L’assalto all’Università per condizionarne libertà di ricerca e insegnamento

Gli attacchi e i forti condizionamenti politici che le nostre Università stanno subendo nel silenzio generale segnano un preoccupante tornante involutivo della Storia. Un atteggiamento estremamente pericoloso ma non certo inedito. In ogni periodo, quanto più cruciale è stato il ruolo delle Università, tanto più, da parte del “Potere”, è diventato pressante e insidioso il tentativo di governarne le logiche di sviluppo, di condizionarne i fini e limitarne l’autonomia e la libertà di pensiero. Una autonomia e una libertà di pensiero che in tutti i Paesi liberaldemocratici non è una estesa concessione di questo o quel Governo ma è sancita dalla legge. Nel nostro Paese, in Assemblea costituente, non senza difficoltà ed accesi dibattiti, ormai purtroppo dimenticati, si arrivò a sancire una specifica previsione di tutela per l’arte e la scienza (l’art. 33 della Costituzione sancisce che L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento). Una tutela frutto di una grande visione, che poteva altrimenti intendersi assorbita nel principio di libertà di pensiero e di espressione, così come avviene in altre democrazie liberali. Ma ai Padri costituenti era chiaro che l’indipendenza morale e scientifica nei confronti di ogni potere, ed in particolare del potere politico ed economico, è la base su cui si fonda l’autorevolezza del sapere universitario, la serietà e l’affidabilità dei risultati delle sue ricerche. Le Università sono spazi di libertà dove il sapere deve essere critico e mai gregario e sottomesso; il pensiero deve essere libero e mai conforme e asservito. Ci sono voluti secoli di persecuzioni e martiri del pensiero: da Ipazia a Giordano Bruno, da Galileo, Miguel Serveto, a Étienne Dolet e Vavilov per conseguire questa fragile quanto fondamentale conquista. La storia dell’Umanità è lì a ricordarci che, quando questa libertà è limitata o condizionata dal potere politico, avvengono sempre enormi disastri e si ha un ritorno all’oscurantismo.

Oggi questa libertà è di nuovo in pericolo

Con protervia e cieca determinazione, il governo in carica sta erodendo le basi dell’autonomia universitaria attraverso una serie di provvedimenti che, dietro la facciata della “riforma”, celano un progetto di controllo.

Il decreto sull’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (ANVUR) ne è un emblematico esempio: un contraddittorio provvedimento che definisce l’Agenzia come “indipendente”, ma la pone sotto il dominio del Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR)che difattisceglierà Presidente, Direttore generale e Consiglio direttivo. Un paradossale ossimoro giuridico e culturale.

Un’agenzia incaricata di valutare la qualità della ricerca, definire i requisiti dei programmi di insegnamento, stabilire i criteri per l’assegnazione dei finanziamenti statali alle università e decidere l’eventuale soppressione o fusione degli atenei viene sottomessa al MUR e non al Parlamento. Una agenzia che già da sempre funge contemporaneamente da “legiferatore” delle regole da rispettare per la valutazione e da valutatore, con una commistione di ruoli che risulta incomprensibile ad ogni coscienza democratica abituata alla separazione dei poteri. Nel decreto poi si introduce, su richiesta del MUR, l’elemento premiale legato al concetto ambiguo quanto infelice di “valorizzazione della conoscenza”, scimmiottando acriticamente, ancora una volta modelli anglosassoni, senza rendersi conto che la conoscenza, quando è vocata alla comprensione del mondo che ci circonda e all’esercizio della ragione, ha un valore assiologico intrinseco e non necessita mai di essere valorizzata, semmai di essere trasmessa. Tuttavia, è proprio nell’atto della trasmissione (la famosa terza missione che dovrebbe svolgere ogni Ateneo) che la conoscenza invece che essere valorizzata, come chiede il MUR, può rischiare di perdere il suo valore intrinseco, nella misura in cui viene usata in modo strumentale, come mezzo per scopi utilitaristici o di mercato. (Quindi va bene la trasmissione della conoscenza ma nulla di più infelice che il termine “valorizzazione”).

Non meno grave è la prevista disciplina pre-ruolo, che prolunga la precarietà dei giovani ricercatori, allontanando così i migliori cervelli e rendendo la ricerca una estenuante prova di sopravvivenza o una carriera per i più finanziariamente meritevoli. C’è poi l’espulsione di larga parte degli oltre 35.000 precari inseriti con le risorse del PNRR. Davvero non c’è bisogno di riflessione su questa questione come sostiene qualcuno? Non c’è bisogno di un intervento significativo di recupero di queste risorse formate in questi anni nel contesto di un sistema universitario da sempre sottofinanziato rispetto agli altri grandi Paesi europei e che copre gran parte della offerta didattica per contratto e supplenza?

Senza contare la legge delega sulla semplificazione (AC2393) approvata dalla Camera il 29 ottobre u.s. che riguarda, tra l’altro, il riordino e la riorganizzazione della governance degli Atenei, delle procedure di reclutamento di professori e ricercatori, della normativa in materia di promozione dell’internazionalizzazione, della normativa in materia di stato giuridico ed economico del personale universitario, con particolare riferimento agli obblighi didattici e di ricerca nonché allo svolgimento di attività esterne. In una parola, tutto ciò che riguarda l’organizzazione delle Università è nelle mani del Governo che, entro 18 mesi, potrà intervenire sui cardini del sistema attraverso semplici Decreti legislativi (Scegliere di procedere, tra l’altro, con una legge delega su materie tutelate dalla Costituzione, appare quanto meno inopportuno se non di dubbia costituzionalità). Il provvedimento prevede una composizione del Consiglio di amministrazione nel numero massimo di undici componenti, inclusi il Rettore, con funzioni di Presidente e l’eventuale candidato Rettore sconfitto nel turno di ballottaggio; gli ulteriori componenti sono individuati con le seguenti modalità: un rappresentante eletto dagli studenti; un componente nominato dal Ministro; due componenti esterni ai ruoli dell’ateneo, nominati dal Rettore tra i rappresentanti degli enti locali in cui ha sede l’ateneo; tre componenti del personale docente di ruolo presso l’ateneo, designati dal Senato accademico; due componenti del personale docente di ruolo presso l’ateneo, nominati dal Rettore. Il Rettore, quindi, dovrà accordarsi quanto meno con il membro nominato dal Ministro per avere la maggioranza e nel contempo una gestione che sia condivisa dal Ministero.

Un provvedimento che prevede una durata della carica di Rettore per otto anni, con una conferma in carica dopo quattro anni dall’inizio del mandato, da effettuarsi senza candidature alternative per votazione del Senato. Una incomprensibile procedura di conferma ed una inusitata durata in carica che congela l’assetto di governo per una durata che non ha eguali in nessun consesso democratico. Il Senato accademico sarà diviso in comitato e ciascun comitato si occuperà di questioni specifiche di Ateneo. Viene eliminata la rappresentanza del personale TAB in Consiglio (gravissimo!) e si preannuncia di prorogare gli attuali Rettori in scadenza di altri due anni, per operare le modifiche di Statuto.

Un abuso che rappresenta una ferita profonda inferta al cuore dell’autonomia universitaria. Prorogare un mandato senza elezioni significa sospendere il diritto di autodeterminarsi di docenti e studenti

Tutti questi interventi sono una violazione forte dello spirito costituzionale: un progetto autoritario che mira a piegare la ricerca e la didattica ad interessi neoliberalisti che spingono la formazione universitaria verso un esclusivo addestramento professionale e non anche verso la formazione di un sapere critico e di una coscienza civile consapevole. Interventi che inoltre mirano a premiare la fedeltà al potere invece del merito, distribuendo prebende, ma coperte dalla foglia di fico della valutazione “indipendente”. Un attacco feroce per il quale un’Istituzione culturale indipendente diventa proprietà del governo snaturandone i fini. Non si può inoltre non osservare che la nuova governance rappresenta anche una enorme operazione di puro spoil-system condotta a spese dei contribuenti: ci sono in Italia 97 istituzioni universitarie, tra cui 67 statali, in ciascuna delle quali il Ministro collocherà un suo uomo di fiducia, pagato dai contribuenti.

Occorre avviare un confronto a livello locale e nazionale che conduca invece – e questa è la mia posizione – ad una proposta di riforma che annulli la dimensione monocratica ed essenzialmente verticistica della governance, favorendo la formulazione di un nuovo assetto di governo di ateneo più partecipato e condiviso. Occorre una gestione che salvaguardi una reale rappresentanza di tutte le componenti della nostra comunità, assicuri un equilibrio tra poteri diversi e valorizzi il ruolo dei Direttori di Dipartimento. Una governance da collocare nell’ambito di un disegno del sistema universitario che garantisca indipendenza ed autonomia didattica e di ricerca. Come ho avuto modo di scrivere qualche anno fa sul Corriere del Mezzogiorno, “se vogliamo tutelare la “competitività culturale dell’Italia” dobbiamo innanzitutto scegliere bene quale modello di Università vogliamo. Certo non ci si deve arroccare su posizioni antistoriche ma bisogna rispondere alle richieste della Società operando una difficile ma possibile sintesi tra le varie missioni. Una sintesi che metta al centro più che il “capitale umano”, un concetto più ampio che lo contenga, ossia l’Uomo. A mio avviso, a qualunque idea di Università si pensi, non si può rinunciare a garantire un percorso che includa anche la formazione verso un sapere critico, libero e per sua natura antidogmatico. L’unico che può assicurare ad ogni cittadino di vivere liberamente e consapevolmente il proprio tempo.”

È urgente che il mondo accademico e la società civile facciano sentire la propria voce. Popper ammoniva che “il prezzo della libertà è l’eterna vigilanza”. L’autonomia universitaria non si difende da sola: si difende con la parola, la disobbedienza intellettuale, la testimonianza.

Senza università libere non esiste conoscenza autentica, e senza conoscenza non c’è libertà né democrazia per nessuno

Santolo Meo
Candidato a Rettore dell’Università degli Studi di Napoli Federico II

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