“L’inizio e la fine”, la seconda inchiesta del ‘Sostituto’ Esposito firmata dal prof. Armando Carravetta

“L’inizio e la fine”. Il “sostituto” Esposito, netturbino di professione e detective per passione, torna in libreria con un’altra avventura tra indagini, testimoni impiccioni e giovani dai linguaggi incomprensibili. Il romanzo, edito da Ateneapoli, porta la firma di Armando Carravetta, professore di Ingegneria idraulica alla Federico II, giunto alla sua seconda esperienza nelle vesti di romanziere. L’esordio letterario, infatti, è avvenuto l’anno scorso con “L’inchiesta trash del sostituto Esposito”, una storia che è riuscita a farsi valere al concorso letterario Inchiostro digitale. Il sequel era nell’aria, come afferma l’autore stesso: “già la prima inchiesta era nata come un format all’interno del quale poter proseguire un percorso. L’idea è raccontare storie che caratterizzano Napoli e fornire un’opinione”. Chi si fosse perso la prima indagine del Maigret napoletano, può recuperare scaricando gratuitamente l’e-book. C’è quindi la possibilità di riprendere quel filo rosso che unisce le due storie scritte dal docente: “i contesti sono gli stessi. Entrambi i romanzi raccontano una storia di questo investigatore improvvisato che si muove con difficoltà nella sua famiglia, che è sempre per strada a interrogare edicolanti, commercianti e custodi, che affronta i problemi essenziali della vita”. Chi risolve casi complessi di solito ha fascino, beve Martini, è un conquistatore di donne mozzafiato, si sposta in auto lussuose. Gennaro Esposito non è nulla di tutto questo. Lui agisce quasi di nascosto, si concede un caffè al circolo dei netturbini, vive solo per la sua Carmela, che spesso lo maltratta, e il suo mezzo di trasporto è un carrellino con scope, sacchetti neri e altri ferri del mestiere: “credo che i personaggi del romanzo rappresentino persone che stanno per strada e che vivono certe dinamiche cittadine. Volevo un antieroe. Ormai siamo abituati a eroi che poi non sono tali”. Fantasia al servizio della realtà. Quello del prof. Carravetta può essere considerato anche un romanzo di riflessione su ciò che a Napoli proprio non funziona, dagli autobus che non passano, alle buche per strada: “oggi lo spazio per la denuncia vera e propria è modesto. Fermare le proprie considerazioni su carta può essere un contributo per una rinascita culturale e sociale della nostra città e non solo. Il degrado è aumentato notevolmente. Siamo in un momento critico. Il romanzo è anche un modo per parlare di questo”. L’ingegnere che è nel prof Carravetta ritorna in maniera esplicita anche nel libro. Non c’è alcun conflitto con lo scrittore, anzi, le due figure si integrano per arrivare a una maggiore completezza: “è necessario abbattere le categorie del sapere. Un buon ingegnere deve anche essere un umanista perché deve saper riconoscere le modifiche che apporta alla società. Allo stesso modo, un umanista deve riuscire ad avere un aggancio con la realtà. Non possono esserci barriere”. Proprio una barriera è oggetto di riflessione nel libro. È quella comunicativa che oggi separa i nativi digitali da chi, per età, è rimasto affezionato a carta e penna. Difficoltà di comprensione le vivono il personaggio, che con qualche riserva chiede aiuto a suo figlio per capire le logiche dei social network, e il professore che coi giovani ha un rapporto quotidiano: “anche io ho difficoltà e qualche diffidenza. Su questo aspetto si sente di più l’età. L’entusiasmo, invece, si mantiene e fa sentire giovani. Preciso che il primo libro l’ho scritto con l’I-phone, quindi un po’ di tecnologia la mastico anche io”. Così come mastica il napoletano, le cui parole tornano spesso nella sua scrittura: “l’idea è quella di impossessarsi nuovamente di questa lingua. I giovani la stanno assorbendo da fiction sulla camorra e dalla strada, insomma, da cattivi esempi. Il napoletano ha una dignità e una sua riscoperta fa parte del recupero culturale di cui parlavo prima”. Per saperne di più, basta andare in libreria e leggere dall’inizio alla fine.
C.B.
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