“Troverete un gruppo. Qui si lavora insieme, non c’è competitività esasperata e si frequentano gli spazi comuni. È un bell’ambiente, quello di Architettura”. Alla vigilia dell’inizio delle lezioni, Monica Palladino, che ha 22 anni e frequenta Architettura quinquennale, racconta alle matricole quello che ha trovato durante il suo primo anno
ed illustra, naturalmente in chiave soggettiva, pregi e difetti del Corso di Studi. “All’inizio – ricorda – ero piuttosto
spaesata. Più che per l’università in sé, per il completo stravolgimento dei ritmi e degli orari delle mie giornate. Sveglia presto, in treno fino a Napoli, perché vivo in provincia, corsi e laboratori fino alle sei di sera. Poi, di nuovo in treno. Arrivavo a casa giusto per cenare e con una grande stanchezza addosso. Questo per 4 o 5 giorni a settimana. Dopo un po’, però, si acquisisce il ritmo. Ci si abitua, si impara a studiare in università, sfruttando al meglio i buchi tra una lezione e l’altra. Insomma, ci si assesta”. Quanto prima ci si riesce, sottolinea, meglio è, perché “il segreto di un buon primo anno è di iniziare a studiare dai primi giorni. I ritmi sono tali che, se si accumula
ritardo all’inizio, non si recupera facilmente. Certo, l’intensità dello studio varia, perché non sarebbe possibile sostenere per tutti i mesi del primo semestre lo sforzo che si fa alla fine, in prossimità degli esami, quando non esistono fine settimana, festività o altro e si trascorre la giornata sui libri. Però, se non si studia dall’inizio, alla fine non ci sarà tour de force che basti per recuperare i ritardi accumulati”. Il momento magico, prosegue Antonio Pallavicino, per uno studente al primo anno di architettura èl’impatto con il corso di Progettazione. “Lo ricordo – racconta – con grande emozione. Fu il primo impatto con la professione, in qualche modo”. Le matricole, sottolinea Matteo Somma, che frequenta il terzo anno ad Architettura, “troveranno una sede tutto sommato funzionale.
Le aule sono decenti, con l’unica controindicazione dei pilastri che, a chi capiti dietro, rendono problematica
la visione. Le aule studio non sono poche, anche se sarebbe bene realizzarne altre. Ci sono, poi, gli spazi comuni, in particolare il cortile esterno dove stiamo parlando oggi, che rappresentano una bella occasione di incontro, almeno fino a che il bel tempo dura”. Aggiunge Francesca del Vecchio, che frequenta il secondo anno: “C’è anche
una sala per il plottaggio, dove è possibile stampare le tavole per i progetti. Io ci sono stato qualche
volta ed è utile, ma sono convinto che bisognerebbe rivedere il regolamento di accesso. Al momento si richiedono un po’ troppe autorizzazioni perché lo studente possa fruire pienamente della struttura. Le regole devono esserci, sia chiaro, ma semplificarle è nell’interesse di tutti”. Quali gli insegnamenti più ostici del primo anno? “Ovviamente –
risponde Monica – è improprio generalizzare, perché il grado di difficoltà di una materia dipende anche dalla
preparazione di base dello studente e dalle attitudini di ciascuno. Per quanto mi riguarda, trovai non poche difficoltà con l’insegnamento di Storia dell’architettura. Il programma è molto vasto”. Aggiunge Matteo: “Altri colleghi risponderebbero alla domanda sulla materia più difficile senza alcuna esitazione ed indicherebbero Analisi Matematica. Io no, perché provenivo dal liceo scientifico ed ero piuttosto ferrato in Matematica”. Pentiti della scelta o soddisfatti? “Io – risponde senza esitare Matteo – non credo che avrei potuto fare altro”. Gli fa eco Monica: “prima di frequentare il primo anno ad Architettura, avevo seguito per qualche settimana i corsi di Ingegneria. La differenza, per me, è tutta a favore di Architettura. Insomma, la mia scelta credo che sia stata quella giusta, almeno dal punto di vista dell’interesse del Corso di Studi. Non so se potrò dire lo stesso quando mi confronterò, dopo la laurea, con il mondo del lavoro. In ogni caso, non vale la pena di scegliere un Corso che non piace solo perché
si immagina, a torto od a ragione, che garantirà maggiori opportunità lavorative”.
Fabrizio Geremicca
ed illustra, naturalmente in chiave soggettiva, pregi e difetti del Corso di Studi. “All’inizio – ricorda – ero piuttosto
spaesata. Più che per l’università in sé, per il completo stravolgimento dei ritmi e degli orari delle mie giornate. Sveglia presto, in treno fino a Napoli, perché vivo in provincia, corsi e laboratori fino alle sei di sera. Poi, di nuovo in treno. Arrivavo a casa giusto per cenare e con una grande stanchezza addosso. Questo per 4 o 5 giorni a settimana. Dopo un po’, però, si acquisisce il ritmo. Ci si abitua, si impara a studiare in università, sfruttando al meglio i buchi tra una lezione e l’altra. Insomma, ci si assesta”. Quanto prima ci si riesce, sottolinea, meglio è, perché “il segreto di un buon primo anno è di iniziare a studiare dai primi giorni. I ritmi sono tali che, se si accumula
ritardo all’inizio, non si recupera facilmente. Certo, l’intensità dello studio varia, perché non sarebbe possibile sostenere per tutti i mesi del primo semestre lo sforzo che si fa alla fine, in prossimità degli esami, quando non esistono fine settimana, festività o altro e si trascorre la giornata sui libri. Però, se non si studia dall’inizio, alla fine non ci sarà tour de force che basti per recuperare i ritardi accumulati”. Il momento magico, prosegue Antonio Pallavicino, per uno studente al primo anno di architettura èl’impatto con il corso di Progettazione. “Lo ricordo – racconta – con grande emozione. Fu il primo impatto con la professione, in qualche modo”. Le matricole, sottolinea Matteo Somma, che frequenta il terzo anno ad Architettura, “troveranno una sede tutto sommato funzionale.
Le aule sono decenti, con l’unica controindicazione dei pilastri che, a chi capiti dietro, rendono problematica
la visione. Le aule studio non sono poche, anche se sarebbe bene realizzarne altre. Ci sono, poi, gli spazi comuni, in particolare il cortile esterno dove stiamo parlando oggi, che rappresentano una bella occasione di incontro, almeno fino a che il bel tempo dura”. Aggiunge Francesca del Vecchio, che frequenta il secondo anno: “C’è anche
una sala per il plottaggio, dove è possibile stampare le tavole per i progetti. Io ci sono stato qualche
volta ed è utile, ma sono convinto che bisognerebbe rivedere il regolamento di accesso. Al momento si richiedono un po’ troppe autorizzazioni perché lo studente possa fruire pienamente della struttura. Le regole devono esserci, sia chiaro, ma semplificarle è nell’interesse di tutti”. Quali gli insegnamenti più ostici del primo anno? “Ovviamente –
risponde Monica – è improprio generalizzare, perché il grado di difficoltà di una materia dipende anche dalla
preparazione di base dello studente e dalle attitudini di ciascuno. Per quanto mi riguarda, trovai non poche difficoltà con l’insegnamento di Storia dell’architettura. Il programma è molto vasto”. Aggiunge Matteo: “Altri colleghi risponderebbero alla domanda sulla materia più difficile senza alcuna esitazione ed indicherebbero Analisi Matematica. Io no, perché provenivo dal liceo scientifico ed ero piuttosto ferrato in Matematica”. Pentiti della scelta o soddisfatti? “Io – risponde senza esitare Matteo – non credo che avrei potuto fare altro”. Gli fa eco Monica: “prima di frequentare il primo anno ad Architettura, avevo seguito per qualche settimana i corsi di Ingegneria. La differenza, per me, è tutta a favore di Architettura. Insomma, la mia scelta credo che sia stata quella giusta, almeno dal punto di vista dell’interesse del Corso di Studi. Non so se potrò dire lo stesso quando mi confronterò, dopo la laurea, con il mondo del lavoro. In ogni caso, non vale la pena di scegliere un Corso che non piace solo perché
si immagina, a torto od a ragione, che garantirà maggiori opportunità lavorative”.
Fabrizio Geremicca







