Biotecnologie: il laboratorio non è l’unico lavoro possibile

Seconda edizione di Università & Impresa. Innovazione e imprenditorialità nel mondo delle Biotecnologie. Una giornata di promozione e divulgazione, organizzata l’11 ottobre scorso presso la Tensostruttura del Policlinico, che ha richiamato l’attenzione di un modesto numero di futuri biotecnologi, in dubbio sulle opportunità che può loro offrire il mondo del lavoro. Il tema centrale della giornata è proprio il connubio tra Università e Impresa. “Un’iniziativa di grande importanza –spiega l’ex rappresentante degli studenti, neo laureata, Ida Crifò, responsabile del progetto “Biotecnologie – Università e Impresa” e Presidente dell’Associazione italiana Biotecnologi – che abbiamo realizzato grazie ai fondi che l’Ateneo Federico II mette a disposizione per le attività culturali degli studenti. Una giornata che ha lo scopo di far comprendere ai laureandi in Biotecnologie che rimanere al banco di lavoro, in laboratorio, non è l’unico sbocco occupazionale. Devono, piuttosto, guardare sempre più ai contatti con le aziende del settore… Purtroppo, la figura del biotecnologo non ha alcun riconoscimento dal punto di vista legislativo anche se, in questo senso, ci sono stati recenti miglioramenti. Dal 12 settembre, infatti, i laureati in Biotecnologie della Salute possono esercitare la professione di informatore scientifico, e questo è un altro importante sbocco lavorativo”. Ad aprire il dibattito, il prof. Franco Salvatore, Presidente del Corso di Laurea in Biotecnologie per la salute. “Terrei subito a sottolineare – ha specificato in apertura Salvatore – la differenza che esiste tra Biotecnologie e Biologia o Biologia avanzata. La Biotecnologia è un uso progettuale dei sistemi biologici per ottenere beni e servizi. Ma non solo. E’ una scienza costituita da un vasto numero di discipline che attendono all’utilizzo della Biologia avanzata attraverso l’uso dei saperi che spaziano dall’economia, al diritto, all’etica. Dunque, i biotecnologi hanno la possibilità di lavorare, oltre che in laboratorio in settori legati al Diritto o all’Economia”. Un ponte tra Università e Impresa è quello che occorre creare secondo Daniele Silvestro, vicepresidente FiBio (Federazione italiana dei Biotecnologi). 
“Tradurre un’idea
in impresa”
“Tradurre un’idea in impresa: è questo il problema principale di un giovane ricercatore. Già durante il lavoro di tesi, gli studenti possono sviluppare idee che vadano al di là dello studio che stanno svolgendo, ma non sanno assolutamente come trasformarle in progetti pratici. Il nostro obiettivo è costruire una società di consulenza per aiutare i giovani nella realizzazione dei loro progetti…”. A ciò, sono seguite esperienze pratiche grazie al contributo di specialisti della ricerca e della gestione dell’impresa, come quella del dott. Giorgio Fassina, della Xeptagen, che ha proposto una relazione sulle Nanotecnologie e la diagnostica oncologica e quella del dott. Enrico Bucci, coordinatore scientifico del BioIndustry Park del Canavese, un parco scientifico ad orientamento bioindustriale e biotecnologico, con sede ad Ivrea. “Come convertire il valore della ricerca dal livello accademico a quello commerciale? – ha chiesto Bucci, focalizzando l’attenzione della platea – Come si trasforma un’idea in progetto? Direi, prima di tutto, che la tipologia di ricerca più vicina all’università è quella pre-clinica. Stabilita, subito dopo, la proprietà della ricerca (spesso il ricercatore non si rende conto che la proprietà intellettuale è la sua), come si fa poi a passare da una ricerca di base a quella applicata? L’obiettivo è brevettare il prima possibile”. Successivamente, si avverte il problema dei fondi. “Da chi posso avere i soldi per far partire il tutto? Da enti quali la Regione Campania e l’Unione Europea, ma sicuramente non è la soluzione ottimale. Il BioIndustry Park ha radunato tanti piccoli investitori della zona… dunque, non è vero che si avverte una mancanza di capitali, piuttosto mancano organizzazione e gestione di capitale”. Il connubio tra Università e Impresa. Secondo Bucci, “l’università ha forti resistenze a collaborare con l’industria per varie motivazioni, prima di tutto non vuole sostenere costi, nemmeno quelli iniziali, e poi c’è il problema delle pubblicazioni, oltre all’attitudine generale a non credere all’industria”. In ogni caso, “la forza dell’idea è quella che conta, l’Università non può dare lavoro a tutti, è dunque arrivato il momento di chiedersi se quello che abbiamo pensato si può raccontare a qualcuno e trasformarlo in progetto”. Bucci risveglia la speranza in tanti laureandi che lo ascoltano interessati. Presente anche il dott. Andrea Ponari, del CE.IN.GE. con una relazione sul ruolo dei centri di ricerca nel sistema innovativo nazionale. “Innovare è una delle esigenze principali – dice Ponari – Investimenti e innovazione nascono dalla necessità di competere a livello globale. E costituire un’impresa biotecnologica significa correre un elevato rischio imprenditoriale, investire sul capitale umano e ottimizzare le risorse finanziarie…”.
Soddisfazione per questa seconda edizione di Università e Impresa da parte degli organizzatori. “Iniziative come queste servono a far comprendere ai ragazzi i diversi modi in cui possono spendere il proprio titolo di laurea – dice la Crifò– Gli studenti che hanno partecipato erano molto interessati”.
Maddalena Esposito
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