Tesi scopiazzate “Non è uno scandalo”

“(….)Che cosa è (o almeno, che cosa dovrebbe essere) una tesi di laurea? Per rispondere varrà ricordare che la tesi di laurea è una delle più antiche sopravvivenze delle antiche (vogliamo dire vecchie) università. Essa sta (o stava) a rappresentare la degna conclusione di una carriera di studio poggiata sul vincolo stretto tra didattica e ricerca, che è la specificità dell’insegnamento universitario. Essa significa o significava la capacità accertata dello studente di svolgere non una ricerca, ma di impostare una ricerca originale. Ciò era legittimo e logico attendersi in una università di élite, quale è stata, almeno formalmente, l’università fino al 1968.
Prima di allora esisteva una maggior omogeneità culturale, sociale, economica, comportamentale tra uno studente dell’università di Berlino e uno studente dell’università di Napoli che non tra questi studenti e altri loro giovani concittadini della stessa Berlino o della stessa Napoli. Con il 1968 l’università europea è divenuta università di massa. Ed è bene che sia stato così. Ciò ha significato quantitativamente che, in Italia, dagli scarsi 400mila studenti si è passati a un milione e cinquecentomila studenti, con l’accrescersi pauroso del numero dei fuoricorso (quasi il 40%) e l’allungamento (all’apparenza patologico) degli anni di studio. E allora domandiamoci: siamo proprio sicuri che in Italia esistono sette-ottocentomila giovani in grado di impostare un lavoro originale di ricerca? Se fosse vero, non solo sarebbe bellissimo ma noi avremmo vinto e stravinto la sfida tecnologica mondiale. Se ne deve dedurre che la tesi di laurea è oggi un rudere retorico e che il caso di Palermo è la norma? Non è cosi. La vecchia università ha saputo trovare (quando è consapevole di sé ed è fatta di docenti consapevoli di sè) anche qui una soluzione.
In quasi tutte, se non in tutte, le Facoltà oggi si distingue tra tesi di ricerca di base o applicata e tesi espositive. Le prime sono l’opera degli studenti in grado di elaborare un lavoro di ricerca originale. Le seconde non sono un documento di insipienza. Al contrario servono a dimostrare la capacità di un giovane di saper leggere un testo e di elaborare un teorema, di esporre in buono o discreto italiano, di saper consultare un catalogo o una biblioteca, di saper redigere una bibliografia specifica e ragionata. Anche questo è un lavoro se non originale certamente non ripetitivo e, in ogni caso, è un lavoro formativo. 
Devo aggiungere qualche esperienza personale. Insegno da quasi quarant’anni (precisamente dal 1963) e spesso ho assegnato tesi del tipo “Lettura ed esposizione del Contratto sociale di Rousseau” (ad esempio). Allo stesso modo ho assegnato tesi di ricerca, ma non ho mai affidato una tesi del tipo “La filosofia di Leibniz”. E non l’ho fatto perché io stesso non saprei svolgere un argomento del genere, se non dopo una decina di anni di studio, confortato, tra l’altro, dalla conoscenza del latino, del francese e del tedesco seicenteschi che Leibniz praticava.
Mi sono capitate tesi scopiazzate? Qualcuna si, tra le tantissime che ho assegnato. In genere me ne sono accorto, anche perché non assegno tesi su argomenti che non conosco, salvo a quei giovani i quali appaiono tanto dotati da saper svolgere un lavoro originale, dal quale io spesso ho appreso e apprendo. E’ uno scandalo questo? No. Già Francesco De Sanctis, un secolo fa, diceva che la scuola è un laboratorio dove sono impegnati insieme docenti e discenti.
Allora, per carità, profittiamo della notizia per una discussione seria sulla nostra università e le sue necessarie trasformazioni, Evitiamo i soliti moralismi, le solite filippiche. Cerchiamo di conoscere un po’ meglio la nostra università, che –come purtroppo, mi capita di dire da qualche anno- è un oggetto più noto che conosciuto”.
Prof. FulvioTessitore
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