Minori a rischio, carceri, adolescenti. I tre ambiti nel quale si muove “Interventi psicopedagogici nei contesti sociali”, insegnamento tenuto dal prof. Massimo Di Roberto e diretto agli studenti delle Magistrali in Programmazione, amministrazione e gestione delle politiche e dei servizi sociali e in Pedagogia e formazione continua: scuola, comunità, territorio. Il corso, che si è appena concluso, si basa su lezioni frontali e una parte esperienziale – simulazioni e anche incontri con educatori professionali. “Interveniamo nelle relazioni sociali, non come psicologi ma come educatori”, spiega il docente. Gli interventi sono multifattoriali, prevedono una corposa equipe: tra psicologi, dottori, assistenti sociali, avvocati. Quelli psicopedagogici all’interno delle istituzioni penitenziarie sono “finanziati dal Ministero della Giustizia. Il carcere non è solo, come si pensa, un luogo di punizione ma anche rieducativo”, sottolinea il docente forte di una esperienza diretta: “quando ho lavorato in questi ambienti mi sono trovato davanti persone per lo più recidive, che quindi non avevano accettato la sfida del cambiamento, ma erano rimaste bloccate sulle proprie idee perché incapaci di immaginare realtà diverse dalla propria. Bisogna prendersi cura della parte buona che vive in queste persone per potenziarla, o per farla uscire fuori”. Quindi “nelle carceri sono programmati laboratori ad esempio di falegnameria, di pasticceria” ma “non basta, bisogna dimostrare ai detenuti che c’è una cultura che si distacca dal loro mondo e che loro devono assorbire”. Quando, invece, ci si imbatte in minori a rischio e adolescenti, bisogna analizzare il vacillante equilibrio che li sostiene: “Uno psicoanalista diceva che far nascere i figli è facile ma metterli nel mondo è difficile. Purtroppo non sempre si è pronti ad essere genitori e i figli si ritrovano a sbandare nell’insicurezza, senza una guida che li accompagni”.
Con la prof.ssa Antonella Gritti, l’intervento del docente si sposta su altre situazioni particolari. “Consulenza nelle situazioni di disagio educativo” è un insegnamento della Magistrale in Consulenza pedagogica, che non inquadra il disagio direttamente riconducibile a disabilità o altro, ma quello che nasce dalla relazione tra docente e discente. “Il corso è volto a comprendere il disagio del bambino nel contesto familiare, scolastico ed extrascolastico ma prima di tutto il disagio del docente che sorge nella relazione con realtà sfortunate. In questi casi bisogna osservare il comportamento nella classe del bambino che può diventare irrequieto, rabbioso, ansioso, può non rispettare le regole, andare contro i suoi compagni, mostrare problematiche fisiche come cefalea, mal di pancia”, spiega la docente. Come la scuola può prevenire un disagio? “Attraverso dei progetti che anche i ragazzi del corso stanno sperimentando. Si parte da una fase di osservazione, e non da metodi assoluti, dove vengono poi analizzati i vari aspetti del problema e si può decidere di procedere richiedendo incontri con gli altri docenti, o di coinvolgere le famiglie”. Il gruppo classe per questi bambini deve rappresentare “una spinta di miglioramento, una realtà in cui identificarsi. Attraverso la coordinazione dell’insegnante, la classe deve diventare una mente unica, un ambiente empatico e ricco di motivazione”. Il corso è a scelta, molto frequentato, comprende un esame orale e termina il 6 dicembre. Durante le lezioni, oltre alla teoria, si ipotizzano situazioni di disagio e i successivi possibili interventi – come la costruzione di favole su tematiche specifiche – dando spazio all’inventiva degli studenti che potranno alla fine conservare i loro progetti per riutilizzarli al momento opportuno.
“Un gruppo si costruisce lavorando sulle motivazioni e la sua gestione dipende dal contesto e dalla relazione dei singoli individui. Più ogni individuo si sentirà libero, più renderà funzionante il gruppo che diventerà parte della propria identità. Inserirsi in un gruppo significa condividerne le norme, i sistemi di riferimento. Deve essere seguito da un buon leader, con ampie capacità e competenze, che sappia far risaltare le qualità del singolo”, spiega così la disciplina, ‘Psicologia dei gruppi’ (Corso di Laurea in Consulenza Pedagogica), che insegna il professore Stanislao Smiraglia. Un gruppo si troverà a confrontarsi con diverse realtà sociali che potrà valutare in modo positivo o negativo, e a sua volta dovrà incappare nei possibili pregiudizi e stereotipi che si legano alla propria immagine esterna. “Se l’altro viene visto come risorsa o minaccia, dipende da molte condizioni. Le condizioni economiche sono fra quelle che incidono molto sull’assetto del gruppo. L’avversione per gli stranieri che c’è in Italia ne è un esempio”. Le lezioni, che termineranno il 6 dicembre, “sono ordinarie ma stimolanti. Bisogna motivare gli studenti lavorando molto sul piano motivazionale e sulla comunicazione”. L’esame sarà orale.
“È un percorso dove ci si mette in discussione, dove il docente diventa, come mi piace dire, ‘educattore’, educando attraverso l’arte che è una risorsa formidabile. L’arte è vita che rende l’uomo vivo in un’epoca dove il digitale ha rubato parecchio spazio alle emozioni”, le parole con le quali la prof.ssa Nadia Carlomagno descrive il Laboratorio, che si è appena concluso, ‘Giocando s’impara: tecniche per l’animazione e la comunicazione teatrale’ diretto agli studenti di Scienze dell’educazione. Il corpo è al centro della relazione con l’altro e durante gli incontri diventa protagonista. “Bisogna scoprire attraverso l’utilizzo del corpo, andare oltre i limiti, rispolverare le nostre sensazioni. I ragazzi devono imparare a lavorare tra loro. Riprendere il concetto di fiducia dell’altro e lasciare fuori la paura del giudizio, perché i timori e le debolezze dell’altro sono anche le nostre. L’altro diventa parte di sé, non è più un estraneo, ma una persona che, se ti lasci andare, sa afferrarti e riportarti su. Perché mettersi in discussione vuol dire anche entrare in crisi, in conflitto con il proprio io, ma il caos porta al buon cambiamento, alla crescita”. Obiettivi impegnativi quelli del laboratorio, ma gli studenti vengono aiutati attraverso lezioni che comprendono principalmente giochi: “sul ritmo, sullo spazio, sullo sguardo, sul contatto”. È proprio con la stessa modalità, il gioco, che si insegna al bambino che “ha bisogno di fare esperienza, di esplorare lo spazio in cui vive. Quindi l’educatore deve sapere stimolare la classe, saper ascoltare, ma saper anche rimanere in silenzio e insegnare il silenzio”.
Francesca Corato
Con la prof.ssa Antonella Gritti, l’intervento del docente si sposta su altre situazioni particolari. “Consulenza nelle situazioni di disagio educativo” è un insegnamento della Magistrale in Consulenza pedagogica, che non inquadra il disagio direttamente riconducibile a disabilità o altro, ma quello che nasce dalla relazione tra docente e discente. “Il corso è volto a comprendere il disagio del bambino nel contesto familiare, scolastico ed extrascolastico ma prima di tutto il disagio del docente che sorge nella relazione con realtà sfortunate. In questi casi bisogna osservare il comportamento nella classe del bambino che può diventare irrequieto, rabbioso, ansioso, può non rispettare le regole, andare contro i suoi compagni, mostrare problematiche fisiche come cefalea, mal di pancia”, spiega la docente. Come la scuola può prevenire un disagio? “Attraverso dei progetti che anche i ragazzi del corso stanno sperimentando. Si parte da una fase di osservazione, e non da metodi assoluti, dove vengono poi analizzati i vari aspetti del problema e si può decidere di procedere richiedendo incontri con gli altri docenti, o di coinvolgere le famiglie”. Il gruppo classe per questi bambini deve rappresentare “una spinta di miglioramento, una realtà in cui identificarsi. Attraverso la coordinazione dell’insegnante, la classe deve diventare una mente unica, un ambiente empatico e ricco di motivazione”. Il corso è a scelta, molto frequentato, comprende un esame orale e termina il 6 dicembre. Durante le lezioni, oltre alla teoria, si ipotizzano situazioni di disagio e i successivi possibili interventi – come la costruzione di favole su tematiche specifiche – dando spazio all’inventiva degli studenti che potranno alla fine conservare i loro progetti per riutilizzarli al momento opportuno.
“Un gruppo si costruisce lavorando sulle motivazioni e la sua gestione dipende dal contesto e dalla relazione dei singoli individui. Più ogni individuo si sentirà libero, più renderà funzionante il gruppo che diventerà parte della propria identità. Inserirsi in un gruppo significa condividerne le norme, i sistemi di riferimento. Deve essere seguito da un buon leader, con ampie capacità e competenze, che sappia far risaltare le qualità del singolo”, spiega così la disciplina, ‘Psicologia dei gruppi’ (Corso di Laurea in Consulenza Pedagogica), che insegna il professore Stanislao Smiraglia. Un gruppo si troverà a confrontarsi con diverse realtà sociali che potrà valutare in modo positivo o negativo, e a sua volta dovrà incappare nei possibili pregiudizi e stereotipi che si legano alla propria immagine esterna. “Se l’altro viene visto come risorsa o minaccia, dipende da molte condizioni. Le condizioni economiche sono fra quelle che incidono molto sull’assetto del gruppo. L’avversione per gli stranieri che c’è in Italia ne è un esempio”. Le lezioni, che termineranno il 6 dicembre, “sono ordinarie ma stimolanti. Bisogna motivare gli studenti lavorando molto sul piano motivazionale e sulla comunicazione”. L’esame sarà orale.
“È un percorso dove ci si mette in discussione, dove il docente diventa, come mi piace dire, ‘educattore’, educando attraverso l’arte che è una risorsa formidabile. L’arte è vita che rende l’uomo vivo in un’epoca dove il digitale ha rubato parecchio spazio alle emozioni”, le parole con le quali la prof.ssa Nadia Carlomagno descrive il Laboratorio, che si è appena concluso, ‘Giocando s’impara: tecniche per l’animazione e la comunicazione teatrale’ diretto agli studenti di Scienze dell’educazione. Il corpo è al centro della relazione con l’altro e durante gli incontri diventa protagonista. “Bisogna scoprire attraverso l’utilizzo del corpo, andare oltre i limiti, rispolverare le nostre sensazioni. I ragazzi devono imparare a lavorare tra loro. Riprendere il concetto di fiducia dell’altro e lasciare fuori la paura del giudizio, perché i timori e le debolezze dell’altro sono anche le nostre. L’altro diventa parte di sé, non è più un estraneo, ma una persona che, se ti lasci andare, sa afferrarti e riportarti su. Perché mettersi in discussione vuol dire anche entrare in crisi, in conflitto con il proprio io, ma il caos porta al buon cambiamento, alla crescita”. Obiettivi impegnativi quelli del laboratorio, ma gli studenti vengono aiutati attraverso lezioni che comprendono principalmente giochi: “sul ritmo, sullo spazio, sullo sguardo, sul contatto”. È proprio con la stessa modalità, il gioco, che si insegna al bambino che “ha bisogno di fare esperienza, di esplorare lo spazio in cui vive. Quindi l’educatore deve sapere stimolare la classe, saper ascoltare, ma saper anche rimanere in silenzio e insegnare il silenzio”.
Francesca Corato







