Si è concluso il 12 maggio a Monte Sant’Angelo, con la presentazione di Luigi Serino, Direttore dello stabilimento Peroni di Roma, il primo ciclo di seminari di orientamento al mondo del lavoro organizzati dal Dipartimento di Scienze Chimiche. Cinque incontri con altrettante realtà produttive per presentare a laureandi e dottorandi le opportunità e le aspettative del mercato. “Riprenderemo l’iniziativa a settembre”, annuncia la prof.ssa Maria Rosaria Iesce, Coordinatrice didattica del Corso di Laurea in Chimica, fra i promotori dell’iniziativa insieme ai colleghi Martino Di Serio, Renata Piccoli, Antonio Marzocchella. “Cerchiamo di preparare i ragazzi a quello che li aspetta una volta fuori di qui”, sottolinea la prof.ssa Rosa Lanzetta. La relazione del dott. Serino, chimico industriale laureato alla Federico II, parte dalla presentazione della nota casa birraia nata a Vigevano del 1846 e stabilitasi in seguito a Bari (1924) e Napoli (1929), dove nel 1953 venne inaugurato il più grande e tecnologico stabilimento d’Europa del tempo nel quale, dieci anni più tardi, verrà messa a punto la formula della Nastro Azzurro, ancora oggi la birra italiana più venduta nel mondo. Attualmente la Peroni vanta una forza lavoro di circa ottocento dipendenti e 3mila occupati nell’indotto. Dal 2003 appartiene al Gruppo sudafricano SUBmiller. È un settore nel quale un chimico può trovare molti sbocchi. “I laureati in ambito chimico, tecnologico e agronomico, preferibilmente Magistrali, trovano impiego nelle aree Qualità e Produzione – spiega Serino – E svolgono attività mirate al controllo della qualità chimico-fisica, alle analisi statistiche e all’Analisi dei Rischi e Controllo dei Punti Critici (HCCP), un processo quest’ultimo che il sistema birrario ha introdotto per primo. Un tassello importante nella continua innovazione del processo produttivo che prima richiedeva una sessantina di giorni, mentre ora ne bastano una ventina anche per la bevanda più sofisticata”. Tanta anche la formazione interna. La società ha un accordo con l’Università di Nottingham, presso la quale i dipendenti seguono dei corsi di Master sulla selezione del malto e la produzione di birra, e lo stesso Serino, in passato, ha conseguito un titolo analogo all’Università Cattolica di Louvain, in Belgio.
Numerose e acute le domande. “Come valutate il dottorato di ricerca? Alcuni sostengono che sia un titolo penalizzante, perché specializza eccessivamente”, chiede un dottorando in Scienze Chimiche. “Valutiamo la corrispondenza fra interessi e aspettative. Chi ha il dottorato ha svolto un iter formativo scientifico e relazionale più robusto, ma non siamo interessati a persone orientate alla ricerca. Presso la sede centrale ce ne sono diverse, ma hanno sempre prima svolto un percorso in ambito produttivo”.
“La Peroni svolge il controllo qualità al proprio interno o si affida a società esterne e, in quel caso, mettete in contatto con esse i vostri chimici?”, domanda uno studente. “Talvolta affidiamo ad esterni delle analisi veloci, e alcuni processi ad università e centri di ricerca, ma nient’altro. La produzione è al 100 per cento interna ma quei contatti di cui parla esistono”.
“Avete un laboratorio per migliorare il ceppo di lievito?”, domanda un altro ragazzo. “Nessuna azienda birraria ce l’ha. In genere ci affidiamo ad istituti di ricerca genetica”.
“Qual è l’impatto economico del packaging?”, chiede un altro studente. “Oltre il 70% del costo industriale. Una quota cresciuta nel tempo. L’innovazione nel Marketing, rispetto a quella nella produzione, cresce a ritmi più che doppi e detta legge su imballaggi, etichette, bottiglie. Un costo aggravato dal dato che in Italia, in controtendenza con il resto d’Europa, il 70% dei vuoti è a perdere”.
La prof.ssa Iesce chiede consigli sulla formazione: “I nostri Corsi sono generalisti. Lauree di questo tipo forniscono requisiti giusti per voi o possiamo migliorare?”. “A noi interessa la capacità di ragionare e tanti chimici hanno fatto carriera. In Italia si affrontano le tecnologie birrarie solo ad Agraria e gli studenti di Biotecnologie hanno conoscenze su alcuni processi microbiologici. Qualche corso in Tecnologie alimentari può essere utile”.
Dalla platea arriva la domanda provocatoria di una studentessa di Biotecnologie. “Senza nulla togliere ai colleghi, perché qui siamo tutti scienziati, perché non ci ha menzionati quasi per niente, facendo per lo più riferimento ai chimici?”. “È una dimenticanza frutto dell’età”, ammette il Direttore al quale, prontamente, il prof. Marzocchella illustra le peculiarità di un campo nato da appena una ventina d’anni: “si tratta di una professione giovane che può significare molte cose e alla Federico II si muove su diversi fronti. In particolare, oggi sono presenti gli studenti di Biotecnologie Industriali che si occupano di processi biologici e microbiologici che avvengono in impianti industriali”.
Positiva l’opinione dei ragazzi sull’iniziativa del Dipartimento. “Da studenti non avevamo mai avuto un servizio simile, ed in effetti l’università forma e da conoscenze, ma poi non dice nulla su come affrontare il primo colloquio di lavoro. Soprattutto per noi che seguiamo un dottorato è importante sapere dove orientarci, dal momento che difficilmente troveremo spazi all’università e l’Italia è l’unico paese al mondo in cui questo titolo risulta penalizzante”, dicono Alberto Marzaioli e Antonio Laezza, dottorandi in Scienze Chimiche.
Ma sono i ragazzi di Biotecnologie quelli più desiderosi di farsi sentire. “È scoraggiante sentire che assumono solo chimici e che noi non veniamo molto considerati dalle industrie”, dice Tiziana Cefariello, secondo anno della Magistrale in Biotecnologie Molecolari Industriali. “Nessuno fra i relatori che sono venuti qui fino ad ora ha ben presente chi siamo e quello che sappiamo fare. La nostra formazione, invece, è fondamentale. In dialogo con altre figure scientifiche, possiamo dare quel qualcosa in più che ad altri manca, perché sappiamo come gestire processi chimici e biologici, che si sviluppano nell’ambito di attività industriali e negli impianti – commentano Saverio Niglio, Emanuela Cuozzo, Francesco Silvestro e Roberta De Roberto, autrice della domanda a Serino – Il punto è che non sanno come collocarci perché, essendo un settore recente, i biotecnologi non sono ancora ‘arrivati’ e nei colloqui, dall’altra parte della scrivania, troviamo solo vecchie generazioni che di noi non sanno che farsene, perché non hanno proprio idea della nostra esistenza”.
Simona Pasquale
Numerose e acute le domande. “Come valutate il dottorato di ricerca? Alcuni sostengono che sia un titolo penalizzante, perché specializza eccessivamente”, chiede un dottorando in Scienze Chimiche. “Valutiamo la corrispondenza fra interessi e aspettative. Chi ha il dottorato ha svolto un iter formativo scientifico e relazionale più robusto, ma non siamo interessati a persone orientate alla ricerca. Presso la sede centrale ce ne sono diverse, ma hanno sempre prima svolto un percorso in ambito produttivo”.
“La Peroni svolge il controllo qualità al proprio interno o si affida a società esterne e, in quel caso, mettete in contatto con esse i vostri chimici?”, domanda uno studente. “Talvolta affidiamo ad esterni delle analisi veloci, e alcuni processi ad università e centri di ricerca, ma nient’altro. La produzione è al 100 per cento interna ma quei contatti di cui parla esistono”.
“Avete un laboratorio per migliorare il ceppo di lievito?”, domanda un altro ragazzo. “Nessuna azienda birraria ce l’ha. In genere ci affidiamo ad istituti di ricerca genetica”.
“Qual è l’impatto economico del packaging?”, chiede un altro studente. “Oltre il 70% del costo industriale. Una quota cresciuta nel tempo. L’innovazione nel Marketing, rispetto a quella nella produzione, cresce a ritmi più che doppi e detta legge su imballaggi, etichette, bottiglie. Un costo aggravato dal dato che in Italia, in controtendenza con il resto d’Europa, il 70% dei vuoti è a perdere”.
La prof.ssa Iesce chiede consigli sulla formazione: “I nostri Corsi sono generalisti. Lauree di questo tipo forniscono requisiti giusti per voi o possiamo migliorare?”. “A noi interessa la capacità di ragionare e tanti chimici hanno fatto carriera. In Italia si affrontano le tecnologie birrarie solo ad Agraria e gli studenti di Biotecnologie hanno conoscenze su alcuni processi microbiologici. Qualche corso in Tecnologie alimentari può essere utile”.
Dalla platea arriva la domanda provocatoria di una studentessa di Biotecnologie. “Senza nulla togliere ai colleghi, perché qui siamo tutti scienziati, perché non ci ha menzionati quasi per niente, facendo per lo più riferimento ai chimici?”. “È una dimenticanza frutto dell’età”, ammette il Direttore al quale, prontamente, il prof. Marzocchella illustra le peculiarità di un campo nato da appena una ventina d’anni: “si tratta di una professione giovane che può significare molte cose e alla Federico II si muove su diversi fronti. In particolare, oggi sono presenti gli studenti di Biotecnologie Industriali che si occupano di processi biologici e microbiologici che avvengono in impianti industriali”.
Positiva l’opinione dei ragazzi sull’iniziativa del Dipartimento. “Da studenti non avevamo mai avuto un servizio simile, ed in effetti l’università forma e da conoscenze, ma poi non dice nulla su come affrontare il primo colloquio di lavoro. Soprattutto per noi che seguiamo un dottorato è importante sapere dove orientarci, dal momento che difficilmente troveremo spazi all’università e l’Italia è l’unico paese al mondo in cui questo titolo risulta penalizzante”, dicono Alberto Marzaioli e Antonio Laezza, dottorandi in Scienze Chimiche.
Ma sono i ragazzi di Biotecnologie quelli più desiderosi di farsi sentire. “È scoraggiante sentire che assumono solo chimici e che noi non veniamo molto considerati dalle industrie”, dice Tiziana Cefariello, secondo anno della Magistrale in Biotecnologie Molecolari Industriali. “Nessuno fra i relatori che sono venuti qui fino ad ora ha ben presente chi siamo e quello che sappiamo fare. La nostra formazione, invece, è fondamentale. In dialogo con altre figure scientifiche, possiamo dare quel qualcosa in più che ad altri manca, perché sappiamo come gestire processi chimici e biologici, che si sviluppano nell’ambito di attività industriali e negli impianti – commentano Saverio Niglio, Emanuela Cuozzo, Francesco Silvestro e Roberta De Roberto, autrice della domanda a Serino – Il punto è che non sanno come collocarci perché, essendo un settore recente, i biotecnologi non sono ancora ‘arrivati’ e nei colloqui, dall’altra parte della scrivania, troviamo solo vecchie generazioni che di noi non sanno che farsene, perché non hanno proprio idea della nostra esistenza”.
Simona Pasquale








