Una mescolanza di generi e di esperienze musicali: così sembra essere stata superata anche l’ultima catalogazione, l’ultimo baluardo di omologazione, di divisione, per entrare nel mondo della libera creazione artistica e dell’infinita musica potenziale. Stiamo parlando dei Bang on a can, il gruppo musicale nato a New York nel 1987, che è arrivato nella Sala degli Angeli del Suor Orsola per discutere della sua esperienza con studenti e docenti.
L’incontro del 6 febbraio è nato da un’idea di Pasquale Scialò, docente di Storia della Musica, e di Antonio Petrillo docente di Sociologia, a cui hanno partecipato l’Associazione musicale Scatola Sonora diretta da Eugenio Ottieri e la rassegna Mozartbox curata da Stefano Valanzuolo.
“La nostra intenzione – spiega Lucio D’Alessandro, Preside della Facoltà di Scienze della Formazione- è quella di spingere i nostri giovani a cogliere il senso di una società che basa sulle comunicazioni il suo sviluppo economico e sociale. Vogliamo dare una mano perché si conoscano le avanguardie musicali e perché i nostri giovani possano guardare al futuro”.
E davvero è una musica non solo futuristica, ma che supera ogni sorta di barriera nazionale o temporale, quella dei Bang on a can, gruppo che trova le sue origini nei caffè di Manhattan. Sono Michael Gordon, David Lang e Julia Wolf i fondatori della band che hanno messo in contatto musicisti e compositori diversi per far nascere qualcosa di assolutamente nuovo.
“Quando abbiamo iniziato non avevamo una missione precisa- spiegano i Bang on a Can -Ci interessavano musiche diverse ma la nostra non era una dichiarazione d’intenti. Per il nostro ensemble composto da diversi strumenti non c’era un repertorio di riferimento e per questo abbiamo dovuto inventarlo”.
Sono in molti a chiamarli ‘disobbedienti della musica’ ma il loro lavoro, che poi si è allargato fino ad una Scuola Estiva per giovani musicisti e a tournée mondiali, era nato con una maratona in una galleria d’arte. “Inizialmente la loro attività si svolgeva nelle gallerie, non nei luoghi ufficiali della musica- spiega il prof. Pasquale Scialò- forse perché gli artisti e i letterati sono più innovativi. In ogni caso, come il luogo è fondamentale per la musica, così questo spazio non può essere quello tradizionale ma deve essere anch’esso inventato”.
Tutto il lavoro dei Bang on a can nasce da invenzioni e contaminazioni musicali diverse anche perché, come spiegano i membri del gruppo, “negli Stati Uniti, non abbiamo una tradizione musicale molto forte. Questo può essere un male perché non c’è un passato a cui ispirarsi. Però è anche un bene perché si è liberi di inventare e mettere insieme culture di diversi paesi del mondo. E’ una sorta di collezione, raccogliamo tutta la musica che troviamo. Per noi la musica è questa reinvenzione costante e senza barriere”.
E alla domanda di Paolo Pistacchi, direttore della Discoteca di Stato e del Museo Audiovisivo di Roma, su come conservare la loro musica sempre in continuo cambiamento e spontanea, i musicisti rispondono che anche il loro supporto di conservazione è innovativo: “negli Usa non esiste un archivio nazionale e per gli artisti americani questo è stato sempre un problema. Per noi c’è internet. Quello che finisce sulla rete non scompare mai ed è sempre disponibile. E’ una forma di autoarchiviazione”.
Ed internet sembra proprio il luogo ideale anche per il pubblico dei ‘Bang on a can’ che si racchiude non in un genere, un’età o una nazionalità ma in una forma mentis. “L’ipotesi di partenza di questo gruppo- spiega Scialò- è quella della trasversalità che possa coinvolgere tutti i tipi di ascoltatori, dal giovane appassionato al rock fino all’uomo maturo legato magari alla musica classica. Questo gruppo inventa una vera e propria scena musicale”.
Valentina Orellana
L’incontro del 6 febbraio è nato da un’idea di Pasquale Scialò, docente di Storia della Musica, e di Antonio Petrillo docente di Sociologia, a cui hanno partecipato l’Associazione musicale Scatola Sonora diretta da Eugenio Ottieri e la rassegna Mozartbox curata da Stefano Valanzuolo.
“La nostra intenzione – spiega Lucio D’Alessandro, Preside della Facoltà di Scienze della Formazione- è quella di spingere i nostri giovani a cogliere il senso di una società che basa sulle comunicazioni il suo sviluppo economico e sociale. Vogliamo dare una mano perché si conoscano le avanguardie musicali e perché i nostri giovani possano guardare al futuro”.
E davvero è una musica non solo futuristica, ma che supera ogni sorta di barriera nazionale o temporale, quella dei Bang on a can, gruppo che trova le sue origini nei caffè di Manhattan. Sono Michael Gordon, David Lang e Julia Wolf i fondatori della band che hanno messo in contatto musicisti e compositori diversi per far nascere qualcosa di assolutamente nuovo.
“Quando abbiamo iniziato non avevamo una missione precisa- spiegano i Bang on a Can -Ci interessavano musiche diverse ma la nostra non era una dichiarazione d’intenti. Per il nostro ensemble composto da diversi strumenti non c’era un repertorio di riferimento e per questo abbiamo dovuto inventarlo”.
Sono in molti a chiamarli ‘disobbedienti della musica’ ma il loro lavoro, che poi si è allargato fino ad una Scuola Estiva per giovani musicisti e a tournée mondiali, era nato con una maratona in una galleria d’arte. “Inizialmente la loro attività si svolgeva nelle gallerie, non nei luoghi ufficiali della musica- spiega il prof. Pasquale Scialò- forse perché gli artisti e i letterati sono più innovativi. In ogni caso, come il luogo è fondamentale per la musica, così questo spazio non può essere quello tradizionale ma deve essere anch’esso inventato”.
Tutto il lavoro dei Bang on a can nasce da invenzioni e contaminazioni musicali diverse anche perché, come spiegano i membri del gruppo, “negli Stati Uniti, non abbiamo una tradizione musicale molto forte. Questo può essere un male perché non c’è un passato a cui ispirarsi. Però è anche un bene perché si è liberi di inventare e mettere insieme culture di diversi paesi del mondo. E’ una sorta di collezione, raccogliamo tutta la musica che troviamo. Per noi la musica è questa reinvenzione costante e senza barriere”.
E alla domanda di Paolo Pistacchi, direttore della Discoteca di Stato e del Museo Audiovisivo di Roma, su come conservare la loro musica sempre in continuo cambiamento e spontanea, i musicisti rispondono che anche il loro supporto di conservazione è innovativo: “negli Usa non esiste un archivio nazionale e per gli artisti americani questo è stato sempre un problema. Per noi c’è internet. Quello che finisce sulla rete non scompare mai ed è sempre disponibile. E’ una forma di autoarchiviazione”.
Ed internet sembra proprio il luogo ideale anche per il pubblico dei ‘Bang on a can’ che si racchiude non in un genere, un’età o una nazionalità ma in una forma mentis. “L’ipotesi di partenza di questo gruppo- spiega Scialò- è quella della trasversalità che possa coinvolgere tutti i tipi di ascoltatori, dal giovane appassionato al rock fino all’uomo maturo legato magari alla musica classica. Questo gruppo inventa una vera e propria scena musicale”.
Valentina Orellana







