I videogiochi entrano alla Federico II con il game designer Paolo Gambardella nell’ambito di una masterclass, tenutasi il 27 maggio, legata al corso di Game Design e Development del prof. Marco Faella. Paolo è un laureato federiciano in Informatica e attualmente vive e lavora a Barcellona: “All’università ho studiato con i miei tempi e ho impiegato un po’ per terminare la Triennale – scherza – Scelsi Informatica perché sapevo già di voler diventare un programmatore di videogiochi. Da bambino ero un appassionato, con mio padre giocavo a Prince of Persia e mio zio disegnava tutte le mappe del gioco perché all’epoca non c’era la possibilità di salvare. Mi ricordo ancora la carta millimetrata che usava…”. L’iscrizione all’università arriva nel 2001. La scelta: “Ingegneria Informatica”, un Corso “che trovavo troppo teorico”. Dopo un anno il passaggio ad “Informatica che aveva più laboratori e attività pratiche anche se niente che riguardasse i videogiochi”. Durante gli studi, cominciano le prime esperienze di lavoro: “A due anni dalla laurea, nel 2007, su un forum di Linux trovai l’annuncio di una piccola azienda di San Mango Piemonte che lanciava un progetto di videogioco basato su piattaforma Linux, così due volte a settimana andavo in questo comune in provincia di Salerno. Purtroppo il progetto non andò bene, ma io ebbi la conferma che la mia strada fosse fare videogiochi”. Dopo la laurea, un lavoro in un’azienda di sicurezza informatica e poi il trasferimento: “All’inizio cercai di muovermi in zona, ma il Sud e in generale l’Italia non erano ancora pronti per il settore videogiochi. Leggendo degli articoli capii che Barcellona era molto più attiva in questo senso e partii. Trovai lavoro in una un’azienda di casinò che si occupava di giochi d’azzardo. Però è un settore in cui non si investe nell’usabilità del gioco, nel senso che se il gioco funziona e fa soldi non importa migliorarlo”. Intanto la scoperta del Game Design: “Iniziai a studiare Game Design, a comprare libri sull’argomento, seguire conferenze, eventi, cercare corsi on-line. Quando ebbi sufficiente esperienza, cominciai a lavorare in un’azienda che si occupava di giochi mobili e Facebook. Fu un periodo di incertezza lavorativa perché passavo di azienda in azienda, poi conobbi Gerard Piché, il compagno di Shakira. Gli vendetti l’idea di un gioco, lui mi dette una squadra con cui lavorare, ma l’idea non funzionò anche se il concetto mi è rimasto”. Oggi Paolo fa il consulente per aziende anche estere e il suo campo è il ‘free to play’: “Si tratta di giochi che puoi scaricare e con cui puoi giocare gratuitamente. Poi, se vuoi avere cose extra o superare più facilmente alcuni ostacoli che il gioco ti pone, paghi. Ma è un business molto difficile perché solo il 2 o 3 per cento degli utenti compra qualcosa”. Anche il campo delle consulenze, insomma, ha le sue difficoltà: “Hai bisogno di un portfolio ricco, però ci sono diversi aspetti da considerare. Il 90% dei prodotti ludici a cui si lavora alla fine non esce, del 10% che esce, il 5% piace. Quando collaboro con dei clienti posso mettere in curriculum la mia collaborazione con un certo nome, ma il progetto non può essere divulgato”. Al momento, Paolo si sta muovendo anche per conto suo, avendo fondato un team in un’incubatrice di aziende che si occupa di videogiochi promossa dal comune di Barcellona: “Quando si lavora ad un videogioco, bisogna prestare molta attenzione alla qualità. Se leggiamo le review in rete, quelle negative riguardano i bug. Quando si progetta un gioco non ci si può chiudere in casa, ma bisogna presentarlo e fare test ogni settimana per vedere se funziona e capire quali problemi ci sono. Attualmente cerco dei collaboratori per la mia attività e ho pensato alla Federico II. Ho contattato il mio relatore, il professor Sergio Di Martino, che mi ha indirizzato al prof. Faella”.
Ci sono vari modi per fare un gioco, ma non tutti sono corretti: “Alla maniera aziendale, con l’occhio al business, guardando i videogiochi che funzionano e imitando delle meccaniche, delle estetiche dirette a quel pubblico. Oppure c’è la maniera autoriale, cioè vuoi raccontare una storia. Ma un videogioco non è mai per tutti e non potrà mai piacere a tutti. Non devi pensare a che videogioco vuoi fare tu, ma devi empatizzare con il tuo pubblico e capire cosa vuole, devi identificare una persona reale a cui può piacere il gioco. Si fanno delle interviste, si sviluppa un prototipo nel minor tempo possibile e con i minori costi possibili, si testa e si vede cosa funziona e cosa va cambiato. Poi si passa alla produzione e quindi ai personaggi, ai livelli, alla storia”. Il Game Designer è un professionista completo: “È l’architetto di un gioco. Deve capire qual è il suo pubblico, che esigenze ha, cosa pensa, cosa vuole, comprendere il profilo psicologico della persona che ha davanti. Il Game Designer deve conoscere un po’ di tutto, scienze, psicologia, matematica, informatica. Io studio scrittura, sceneggiatura, vado a gruppi di teatro, mi intendo di musica. Quanto più sai, meglio è”, conclude Paolo.
Carol Simeoli
Ci sono vari modi per fare un gioco, ma non tutti sono corretti: “Alla maniera aziendale, con l’occhio al business, guardando i videogiochi che funzionano e imitando delle meccaniche, delle estetiche dirette a quel pubblico. Oppure c’è la maniera autoriale, cioè vuoi raccontare una storia. Ma un videogioco non è mai per tutti e non potrà mai piacere a tutti. Non devi pensare a che videogioco vuoi fare tu, ma devi empatizzare con il tuo pubblico e capire cosa vuole, devi identificare una persona reale a cui può piacere il gioco. Si fanno delle interviste, si sviluppa un prototipo nel minor tempo possibile e con i minori costi possibili, si testa e si vede cosa funziona e cosa va cambiato. Poi si passa alla produzione e quindi ai personaggi, ai livelli, alla storia”. Il Game Designer è un professionista completo: “È l’architetto di un gioco. Deve capire qual è il suo pubblico, che esigenze ha, cosa pensa, cosa vuole, comprendere il profilo psicologico della persona che ha davanti. Il Game Designer deve conoscere un po’ di tutto, scienze, psicologia, matematica, informatica. Io studio scrittura, sceneggiatura, vado a gruppi di teatro, mi intendo di musica. Quanto più sai, meglio è”, conclude Paolo.
Carol Simeoli







