chimica, Biologia Vegetale, Biologia animale, Biochimica Agraria e Fisiologia delle piante coltivate, Scienza del suolo, Ingegneria agraria. I primi tre rappresentano senza ombra di dubbio gli ostacoli principali che incontrano gli immatricolati. “Mediamente perdiamo quasi un terzo degli immatricolati tra il primo ed il secondo anno – conferma il professor Barbieri- Analogamente a Scienze, Ingegneria, Veterinaria le principali difficoltà i neoimmatricolati trovano difficoltà confrontandosi con le materie di base. A scuola sono discipline che spesso non si studiano bene; i corsi zero possono aiutare, ma il problema rimane”. 
I correttivi
Per rendere meno arduo ed impervio il cammino alle matricole, la Commissione paritetica studenti -docenti che si occupa della didattica ha proposto una modifica entrata in vigore già da quest’anno. “Biologia Animale, corso integrato di 100 ore, è stato spostato al secondo anno. Al suo posto, al primo anno, è andato invece il corso di Istituzioni di Economia agraria. Non che sia più facile, ma certamente, anche grazie alla disponibilità dei colleghi che la insegnano, questa è una disciplina più discorsiva. A giugno, quando sarà stata effettuata anche la sessione del secondo semestre, potremo vedere, dati alla mano, se è stata una innovazione proficua”.
L’altra novità introdotta su istanza della Commissione è l’anticipazione dal terzo al secondo anno di Zootecnica. Barbieri ne spiega il senso e gli obiettivi. “Alla fine del secondo anno gli studenti devono scegliere tra i seguenti indirizzi: Produzione e difesa vegetale eco–compatibili; Tecnico-economico; Ecologico –ambientale; Produzione animale. Nel biennio, fino alla modifica introdotta lo scorso autunno, gli studenti non affrontavano neanche un esame relativo alla produzione animale. Di conseguenza, chi avesse scelto questo indirizzo lo avrebbe fatto praticamente al buio, senza avere la minima idea di cosa si accingeva a studiare. L’anticipazione al secondo anno di Zootecnica consente adesso, invece, di acquisire almeno le conoscenze minime riguardo alle discipline dell’indirizzo in Produzione ambientale. La controprova di quanto questa scelta sia stata oculata la abbiamo avuta a gennaio: sono triplicati i piani di studio in Produzione Animale”. 
Nove anni
per la laurea
Piccoli correttivi, dunque, attraverso i quali la facoltà conta di ridurre il tasso di abbandoni al biennio e magari anche di rendere più celere il cammino dei suoi iscritti verso la laurea. Attualmente, in media, lo studente di Agraria impiega circa nove anni per aggiudicarsi l’agognata pergamena. Un dato, quest’ultimo, che la colloca in maglia nera, tra le facoltà della Federico II. Un dato, sul quale comunque Barbieri fornisce alcune utili precisazioni: “e’ falsato dal fatto che in facoltà abbiamo fuori corso storici, persone che magari si sono iscritte negli anni ‘80, quando abbiamo avuto un forte incremento di immatricolazioni, determinato da valutazioni sbagliate e da una questione di moda. Sono studenti adulti che ormai lavorano; di conseguenza l’Università non è più in cima alle loro preoccupazioni. E’ chiaro che se in seduta di laurea mi si presenta una persona iscritta al quindicesimo o diciottesimo fuoricorso –è accaduto- la media degli anni necessari a conseguire la laurea ad Agraria s’impenna. Se però si scorporano tali eccezioni la media dei nostri laureati è di sette anni, superiore al corso legale degli studi, certo, ma non dissimile da quella di altri corsi di laurea quinquennali”.
Un dato confortante, invece, è quello relativo agli sbocchi occupazionali che a quanto pare, per chi arriva fino in fondo, continuano ad essere buoni. “Secondo l’ISTAT dopo tre anni circa l’80% dei laureati del settore agrario ha una occupazione. Ad onore di verità devo comunque precisare che nella dizione di laureati del settore agrario si intendono anche i veterinari ed i forestali”.
Barbieri è anche responsabile di P.Or.T.A. per Agraria. “Il servizio orientamento- spiega- è attualmente privo di uno spazio autonomo in facoltà, al quale gli studenti possano rivolgersi. E’ una questione, comunque, che si risolverà a brevissimo tempo. I part-time che collaborano con noi sono pochi. Ne abbiamo avuti assegnati tre, quest’anno, ma ce ne vorrebbe qualcuno in più”.
La sede
a Scampia
Infine, la chiacchierata con il professor Barbieri si sposta sulla questione della sede. Come noto, il protocollo d’intesa firmato dall’Università Federico II, dall’Amministrazione comunale di Napoli e dal Ministero prevede che Agraria si trasferisca a Scampia. Portici, sede storica della facoltà, ha offerto in alternativa Palazzo Mascabruno. Quali sviluppi ci sono stati? “Non se ne sa molto, ma a quanto mi risulta dopo la stipula del protocollo d’intesa non sono stati compiuti ulteriori passi. Fermo restando che la sede attuale è inadeguata, possiamo restare a Portici – che è conosciuta nel mondo per Agraria almeno quanto per la Reggia – oppure anche andare a Scampia. Purché ci si metta attorno ad un tavolo e si pianifichino le esigenze e gli interventi atti a soddisfarle. Gli studenti attualmente iscritti ad Agraria, comunque, credo che si laureeranno a Portici, perché i tempi del trasferimento, se si farà, non sono brevi”.   
Fabrizio Geremicca
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