Andare, imparare, ritornare

Trentotto anni, economista e ricercatore a Scienze Politiche, Gaetano Vecchione è uno che nella sua vita ha fatto scelte in controtendenza. Si occupa di Institutional Economics e di Migrazioni di persone con un elevato profilo culturale, con particolare attenzione al Mezzogiorno, del quale si dichiara un autentico ‘appassionato’. “La mia vita è cambiata nel 2002, quando sono stato in Erasmus a Bruxelles”, racconta. Da allora non ha più smesso di viaggiare, soprattutto per ragioni di studio, in Inghilterra e negli Stati Uniti. “Queste esperienze vanno vissute. Non per esterofilia ma perchè aiutano a maturare un punto di vista cruciale: non siamo più nel Seicento o nel Settecento, quando Napoli era una capitale del mondo. Oggi siamo una provincia d’Europa e le cose non accadono più, come un tempo, in Italia – Una condizione che fatica ad essere accettata, trovando resistenze anche fra i ragazzi – Ci sono tante opportunità che come Ateneo e Dipartimento riusciamo ad offrire agli studenti che non vengono sempre colte. Un po’ per l’esiguità delle borse, che richiedono il sostegno della famiglia, e un po’ perché la diffusione delle strutture universitarie, ormai presenti quasi in ogni capoluogo di provincia, che di per sé è una buona cosa, invoglia a restare nella propria ‘comfort zone’, a non rischiare, mentre andare all’estero a vent’anni, per la prima volta lontano da casa, è uno shock culturale, paragonabile al vecchio servizio militare”. Il prof. Vecchione ha avuto anche l’occasione di andare via dall’Italia, superando una difficile selezione delle Nazioni Unite per un progetto in Senegal: “è stato allora che mia moglie ed io abbiamo deciso di tornare a casa, investire sulla città, portandovi un po’ del respiro internazionale che avevamo appreso, e far crescere qui i nostri figli”. 
Altrove più 
trasparenza e servizi
Un atteggiamento che il ricercatore cerca di incoraggiare fra i ragazzi: andare fuori per imparare cose nuove e ritornare per portare a casa quello che si è appreso altrove. Da qui muove i passi un’inevitabile analisi sociologica che, partendo dai dati sociali e da quelli messi a disposizione dal Ministero dell’Università e della Ricerca, rivela il quadro nazionale sui flussi migratori di lavoratori qualificati. Cosa muove le persone? Un’idea diffusa attribuisce le spinte principali al PIL e alla disoccupazione. Invece, principalmente per chi possiede un elevato grado d’istruzione, la vera discriminante è rappresentata dalla qualità delle istituzioni, formali e informali. “Risultano fondamentali il rispetto delle regole del gioco, la trasparenza con la quale si valutano preparazione e competenze, senza ricorrere a sistemi di cooptazione e altri metodi ‘respingenti’, e la possibilità di avere asili nido e una Pubblica Amministrazione efficiente. I posti nei quali si sceglie di andare offrono questi servizi”, sottolinea il docente. Focalizzando lo sguardo sul Sud del Paese, il problema dell’emigrazione segue una dinamica prevalentemente interna, verso Nord, anche per studiare. “L’emigrazione non è necessariamente una cosa negativa, lo diventa quando è unidirezionale – dice – Vi è una tendenza repressiva a parlare di fatti italici, la questione è ampia e per quanto riguarda le università meridionali tocca due temi: il livello della ricerca e la sprovincializzazione delle università, che conserva sacche di autoreferenzialità, con solo alcune aperture allo scenario e alle riviste internazionali”. L’eccellenza c’è e si vede. La sola Federico II ottiene finanziamenti per i suoi studi, in linea con le principali istituzioni del Paese: “ma, come accade per tutti i comparti, nonostante la presenza di persone straordinarie, le strutture non riescono ad essere in linea quelle presenti all’estero, gli studenti non leggono i giornali e non sanno quello che accade nel mondo”. Mancano adeguati strumenti normativi. Nel 2010 il Deputato Guglielmo Vaccaro aveva proposto un sistema di incentivi fiscali per il rientro dei lavoratori: “una buona iniziativa, ma insufficiente. La gente non si sposta perché paga due o tremila euro di tasse in meno all’anno. Rientra solo chi ha deciso di farlo – prosegue il ricercatore che propone un sistema simile al modello Fulbright, che finanzia borse di studio post laurea presso Atenei statunitensi e italiani – Prevedere investimenti e canali speciali per creare, al Sud, centri con una vera vocazione internazionale. Esperienze come l’IOS Academy vanno in questa direzione: come al Politecnico di Milano, la metà degli iscritti viene da altre parti d’Italia”. Lavorare per un sistema che punti alla qualità senza compromessi: “certificata da istituti esterni e riconosciuti e investire per attrarre persone, altrimenti diventeremo la Florida d’Europa”. Dinamiche analoghe esistono anche in altri grandi Paesi dell’Unione. Nel Regno Unito, in Germania, in Francia, le persone sono attratte dai grandi centri della Finanza, dell’Economia e della Cultura: “è una dinamica tipica, ma avviene su scala inferiore. Il dualismo italiano è una questione che non si risolve da oltre centocinquant’anni. Intanto viviamo la condizione di due Paesi in uno”. Da questo nasce il tentativo di articolare delle proposte e creare dei servizi per costruire possibilità di rientro: “stiamo monitorando tutte le iniziative che ci sono in Ateneo, per non replicare azioni già in atto e unificarle in un solo programma. È difficile, ma qualcosa va fatto”.
Simona Pasquale
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