“Evidenze genetiche sulle espansioni umane dall’Africa”, il titolo del seminario che si è svolto il 23 ottobre a Monte Sant’Angelo. Ospite dell’evento, Guido Barbujani, Presidente dell’Associazione Genetica Italiana e docente di Genetica all’Università di Ferrara, il quale, attraverso lo studio del DNA e di come le differenze genetiche siano distribuite fra popolazioni umane, ha dimostrato come il concetto tradizionale di razza non rappresenti una descrizione soddisfacente della diversità umana. Barbujani si è affermato anche come divulgatore, giornalista e scrittore di saggi e romanzi ricevendo numerosi riconoscimenti, l’ultimo dei quali il Premio Napoli per la lingua e la cultura italiana. Gli verrà consegnato proprio mentre andiamo in edicola il 7 novembre, nel corso della cerimonia ufficiale che si svolgerà presso l’Auditorium Rai di via Marconi, insieme al vignettista Francesco Altan, l’attore Fabrizio Gifuni e la poetessa Patrizia Valduga. “Un pensiero importante in un paese che nella sua storia ha conosciuto anche le leggi razziali”, afferma il prof. Luciano Gaudio, promotore dell’incontro.
“Fino a qualche tempo fa le evidenze della nostra discendenza africana si estrapolavano confrontando le popolazioni attuali e cercando di capire quale tipo di fenomeni migrazionali avessero portato alle differenze attuali”, dice il genetista in merito al tema del seminario. I fossili ci dicono che siamo una specie africana, che sei milioni e mezzo di anni fa aveva un antenato in comune con gli scimpanzè e che cinquantamila anni fa ha lasciato l’Africa, rimpiazzando le altre forme umane che avevano popolato l’Eurasia meno di due milioni di anni prima. Tempi davvero brevi se confrontati con i quattro miliardi e mezzo della Terra, ecco perché non possiamo non dirci africani, ma restano ancora tante domande su come le storie delle diverse specie umane si siano intrecciate fra loro. “Da alcuni anni è diventato possibile estrarre materiale genetico da reperti ossei risalenti fino a circa 50mila anni fa. Tuttavia disponiamo di solo due genomi completi appartenenti ad un Uomo di Neanderthal e ad una specie umana fino ad ora sconosciuta, il cosiddetto Uomo di Denisova, del quale è stata ritrovata negli Urali una falangetta del mignolo. Non sappiamo come fosse fatto anatomicamente, ma ne conosciamo l’intero patrimonio genetico perchè la Siberia, fredda e asciutta, è ideale per conservare il DNA. Al contrario l’Africa, nostra terra d’origine calda e umida, presenta condizioni pessime per riuscire a ricavare informazioni attendibili sulle primissime fasi della nostra storia”. Queste scoperte hanno riportato in auge l’ipotesi secondo la quale fra noi Sapiens e le altre specie umane, in particolare i Neanderthal, ci siano stati degli scambi genetici avvenuti poco dopo la nostra fuoriuscita dall’Africa, nell’odierna Palestina, prima che i gruppi umani si dividessero, incamminandosi verso Oriente e Occidente. “Io non ci credo, sebbene diversi miei colleghi molto seri siano convinti del contrario – sostiene senza mezzi termini Barbujani – Innanzitutto, ci sono più tracce di DNA neanderthaliano tra gli asiatici che tra noi europei, pur avendo convissuto insieme per quindicimila anni. In secondo luogo, dal momento che abbiamo portato i Neanderthal all’estinzione, ci aspetteremmo di riscontrare in noi tracce del loro DNA mitocondriale, trasmesso per via materna, in linea con quanto avviene nelle dinamiche di invasione da cui nascono persone che possiedono il cromosoma Y degli invasori ed il DNA mitocondriale degli invasi. Invece zero, in noi non c’è traccia di questa storia che si sovrappone ad altri flussi migratori dal Corno d’Africa diretti fino all’attuale Papua nuova Guinea”. Insomma, il percorso per arrivare fino a noi è stato “tortuoso e si è sviluppato attraverso migrazioni che prima non saremmo nemmeno riusciti ad immaginare. La possibilità di disporre di DNA antichi ha creato un grande fervore, ma, con tanti dati così diffusi, provare la validità di un modello rispetto ad un altro è complesso”. E la parola fine non è ancora stata scritta.
Simona Pasquale
“Fino a qualche tempo fa le evidenze della nostra discendenza africana si estrapolavano confrontando le popolazioni attuali e cercando di capire quale tipo di fenomeni migrazionali avessero portato alle differenze attuali”, dice il genetista in merito al tema del seminario. I fossili ci dicono che siamo una specie africana, che sei milioni e mezzo di anni fa aveva un antenato in comune con gli scimpanzè e che cinquantamila anni fa ha lasciato l’Africa, rimpiazzando le altre forme umane che avevano popolato l’Eurasia meno di due milioni di anni prima. Tempi davvero brevi se confrontati con i quattro miliardi e mezzo della Terra, ecco perché non possiamo non dirci africani, ma restano ancora tante domande su come le storie delle diverse specie umane si siano intrecciate fra loro. “Da alcuni anni è diventato possibile estrarre materiale genetico da reperti ossei risalenti fino a circa 50mila anni fa. Tuttavia disponiamo di solo due genomi completi appartenenti ad un Uomo di Neanderthal e ad una specie umana fino ad ora sconosciuta, il cosiddetto Uomo di Denisova, del quale è stata ritrovata negli Urali una falangetta del mignolo. Non sappiamo come fosse fatto anatomicamente, ma ne conosciamo l’intero patrimonio genetico perchè la Siberia, fredda e asciutta, è ideale per conservare il DNA. Al contrario l’Africa, nostra terra d’origine calda e umida, presenta condizioni pessime per riuscire a ricavare informazioni attendibili sulle primissime fasi della nostra storia”. Queste scoperte hanno riportato in auge l’ipotesi secondo la quale fra noi Sapiens e le altre specie umane, in particolare i Neanderthal, ci siano stati degli scambi genetici avvenuti poco dopo la nostra fuoriuscita dall’Africa, nell’odierna Palestina, prima che i gruppi umani si dividessero, incamminandosi verso Oriente e Occidente. “Io non ci credo, sebbene diversi miei colleghi molto seri siano convinti del contrario – sostiene senza mezzi termini Barbujani – Innanzitutto, ci sono più tracce di DNA neanderthaliano tra gli asiatici che tra noi europei, pur avendo convissuto insieme per quindicimila anni. In secondo luogo, dal momento che abbiamo portato i Neanderthal all’estinzione, ci aspetteremmo di riscontrare in noi tracce del loro DNA mitocondriale, trasmesso per via materna, in linea con quanto avviene nelle dinamiche di invasione da cui nascono persone che possiedono il cromosoma Y degli invasori ed il DNA mitocondriale degli invasi. Invece zero, in noi non c’è traccia di questa storia che si sovrappone ad altri flussi migratori dal Corno d’Africa diretti fino all’attuale Papua nuova Guinea”. Insomma, il percorso per arrivare fino a noi è stato “tortuoso e si è sviluppato attraverso migrazioni che prima non saremmo nemmeno riusciti ad immaginare. La possibilità di disporre di DNA antichi ha creato un grande fervore, ma, con tanti dati così diffusi, provare la validità di un modello rispetto ad un altro è complesso”. E la parola fine non è ancora stata scritta.
Simona Pasquale








