La tesi, spesso è solo una formalità burocratica

“Gentile Rettore,
ho letto con interesse il suo fondo, pubblicato su “Il Mattino” del 1° marzo, in merito alla “Tesi di laurea copiata all’Università di Palermo”, ed ho apprezzato lo spostamento di punto di vista da Lei operato dal caso singolo, di per sé poco significativo, al problema generale. Ed in questo senso mi permetta di fare alcune chiose.
Dopo cinque anni di università, di cui quattro passati negli organi collegiali della Facoltà come consigliere degli studenti, ho maturato l’idea che la tesi di laurea non rappresenti più il momento chiave della carriera di uno studente, ma ne sia la formalità conclusiva. Non mi riferisco certamente alla totalità dei casi, ma ad una buona parte.
Il perché di questa situazione è da ricercarsi nella attuale struttura dei corsi di Laurea. Parlando per esperienza, nella Facoltà di Lettere, dove sono iscritto, non esiste nessun percorso preparatorio alla produzione della tesi, non esistono momenti volti a sviluppare una corretta metodologia di ricerca, a meno di non fare esami specifici non si apprende il valore oggettivo delle fonti bibliografiche ed archivistiche e non si impara ad organizzarle ed a sfruttarle debitamente. Come se questa situazione di solitudine intellettuale non bastasse, non esistono nemmeno momenti organizzati dedicati all’apprendimento di un uso corretto della lingua italiana (e non mi riferisco ad un tema scolastico, ma alla produzione di un testo complesso di qualche centinaio di pagine- la tesi). Certamente uno studente che dopo alcuni anni di studio non ha la coscienza di quel che può significare un plagio, è uno che ha vissuto scolasticamente (nel senso peggiore del termine) anche gli anni della formazione post-scolastica. Ma siamo sicuri che non sia anche compito dell’università, che è organismo di ricerca, fornire gli strumenti del mestiere “ricerca”?
Ed ecco che quindi si verificano casi estremi (quanto diffusi) di studenti che fanno tesi di laurea fantastiche grazie alla meticolosità del relatore, talvolta così puntuale da far sorgere dubbi sulla reale paternità intellettuale del prodotto; e di studenti che fanno tesi di laurea mediocri proprio a causa di relatori troppo distratti (si racconta in Facoltà di una tesi in Letteratura Italiana in cui erano state copiate pedissequamente ben quindici pagine dal manuale normalmente usato per preparare l’esame).
Ecco che volano le dritte tipo: “se hai bisogno di pochi punti non mettere in tesi più del 60% di quello che hai trovato, e conserva il restante 40% per un successivo lavoro”.
Insomma, si è persa la dimensione della tesi come lavoro per se stessi.
Per quanto riguarda poi la distinzione fra tesi “sperimentale” e tesi “compilative”, purtroppo ancora è enorme il pregiudizio verso chi sceglie il secondo tipo tant’è che un noto professore dell’Ateneo ebbe a definirle “tesi da vigile urbano”, ed è unanime tra i docenti l’opinione che chi fa una tesi di tal fatta non possa aspirare al massimo dei voti. Personalmente non sono d’accordo, una tesi “compilativa” può essere un prodotto parimenti valido se inquadrato come strumento. Ugualmente si può considerare una tesi “sperimentale” un prodotto inutile se fine a se stesso.
L’opinione corrente significa, invece, che si è persa anche la dimensione della tesi come lavoro per gli altri.
Ma qualcosa che non ha senso per se e per gli altri è una formalità burocratica. Siamo veramente sul versante opposto di quel che dovrebbe essere l’Universitas e occorre più che mai una riforma di idee”.
Alfredo Cosco
-studente-
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