“Mi piacevano le materie scientifiche. C’era l’idea di studiare a Medicina, ma l’ingresso presentava tutta una serie di problematiche. Così mi iscrissi a CTF. Non sapevo nemmeno bene quale fosse tutto il percorso di laurea, però poi mi piacque tantissimo perché capii che dava una preparazione ad ampio raggio e, di riflesso, numerose prospettive lavorative”. Da Napoli a Glasgow. La carriera di Cecilia Ansalone è partita dai banchi del Dipartimento di Farmacia della Federico II. Medicina è finita presto nel dimenticatoio, lasciando spazio a uno studio che, nel 2012, ha portato a una laurea con lode in Chimica e Tecnologia Farmaceutiche conseguita, a 24 anni, con una tesi sperimentale: “mi sono laureata con il professor Armando Ialenti, con il quale mi sono trovata benissimo. In quel periodo, in laboratorio, lui e la sua squadra lavoravano con una molecola che aveva azioni antinfiammatorie, con lo scopo di testarla nell’ambito di prestenosi. Da lì ho cominciato a occuparmi dell’infiammazione da un punto di vista cardiovascolare, adesso invece me ne occupo da quello osseo”. Prima della corona d’alloro non sono mancate le difficoltà: “secondo me studiamo troppo. Va bene darci un’educazione ampia, però si studiano molte cose superflue. Farei concentrare gli studenti molto di più sullo stato attuale del nostro campo di studi. E poi suggerirei meno libri e più pratica”. Adesso Cecilia ha 26 anni ed è impegnata con il Phd Marie Curie, un’attività di ricerca che sta conducendo in Scozia, all’Institute of Infection, Immunity and Inflammation. Sbaglia chi pensa a una “secchiona”: “non ho rinunciato a niente durante i miei cinque anni universitari. Mi sono divertita e ho studiato nei due mesi degli esami. Laurearmi in cinque anni con il massimo è stata una grande soddisfazione. Il mio obiettivo era finire nel minor tempo possibile”. Per cominciare, quindi, un percorso cercato con insistenza. Tanti i curriculum inviati in tutta Europa. Poi la chiamata dell’università di Glasgow, una chiacchierata via Skype, un incontro di persona e il quadro è stato completato. Non ha rappresentato un ostacolo nemmeno la lingua. Il suo inglese scolastico è stato ritenuto sufficiente dall’università straniera. Fondamentale, nella scelta del Phd, la collaborazione con alcuni professionisti dell’università napoletana: “in laboratorio lavoravo con il dottor Gianluca Grassia. Per la scrittura della tesi, invece, mi ha aiutato la dottoressa Marcella Maddaluno. Sono stati proprio loro, i dottori di ricerca, a trasmettermi passione ed entusiasmo per la ricerca”. Con lei un pezzo di Napoli è arrivato nel Regno Unito: “da qui mi sono portata il lavoro in laboratorio, perché ho avuto la fortuna di lavorare con un gruppo di ricerca con il quale ho instaurato dei rapporti di amicizia. Chi fa ricerca in Italia ha una passione che all’estero non c’è, perché qui bisogna imparare a muoversi in un mondo ostile, mentre fuori è tutto molto più semplice. Devi soltanto essere intelligente e produrre”. Non guasterebbe l’aver vissuto altre esperienze all’estero. Questo il suo consiglio agli studenti: “l’esperienza Erasmus è ottima. Io sono stata un anno in Spagna e, secondo me, è stato un modo per conoscere una nuova cultura e per ritrovarsi catapultati in un paese diverso. Ai ragazzi dico di aprirsi gli orizzonti e di avere un pizzico di incoscienza. Bisogna rendersi indipendenti”. Vivendo all’estero un’esperienza nuova che, in lei, lascia spazio a un pizzico di nostalgia: “di Napoli mi mancano il sole e il cibo”.








