Essenzialità, disciplina, capacità di non perdersi negli orpelli e nelle storie secondarie. Questi, secondo Maurizio De Giovanni, cinquantaseienne scrittore napoletano, gli elementi che accomunano il buon architetto, quando è alle prese con un progetto, ed il bravo romanziere, mentre elabora un libro. “C’è un aspetto di disciplina, di formalità, di rigore – sottolinea – anche in attività che sembrano libere e puramente artistiche”. Lo scrittore ne parla agli studenti di Architettura venerdì 14 novembre, a Palazzo Gravina, nell’ambito del ciclo di conferenze: Gli incontri con… i modi del comporre. Arte_Scrittura_Musica_Cinema. Lo cura la prof.ssa Adelina Picone, ricercatrice di Composizione Architettonica ed Urbana nel Dipartimento. “Sono occasioni – spiega quest’ultima – in cui compositori altri (artisti, musicisti, scrittori, registi) mostrano il proprio lavoro agli studenti, non soltanto le opere, ma quel che c’è dietro le opere. L’interesse in questo caso è più per il come che per il cosa. L’oggetto della comunicazione non è il processo creativo, che è sempre poco trasmissibile, quanto il come viene utilizzata la tecnica al servizio dell’ideazione, tema che soggiace al costruire, di qualunque specie esso sia”. De Giovanni è introdotto da un breve intervento del professore Mario Losasso, il Direttore del Dipartimento di Architettura. Quest’ultimo sottolinea, tra l’altro, che il ciclo di conferenze è stato organizzato nell’ottica di aprire sempre di più l’università all’esterno e di farne un’animatrice della vita culturale cittadina.
“Leggere un libro – dice lo scrittore a chi lo ascolta nell’aula 10 della sede storica di Architettura – è un esercizio di libertà. Vale per qualsiasi libro, è il leggere in sé che mette in gioco la propria libertà, la propria capacità creativa, l’attitudine a raffigurarsi le storie, i personaggi, i volti”. Aggiunge: “Io non sono contro le nuove tecnologie, sia chiaro. Internet è una risorsa, facebook può essere utile. Però, credetemi, nulla può sostituire il ruolo della lettura nella formazione del senso critico e dell’attitudine alla riflessione. Non è un caso, temo, che ci sia una strategia precisa, un disegno da parte di chi ha le leve del potere per disabituare sempre di più i giovani alla scrittura, per distrarli con molteplici stimoli diversi, nessuno dei quali paragonabile ad un libro sotto il profilo della crescita personale e culturale”.
Leggere, dunque, come imperativo categorico. Vale anche per chi si prepara alla professione di architetto, sottolinea lo scrittore. De Giovanni dedica poi una parte del suo intervento ai dettagli sul suo mestiere ed anche qui emerge, prepotente, una similitudine tra l’attività del romanziere e quella dell’architetto. “Certamente è un’attività creativa – dice – ma indubitabilmente necessità di impegno costante, di regole, di metodicità. Quando preparo un libro, cerco di scrivere almeno 15 cartelle ogni giorno. Carofiglio, scrittore che apprezzo, mi disse invece una volta di ritenersi soddisfatto se concludeva la giornata lavorativa con una cartella ben fatta. In ogni caso, scrivere, come progettare, comporta una organizzazione precisa del tempo, una dedizione, un’abitudine, un metodo”. È un lavoro, dunque, oltre che una esigenza ed una passione. Certo più divertente, racconta peraltro De Giovanni, rispetto all’attività che aveva svolto per anni, prima di scoprire la vocazione letteraria. “Ebbene sì – dice agli studenti che lo ascoltano – lavoravo in banca. Ho svolto quel lavoro per 31 anni. Veramente terribile. Un lavoro ripetitivo, il contrario della creatività. In banca, se accade un imprevisto, ti affanni a cercare il precedente, per replicare la soluzione. Se il precedente non c’è, vedi che tutti vanno in panico. Alle sette di mattina indossavo la giacca e la cravatta ed andavo a lavorare in un posto orribile, tra colleghi orribili. Può darsi che fuori di lì non fossero tali, ma in quel meccanismo lo diventavano”. Domanda una studentessa. “Cosa è successo nella sua vita per una svolta cosi radicale?”. Risponde il romanziere: “Ero in effetti rassegnato a rimanere in banca fino alla pensione. Accade invece questo. Nel 2005 alcuni amici che mi vedevano sempre con un libro in mano – già all’epoca avevo l’abitudine di leggere almeno per un’ora e mezza ogni giorno – mi iscrissero senza dirmi nulla ad un concorso letterario riservato a giallisti emergenti presso il Gran Caffè Gambrinus. Raccolsi la sfida, mi inventai un personaggio e preparai un racconto. Vinsi il concorso, ma credevo che sarebbe finita lì la storia. Quel racconto fu pubblicato poi dal settimanale L’europeo. Ricevetti di lì a poco la telefonata di un agente letterario che mi disse: ‘certamente lei avrà già pronto un altro personaggio per un libro’. Presi le ferie in banca e mi misi a scrivere. In quel frangente è nato il commissario Ricciardi”.
L’ispirazione di un giallista, sottolinea De Giovanni, non può che derivare dalla vita, dalla cronaca, dalle vicende quotidiane. “La scrittura creativa illumina di luce diverse vicende delle quali, non di rado, si sono occupati già i quotidiani o gli atti giudiziari. Il magistrato, in un episodio di cronaca nera, cerca di appurare se l’imputato è colpevole, se ha davvero commesso quel delitto. Il giallista vuole capire perché la vicenda si è sviluppata in quel determinato modo, cosa possa aver spinto al delitto un personaggio. Cerca le cause più remote”. Un’altra studentessa chiede a De Giovanni: “In che modo le case editrici ed il mercato condizionano la creatività di uno scrittore?”. Risponde: “Non esiste alcuna possibilità di imporre un personaggio o una storia. Certamente l’editor è un valido aiuto. Garantisce quello sguardo esterno sull’opera che l’autore non può avere. Aiuta a limare i dettagli. Può aiutarti a capire perché un certo personaggio non funziona. Può segnalarti una contraddizione”.
Il 14 pomeriggio, il ciclo di incontri è proseguito con Marco Messina, musicista e produttore. Con Luca Persico e Giampiero Da Dalto, Messina è stato tra i fondatori dei 99 Posse, il gruppo formatosi circa 20 anni fa all’interno del centro sociale occupato Officina 99.
Fabrizio Geremicca
“Leggere un libro – dice lo scrittore a chi lo ascolta nell’aula 10 della sede storica di Architettura – è un esercizio di libertà. Vale per qualsiasi libro, è il leggere in sé che mette in gioco la propria libertà, la propria capacità creativa, l’attitudine a raffigurarsi le storie, i personaggi, i volti”. Aggiunge: “Io non sono contro le nuove tecnologie, sia chiaro. Internet è una risorsa, facebook può essere utile. Però, credetemi, nulla può sostituire il ruolo della lettura nella formazione del senso critico e dell’attitudine alla riflessione. Non è un caso, temo, che ci sia una strategia precisa, un disegno da parte di chi ha le leve del potere per disabituare sempre di più i giovani alla scrittura, per distrarli con molteplici stimoli diversi, nessuno dei quali paragonabile ad un libro sotto il profilo della crescita personale e culturale”.
Leggere, dunque, come imperativo categorico. Vale anche per chi si prepara alla professione di architetto, sottolinea lo scrittore. De Giovanni dedica poi una parte del suo intervento ai dettagli sul suo mestiere ed anche qui emerge, prepotente, una similitudine tra l’attività del romanziere e quella dell’architetto. “Certamente è un’attività creativa – dice – ma indubitabilmente necessità di impegno costante, di regole, di metodicità. Quando preparo un libro, cerco di scrivere almeno 15 cartelle ogni giorno. Carofiglio, scrittore che apprezzo, mi disse invece una volta di ritenersi soddisfatto se concludeva la giornata lavorativa con una cartella ben fatta. In ogni caso, scrivere, come progettare, comporta una organizzazione precisa del tempo, una dedizione, un’abitudine, un metodo”. È un lavoro, dunque, oltre che una esigenza ed una passione. Certo più divertente, racconta peraltro De Giovanni, rispetto all’attività che aveva svolto per anni, prima di scoprire la vocazione letteraria. “Ebbene sì – dice agli studenti che lo ascoltano – lavoravo in banca. Ho svolto quel lavoro per 31 anni. Veramente terribile. Un lavoro ripetitivo, il contrario della creatività. In banca, se accade un imprevisto, ti affanni a cercare il precedente, per replicare la soluzione. Se il precedente non c’è, vedi che tutti vanno in panico. Alle sette di mattina indossavo la giacca e la cravatta ed andavo a lavorare in un posto orribile, tra colleghi orribili. Può darsi che fuori di lì non fossero tali, ma in quel meccanismo lo diventavano”. Domanda una studentessa. “Cosa è successo nella sua vita per una svolta cosi radicale?”. Risponde il romanziere: “Ero in effetti rassegnato a rimanere in banca fino alla pensione. Accade invece questo. Nel 2005 alcuni amici che mi vedevano sempre con un libro in mano – già all’epoca avevo l’abitudine di leggere almeno per un’ora e mezza ogni giorno – mi iscrissero senza dirmi nulla ad un concorso letterario riservato a giallisti emergenti presso il Gran Caffè Gambrinus. Raccolsi la sfida, mi inventai un personaggio e preparai un racconto. Vinsi il concorso, ma credevo che sarebbe finita lì la storia. Quel racconto fu pubblicato poi dal settimanale L’europeo. Ricevetti di lì a poco la telefonata di un agente letterario che mi disse: ‘certamente lei avrà già pronto un altro personaggio per un libro’. Presi le ferie in banca e mi misi a scrivere. In quel frangente è nato il commissario Ricciardi”.
L’ispirazione di un giallista, sottolinea De Giovanni, non può che derivare dalla vita, dalla cronaca, dalle vicende quotidiane. “La scrittura creativa illumina di luce diverse vicende delle quali, non di rado, si sono occupati già i quotidiani o gli atti giudiziari. Il magistrato, in un episodio di cronaca nera, cerca di appurare se l’imputato è colpevole, se ha davvero commesso quel delitto. Il giallista vuole capire perché la vicenda si è sviluppata in quel determinato modo, cosa possa aver spinto al delitto un personaggio. Cerca le cause più remote”. Un’altra studentessa chiede a De Giovanni: “In che modo le case editrici ed il mercato condizionano la creatività di uno scrittore?”. Risponde: “Non esiste alcuna possibilità di imporre un personaggio o una storia. Certamente l’editor è un valido aiuto. Garantisce quello sguardo esterno sull’opera che l’autore non può avere. Aiuta a limare i dettagli. Può aiutarti a capire perché un certo personaggio non funziona. Può segnalarti una contraddizione”.
Il 14 pomeriggio, il ciclo di incontri è proseguito con Marco Messina, musicista e produttore. Con Luca Persico e Giampiero Da Dalto, Messina è stato tra i fondatori dei 99 Posse, il gruppo formatosi circa 20 anni fa all’interno del centro sociale occupato Officina 99.
Fabrizio Geremicca







