Analisi, percentuali di promossi da prefisso della teleselezione

Centoventotto candidati, solo 19 ammessi all’orale. Sono stati a dir poco disastrosi i risultati della prova scritta dell’esame di Analisi matematica I, un corso affidato a Pietro Baldi, il ricercatore di Matematica che coordina, tra l’altro, un importante progetto finanziato nell’ambito del programma Star. Per superare lo scritto occorreva riportare almeno 16/30. Ebbene, ci è riuscito approssimativamente uno studente su sette. Il migliore tra i promossi ha avuto 27. Poi ci sono stati tre 24, un 22, due 18, dodici 16. Cinquantacinque candidati hanno avuto zero. Otto si sono fermati a 2. Uno studente ha riportato 3. Nove candidati sono stati respinti con 4. Un caso particolarmente sfortunato, una infornata anomala di giovani poco preparati, quella che si è registrata a febbraio? Non si direbbe, se si guarda all’esito dell’esame di Analisi 1 per i corsi degli altri docenti. Percentuali di promossi da prefisso della teleselezione. C’è una questione generale. Prova ad affrontarla l’ingegnere Giuseppe Fedele, 67 anni, che si è rivolto ad Ateneapoli per raccontare quali siano oggi i problemi degli studenti. Li conosce da vicino, perché è il papà di Federico, diciannovenne perito elettromedicale e studente del secondo anno del Corso di Laurea in Ingegneria Biomedica. “Mio figlio – precisa – ha già superato Analisi 1, dunque non ne faccio un caso personale, perchè sarebbe sbagliato. C’è un problema di funzionamento del sistema e bisognerebbe che qualcuno, chi può, lo affronti”. 
La questione, tiene a precisare l’ingegnere Fedele, che si laureò nel 1973 ed ora è in pensione, dopo aver insegnato Fisica e Matematica nei vecchi Corsi di Tecnico di radiologia ed aver diretto una unità di prevenzione infortuni di una Asl, esula dalla bravura dei docenti o dalla loro capacità di insegnare. “Baldi – tiene anzi a puntualizzare – mi racconta mio figlio che è un giovane coscienzioso. Spiega con calma, permette agli studenti di prendere gli appunti con tranquillità, è presente fino a tardi in Dipartimento”. Il problema, sostiene, è un altro: “Tre mesi scarsi di corso per svolgere il programma sono assolutamente insufficienti. Si finisce con il sacrificare, giocoforza, le ore di esercitazione. Senza le quali, però, gli studenti non imparano bene. I risultati, pessimi, si vedono agli esami. Nell’attuale sistema universitario, quello della Laurea Triennale, dei corsi semestrali che poi in realtà sono trimestrali, dei crediti didattici che dovrebbero quantificare con esattezza l’impegno richiesto a ciascuno studente, i professori sono vittime esattamente come i ragazzi”. Affermazione netta, ma accorata, quella del genitore di uno studente che ogni giorno vede suo figlio arrancare e penare, nonostante non gli manchino impegno ed assiduità. “La verità”, sottolinea l’ingegnere Fedele, “è che i docenti ad Ingegneria sono pochi per fronteggiare un impegno così totalizzante quale quello che richiederebbe l’attuale organizzazione della didattica. Un professore di Analisi matematica, da solo, dovrebbe tenere lezione a circa 200 persone, svolgere le esercitazioni, effettuare le correzioni. Contemporaneamente, gli si chiede, ovviamente, anche di svolgere attività di ricerca, perché è il suo mestiere e perché, se non lo fa, è valutato in maniera negativa. È umanamente impossibile che possa fare fronte a tutti questi impegni. Si finisce col sacrificare qualcosa, penso in particolare alle esercitazioni, e questo si ripercuote negativamente sugli studenti”. 
Ingegneria è
“la padronanza
di un metodo”
Federico, il figlio dell’ingegnere Fedele, frequenta il secondo anno e, ad oggi, ha superato Analisi 1, Fisica, Informatica, Inglese. Sta preparando, adesso, Analisi 2. “Studia sette giorni su sette”, dice il padre. “I ritmi sono veramente pesanti. Che Ingegneria richieda grande impegno lo davamo per scontato, non è certo una novità. Che alle difficoltà oggettive, però, si aggiungessero quelle provocate da una organizzazione mal congegnata, ecco, questo non è giusto”. Racconta: “Quando Federico si è iscritto, lo scorso anno accademico, ha cercato di seguire tutti i corsi e di preparare tutti gli esami contemporaneamente, perché questo suggerivano i docenti. Ebbene, tornava a casa, a Melito, se andava bene alle sette e mezza o alle otto di sera. Avrebbe dovuto trovare il tempo di riorganizzare gli appunti e ripassarli. Per poi svegliarsi di buon mattino il giorno seguente ed affrontare un’altra giornata all’università. Ha scelto, ad un certo punto, di concentrarsi sugli esami che deve superare per non restare bloccato. Quelli che nella università dei miei tempi si sarebbero definiti fondamentali”. La ricetta per eliminare almeno le incongruenze più gravi? “Ho una certa esperienza delle materie che affrontai io all’epoca e che, con alcune diversità, affronta ora mio figlio. Ebbene, almeno per alcune di esse – penso ad Analisi ed a Fisica, ma potrei citarne altre – bisogna prendere atto che la scansione dei corsi in finti semestri, che durano in realtà tre mesi, non funziona. Bisognerebbe ritornare ai corsi annuali. Gli argomenti vanno studiati con calma, digeriti. Deve esserci il tempo di metabolizzare e di esercitarsi. Ingegneria non è solo l’acquisizione di una serie di nozioni, è la padronanza di un metodo. Non facile, quest’ultima. Richiede tempo e possibilità di approfondire lo studio. Nell’università che frequentano mio figlio ed i suoi coetanei questa opportunità non è data”.
Anche perché, sottolinea, le strutture non sono adeguate a sostenere i ritmi di frequenza che si richiedono agli immatricolati ad Ingegneria. “Poiché si rimane spesso fino a tardi all’università, bisognerebbe che gli studenti, per non perdere tempo prezioso, sfruttassero al meglio i tempi morti tra un corso e l’altro, per approfondire gli appunti, esercitarsi, ripassare gli argomenti. Benissimo. Peccato, però, che poi, mi racconta mio figlio, le aule studio sono insufficienti, rispetto alle esigenze. Ci si arrangia a volte nelle aule che non sono impegnate per le lezioni, ma anche queste, oltre una certa ora, sono impraticabili. Gli addetti alle pulizie invitano ragazze e ragazzi a sloggiare”. 
Prosegue: “I professori, i direttori di dipartimento ed il rettore dovrebbero avere il coraggio di esporsi pubblicamente e di dire che la riforma del tre più due, quella che fu varata alcuni anni fa, è fallita. Con la Laurea Triennale, oggi, non si va da nessuna parte. Tutti sono costretti a proseguire con il biennio di secondo livello. Intanto, però, nel triennio si affrontano più o meno le stesse materie di un tempo, gli stessi programmi, con una disponibilità di ore di lezione e di tempo per lo studio a casa nettamente inferiore”. Situazione, quest’ultima, che rende anche molto difficile recuperare a chi arrivi al primo anno di Ingegneria senza adeguate basi di matematica. La conclusione dell’ingegnere Fedele è sul filo della nostalgia: “Quando io frequentavo, si creava un legame con la Facoltà profondissimo. Erano anni turbolenti, c’erano il movimento studentesco e la contestazione. Io stesso partecipavo ad incontri, assemblee, iniziative. Mantenevo, però, un solido rapporto con Ingegneria. Ne contestavo anche alcuni aspetti, ma essa restava, per me, un punto di riferimento. Ricordo ancora il legame specialissimo che si veniva a creare con alcuni docenti. Scipione Bobbio, Luciano De Menna, Cortini, Cuzzocrea. Professori severi, esigenti, ma figure di riferimento per chi si affacciava a quell’epoca alla vita universitaria. Nei giovani che iniziano adesso, il legame con Ingegneria mi appare molto più sfumato. Tra semestri, crediti e sessioni di cinque esami compressi in un mese, rischiano di perdere di vista la passione. Sarebbe un peccato, una grave sconfitta per l’università intera”.
Fabrizio Geremicca
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