Nessuna didattica frontale per gli studenti del terzo anno di lingua coreana. Ed è una vecchia ferita. “Da venticinque anni mi ritrovo da solo a dover badare a tutte e cinque i corsi di lingua: 120 ore di didattica non possono essere spalmate equamente nelle diverse annualità”, spiega il prof. Maurizio Riotto, titolare della cattedra. In una situazione di emergenza, si cercano strategie ottimali che puntino al beneficio di tutti. “È necessario dare priorità agli studenti del biennio, neofiti nell’apprendimento della lingua. Gli studenti del terzo anno posseggono l’80% delle conoscenze di lingua e letteratura per poter proseguire da soli. Riescono a leggere, scrivere, capire la lingua nelle fasi successive, laddove sorgano difficoltà intervengo per limare dubbi. È il male minore per un grosso problema: si tratta di una soluzione che ha funzionato negli anni con buoni risultati ed ha trovato sostegno anche negli studenti provenienti da altre università”. Abolita la canonica frequenza del corso, “meglio procedere con un piede solo che restare seduti su una sedia”. “L’Orientale è la più antica scuola di sinologia del mondo. Per la peculiarità dei suoi insegnamenti il nostro Ateneo rappresenta un faro culturale per tutta la città di Napoli: in queste situazioni dobbiamo tentare di ricavare il massimo dal minimo che abbiamo”. Scambi epistolari via mail, incontri regolari, verifiche in itinere e prima dell’esame, massima apertura da parte del docente: i punti salienti dell’autodidattica. “Rispondo alle mail di ogni singolo studente: riservo loro una disponibilità h24, week end incluso! Sono contro qualsiasi rigidità accademica: accolgo gli studenti anche oltre il limite di orario previsto dal mio ricevimento”. Diverse le occasioni per ricevere feedback in presenza. “Oltre agli incontri periodici, gli studenti prima dell’esame sostengono una prova necessaria per testare le conoscenze acquisite: è una misura necessaria prima di presentarsi all’appello”.
L’hip hop
fa lievitare
le iscrizioni
fa lievitare
le iscrizioni
Tra i vantaggi dell’organizzazione “fai da te”: la possibilità di personalizzare il programma di studi di letteratura. “I programmi sono creati ad hoc sulla base degli interessi degli studenti: consiglio letture di opere contestualizzate nel periodo storico prediletto da ognuno di loro”. Un aiuto dal web, per praticare la lingua. “Molti studenti acquistano cd-rom e utilizzano le schede audio per esercitarsi”.
Altra nota dolente per l’inizio di questo nuovo anno accademico, la mancanza di un docente madrelingua: “È stato indetto un bando di reclutamento per il lettorato, ma non si è presentato nessuno. Per quanto l’università sia in affanno con i fondi, siamo in una fase di risanamento: il problema, in questo caso, è l’assenza di figure competenti per poter svolgere il ruolo di lettore”.
Ed è proprio da un disagio che emergono interessanti spunti di riflessione sui possibili sbocchi occupazionali per i laureati in coreano. “C’è un bisogno disperato di insegnanti: in Italia, me compreso ci sono solo cinque professori di ruolo. Tutti laureati a L’Orientale di cui due sono stati miei allievi. Non lasciatevi scoraggiare dal momento buio che sta attraversando il settore della ricerca e siate positivi”, esorta il docente.
Volontà, costanza, sacrificio, passione e curiosità per affrontare lo studio di una lingua straniera. Ma qual è l’identikit dello studente tipo di coreano? “È una persona alternativa che rifiuta l’idea di associare i Paesi dell’Estremo Oriente con luoghi comuni. Se dico Cina l’inconscio collettivo richiama l’immagine dell’antica muraglia, se dico Giappone i più pensano alle geishe, ma quando dico Corea non viene in mente nulla… Lo studente che sceglie di approcciarsi alla lingua coreana è animato da uno spirito di curiosità per esplorare fenomeni sempre più emergenti, ma ancora poco conosciuti”. Malgrado sia considerato “un corso nicchia”, lo scorso anno è cresciuto vertiginosamente il numero di matricole: “siamo passati da 30 a 153 studenti al primo anno: probabilmente una conseguenza dell’infatuazione per il fenomeno musicale hip-hop che ha determinato un balzo numerico di iscritti”.
Qualche raccomandazione agli studenti: “Non abbiate gli occhi fissi solo sugli iPhone, scrivetemi per qualsiasi perplessità: rispondo sempre! Abbandonate l’idea del docente come una persona inarrivabile: il professore è solo uno studente più vecchio…”. La necessità di concepire l’Ateneo come club e stabilire con esso un legame indissolubile. “È fondamentale sviluppare quel senso di appartenenza tipica della mentalità orientale: siamo tutti una famiglia dove ognuno contribuisce ad aiutare l’altro”, conclude il docente.
Sul caso ‘coreano’ la parola al prof. Roberto Tottoli, Direttore del Dipartimento Asia, Africa e Mediterraneo. Il quale afferma: tra le discipline monodocente, “le lingue orientali sono quelle che soffrono maggiormente con tutte le ovvie difficoltà del caso: si spera nell’organizzazione di una programmazione che rinforzi queste coperture”.
Rosaria Illiano
Altra nota dolente per l’inizio di questo nuovo anno accademico, la mancanza di un docente madrelingua: “È stato indetto un bando di reclutamento per il lettorato, ma non si è presentato nessuno. Per quanto l’università sia in affanno con i fondi, siamo in una fase di risanamento: il problema, in questo caso, è l’assenza di figure competenti per poter svolgere il ruolo di lettore”.
Ed è proprio da un disagio che emergono interessanti spunti di riflessione sui possibili sbocchi occupazionali per i laureati in coreano. “C’è un bisogno disperato di insegnanti: in Italia, me compreso ci sono solo cinque professori di ruolo. Tutti laureati a L’Orientale di cui due sono stati miei allievi. Non lasciatevi scoraggiare dal momento buio che sta attraversando il settore della ricerca e siate positivi”, esorta il docente.
Volontà, costanza, sacrificio, passione e curiosità per affrontare lo studio di una lingua straniera. Ma qual è l’identikit dello studente tipo di coreano? “È una persona alternativa che rifiuta l’idea di associare i Paesi dell’Estremo Oriente con luoghi comuni. Se dico Cina l’inconscio collettivo richiama l’immagine dell’antica muraglia, se dico Giappone i più pensano alle geishe, ma quando dico Corea non viene in mente nulla… Lo studente che sceglie di approcciarsi alla lingua coreana è animato da uno spirito di curiosità per esplorare fenomeni sempre più emergenti, ma ancora poco conosciuti”. Malgrado sia considerato “un corso nicchia”, lo scorso anno è cresciuto vertiginosamente il numero di matricole: “siamo passati da 30 a 153 studenti al primo anno: probabilmente una conseguenza dell’infatuazione per il fenomeno musicale hip-hop che ha determinato un balzo numerico di iscritti”.
Qualche raccomandazione agli studenti: “Non abbiate gli occhi fissi solo sugli iPhone, scrivetemi per qualsiasi perplessità: rispondo sempre! Abbandonate l’idea del docente come una persona inarrivabile: il professore è solo uno studente più vecchio…”. La necessità di concepire l’Ateneo come club e stabilire con esso un legame indissolubile. “È fondamentale sviluppare quel senso di appartenenza tipica della mentalità orientale: siamo tutti una famiglia dove ognuno contribuisce ad aiutare l’altro”, conclude il docente.
Sul caso ‘coreano’ la parola al prof. Roberto Tottoli, Direttore del Dipartimento Asia, Africa e Mediterraneo. Il quale afferma: tra le discipline monodocente, “le lingue orientali sono quelle che soffrono maggiormente con tutte le ovvie difficoltà del caso: si spera nell’organizzazione di una programmazione che rinforzi queste coperture”.
Rosaria Illiano







